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Dal "NO" irlandese domande per tutti
Quali ragioni hanno spinto il 12 giugno la maggioranza degli elettori irlandesi (il 53,4%) a dire “no” al Trattato di Lisbona che ha lo scopo di riformare l’Unione Europea rendendola più forte, più funzionale e anche più vicina ai cittadini? Quali ricadute avrà tale pronunciamento sul futuro processo di integrazione europea? Sono domande che circolano in questi giorni negli ambienti Ue, ma che ha senso porsi anche in periferia, come semplici cittadini, per non vivere solo passivamente un processo che riguarda tutti in modo concreto. Difficile, secondo gli esperti, spiegare perché in Irlanda siano prevalsi i “no”. Qualcuno sostiene che il testo sia ancora troppo ampio, “complicato” e di scarsa leggibilità. Altri richiamano un malessere generale che si avverte nella società irlandese (rallentamento dell’economia, disoccupazione, prezzi crescenti) che avrebbe fatto scattare una forma di autodifesa rispetto a un’Europa ritenuta “minacciosa” sul piano socio-economico. Altri ancora optano per il timore di una perdita di identità culturale nazionale o di sovranità politica a tutto vantaggio degli “euroburocrati”. Le ragioni possono naturalmente essere molteplici ed è opportuno indagarle con cura, anche a servizio dei cittadini comuni che, volenti o nolenti, per non perdere il treno della storia sono chiamati a un continuo aggiornamento delle motivazioni del loro essere europei.
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