L’Amico del Popolo.it
Info | YouTube

Cosa mangiano i merli? E gli uomini?

di Luigi Del Favero

Il caldo anomalo di marzo ci fa dimenticare presto le fredde settimane dello scorso gennaio, ma arriveranno le bollette a farcene memoria. In quei giorni avevo provveduto a preparare qualcosa da mangiare ad un merlo che sostava in paziente attesa sul davanzale della finestra; quello che era iniziato per gioco è finito come un impegno. L’insistenza di quella piccola creatura mi pareva implorante, ma anche piena di fiducia che andava ricompensata. Nel fondo c’è un sottile piacere nella scoperta che qualcuno ha bisogno di noi; purché non domandi tanto, s’intende! Il merlo chiedeva solo briciole di pane destinate altrimenti alla pattumiera. Pensando che era meglio accompagnare il pane con un po’ di companatico, ho tagliato per lui piccolissimi dadi di formaggio che ha gradito molto, tralasciando per essi le briciole abbandonate ai passeri. Un giorno ho pensato che se le noci fanno bene a noi nella stagione invernale, dovrebbero essere apprezzate anche dagli uccelli. Così sul davanzale sono finite le noci doverosamente triturate. Che soddisfazione stare a guardare il merlo! Aveva il becco giallo sporco di terra e si è lasciato osservare lungamente e da vicino. Evidentemente le noci lo interessavano più della paura di qualcuno che restava al di là del vetro e non tentava neppure di allontanarsi. Emetteva anzi piccoli trilli che non sono ancora il canto caratteristico della sua specie e che io decifravo come un’espressione di riconoscenza gioiosa. Se mi chiedessero dove ho imparato a decifrare il linguaggio dei merli resterei senza risposta. Il gioco diventato impegnativo è continuato per alcune settimane; poi la temperatura si è alzata, la superficie del terreno ha sentito il disgelo e ha offerto al becco duro del merlo il luogo adatto per i suoi scavi alla ricerca di cibo. Ha abbandonato la mia finestra della quale si sono impossessati i piccioni. Allora l’ho ripulita bene e ho considerato finito il compito di pensare a uccellini infreddoliti. Mi pento di essermi occupato del menu dei merli? Ci sorrido, però senza pentimenti. Anche perché è stata una cosa istruttiva che mi ha richiamato alla mente una parola ascoltata tanto tempo fa e mai dimenticata, anche se non ne ricordo più l’autore: «I bisogni materiali degli altri sono i miei bisogni spirituali». È verità che ben conosce ognuno che ama ed è una legge interna della carità cristiana.
La carità non ci impedisce di voler bene agli uccelli dei cielo, ci vuole però più preoccupati degli uomini che abitano sulla terra. Anche gli uomini mangiano e se io ho ritenuto – era poi vero? – che il freddo aveva affamato dei merli, è invece cosa sicura che una terribile siccità, in questi giorni, sta facendo morire di fame 20 milioni di uomini dallo Yemen alla Nigeria, passando per la Somalia e il Sud Sudan. Ancora una volta gli effetti di un fenomeno naturale sono moltiplicati dalla guerra che sta tormentando da troppo tempo quelle popolazioni. Il 26 marzo prossimo saranno cinquant’anni da quando la Chiesa e il mondo furono attraversati da un grido: «I popoli della fame interpellano i popoli del benessere. Attenti alla collera dei poveri. E ricordate: lo sviluppo è il nome nuovo della pace». La voce era quella di Paolo VI, affidata ad una grande enciclica dal nome indimenticabile: Populorum Progressio, pubblicata il 26 marzo 1967, giorno di Pasqua. Fu accolta male nel mondo ricco e ci fu chi, con disprezzo, disse che si trattava di ’marxismo riscaldato’. Era Vangelo. Sul Papa piovvero tante accuse tanto che alla sua morte, apparvero nelle strade di Roma dei manifesti che reclamavano: «Adesso vogliamo un papa cattolico». Lo ha ricordato recentemente una brava giornalista che ha compiuto lo sforzo di capire questo equivoco che, a distanza di cinquant’anni, si sta rinnovando con papa Francesco. La sua diagnosi ci porta alla constatazione che per noi, troppe volte, il tema dei poveri rimane come un’appendice della religione, un’applicazione facoltativa della fede. Esso invece è nel cuore del Vangelo e quindi della vita cristiana.
Certamente quello che io potrò fare sarà poco, la classica goccia d’acqua nel mare. Ma posso pensare in grande, posso amare e pregare. Posso anche parlare affinché non vengano pigramente ripetuti i pregiudizi che circolano e danno ai poveri la colpa della loro povertà. Il grido dei poveri rischia di non essere neppure ascoltato perché sovrastato dalle chiacchiere. Dopo Populorum Progressio partirono tante iniziative; si intensificò la cooperazione internazionale con la partenza di tecnici che portarono nel mondo più povero un valido aiuto nell’istruzione, nella sanità, nell’agricoltura, nell’allevamento degli animali, nell’artigianato, con validi programmi che realizzarono quel bisogno di aiutare i più poveri a casa loro. Naturalmente presero avvio anche le campagne per la fame nel mondo per venire incontro alle emergenze. L’iniziativa «Un pane per amor di Dio» è un frutto di Populorum Progressio. Papa Woityla ricordò i vent’anni della grande enciclica con un nuovo testo: Sollicitudo Rei Socialis; Benedetto XVI scrisse la sua mirabile Caritas in Veritate per celebrarne il quarantesimo. Papa Francesco pone tutto il suo appassionato ministero a servizio del Vangelo dei poveri. Meglio non vaccinarsi contro questo benefico contagio.

Leggi "Don Luigi Del Favero" della settimana scorsa.

Copyright © 2000-2017 L'Amico del Popolo S.r.l.
Piazza Piloni 11, 32100 Belluno - tel. +39 0437 940641, fax +39 0437 940661, email redazione@amicodelpopolo.it | P.Iva/C.F. 00664920253