INTERVISTA - Il direttore Ermanno Angonese e i suoi primi cento giorni
Ulss 1: nuovi criteri per la montagna
«Incrementare le quote pro-capite sulla base della dispersione territoriale»

Dice di essere ancora impegnato a “conoscere” risorse umane e territorio. Aggiunge di non voler “inventare” nulla di nuovo, ma di avere in testa un progetto di “motivazione e condivisione”. Motivazione del personale, condivisione (delle scelte di fondo) con la comunità locale e i suoi rappresentanti. Precisa di aver messo in pista una direzione strategica (lui e i tre direttori che lo affiancano) pensata per dare continuità ma anche “rinnovamento” alle strutture. Da tre mesi al timone dell’Ulss 1 - una delle principali aziende della provincia quanto a numero di dipendenti, con una delle “mission” più delicate qual è il diritto alla salute dei cittadini - Ermanno Angonese, nella sua lunga esperienza di direttore generale da Bassano a Verona e adesso a Belluno, la specificità delle zone montane l’ha sperimentata e la conosce da vicino. La sua “maggiore costosità” per lui è un dato di partenza inoppugnabile. Alle prese con l’elaborazione del “budget” 2008 (287 milioni con un disavanzo di circa 12 milioni di euro) anche se la Regione non ha ancora ripartito il Fondo sanitario (come ha riferito “L’Amico del Popolo” n.10, i nuovi indirizzi, non del tutto convincenti, sono all’esame della commissione del Consiglio regionale) Angonese non si sottrae a dire la sua sul nodo delle risorse finanziarie: «Per l’Ulss 1 si tratta di somme appena sufficienti alla gestione ordinaria. Da parte mia, la razionalizzazione dei costi è un dovere, ma - per dirla con un’immagine - la coperta è corta!».
CONFRONTO CON LA REGIONE
Nei tempi e nei modi necessari il direttore generale pensa di aprire un confronto con la Regione per mettere nero su bianco i motivi che giustificano e sollecitano una diversa attenzione per la sanità di montagna. Due le premesse che gli stanno a cuore: «Le quote pro-capite - cioè l’importo medio per abitante assegnato all’Ulss - vanno rivisitate e incrementate. Inoltre - osserva Angonese - va tenuto conto della rete dei presidi presenti sul territorio, che certo non può essere messa in discussione ». Anzi, Angonese ritiene l’attuale programmazione dei posti-letto ospedalieri e dei servizi distrettuali “adeguata” sotto i più diversi punti di vista. Ragione di più - da parte sua - per alzare la posta: «Se davvero si pensa a nuovi criteri di riparto del Fondo regionale, la sanità di montagna deve vedersi riconsiderato il correttivo finora attribuitole». Secondo il direttore generale, il processo di revisione non può prescindere dall’analisi del “reale fabbisogno” di salute e di assistenza socio-sanitaria che il territorio esprime alla luce delle sue caratteristiche demografiche e della sua effettiva articolazione. «Non basta - spiega Angonese - considerare parametro distintivo l’altimetria, cioè il numero degli abitanti residenti sopra i 600 metri. Occorre introdurre un elemento ulteriore e più incisivo: la dispersione territoriale, che riflette sia la densità abitativa (abitanti per Kmq) sia i tempi di accesso, dalle varie località, ai servizi. Con quest’approccio le quote pro-capite verrebbero tarate in misura appropriata».
UN MODELLO SANITARIO COMPOSITO
Angonese conosce l’obiezione che anche per la Regione “la coperta è corta”, cioè le risorse a disposizione del Welfare regionale non sono infinite. Non gli compete - chiosa - suggerire soluzioni. Tuttavia, in attesa di un maggiore federalismo fiscale, pensa che il Veneto «a livello nazionale dovrebbe far pesare di più le sue peculiarità: forte mobilità turistica (siamo la prima regione turistica d’Italia), notevole invecchiamento della popolazione ecc.». In ogni caso il maggiore “differenziale” che la montagna si merita - in cifre assolute - non è poi somma tale da sconvolgere il bilancio generale della Regione. In un quadro di solidarietà - insiste Angonese - ai cittadini delle zone montane del Veneto «va garantita pari dignità». Il direttore generale insiste poi molto sull’equilibrio complessivo della “rete” rispetto al territorio. Le nuove tecnologie, dall’elisoccorso alla telemedicina, sono «ausili importanti di cui avvalersi» ma - chiarisce - dalla struttura sanitaria la popolazione deve sentirsi assistita il più possibile vicino a casa. Dal punto di vista organizzativo il “modello Belluno” anche per il “decano” Angonese, in effetti, è una bella sfida. L’Ulss 1 è infatti un pianeta sanitario composito molto più di altre realtà venete: l’ospedale San Martino punto di riferimento provinciale, i due ospedali periferici di Agordo e Pieve di Cadore, il centro polifunzionale H24 di Auronzo di Cadore, le sperimentazioni gestionali al Codivilla di Cortina (con i privati) e alla SerSa di Belluno (con il Comune), le due Utap (con i medici di famiglia) a Longarone-Zoldo e Santo Stefano di Cadore, a cui si aggiungono per gli anziani non autosufficienti la Rsa di Agordo e fra pochi mesi la Vazzoler di Pieve di Cadore nonché per i disabili gravi la Rsa di Cusighe nel capoluogo.
PIANO PROGRAMMA PER “ATTRARRE”
Nei suoi primi cento giorni di mandato, l’ingegner Angonese ha incontrato operatori, amministratori, esponenti del terzo settore e del volontariato. Ha girato in lungo e in largo il territorio. Ha analizzato punti forti e criticità del sistema sanitario bellunese. A fine marzo ha nominato i suoi diretti collaboratori confermando Lucio Di Silvio e Angelo Tanzarella direttori sanitario e sociale e chiamando in plancia di comando per la parte amministrativa Roberto De Nes. Adesso, d’intesa con la direzione strategica e in collaborazione con il collegio (sanitario) di direzione Angonese sta lavorando a un “piano programmatico di attività” da presentare in Regione, con l’auspicio di farlo anche condividere dalle Conferenze dei sindaci e dalle forze politiche e sociali per dargli più pregnanza. Trattandosi di un percorso ai passi iniziali, il direttore generale accenna solo ad alcune linee-guida su cui intende porre l’accento. Obiettivo di fondo «un miglioramento costante e dinamico dell’offerta assistenziale grazie a un vero e proprio gioco di squadra». Forte collaborazione poi con l’Ulss di Feltre: «Le politiche di area vasta - spiega - sono un mezzo per ottimizzare le risorse e generare economie di scala, non sono un sistema di sudditanza degli uni rispetto agli altri (il riferimento va a Treviso, ndr) né tantomeno possono essere un impoverimento del contesto esistente ». Ed ecco i due risultati chiave da mettere in cantiere: «Previa ricognizione, piena consapevolezza dei fabbisogni di salute della popolazione bellunese per ottenere dalla Regione le risorse umane e finanziarie necessarie anche dal punto di vista socio-sanitario. Infine - conclude il direttore generale - per ciascuna struttura ospedaliera attivare meccanismi di attrazione di eccellenza - dall’ambito regionale e sovraregionale - per qualificarle e accrescere la casistica trattata».
Maurizio Busatta
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