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Edizione settimanale on line n. 80 del 11 ottobre 2009


LA RELAZIONE
Andrea Grillo e la libertà del prete
Grillo, teologo laico, ha tenuto la relazione teologica all’Assemblea diocesana domenica 4 ottobre

 

Un momento della giornata   Pubblichiamo integralmente la relazione del professor Andrea Grillo, tenuta domenica 4 ottobre all’assemblea diocesana di Belluno-Feltre, sul tema: «Il dono del sacerdozio: la gratitudine di tutti, il lavoro di alcuni». Vorrei cominciare da un sogno. Sognare è introdurre una nuova possibilità nel reale. È riconfigurare la vita e la storia. Da un sogno ha cominciato Giuseppe, il figlio di Giacobbe, la sua risalita dalla disgrazia mentre quelli di Giobbe sembrano lunghi incubi di disperazione; da sogni lo sposo di Maria è stato guidato verso il suo compito, mentre la moglie di Pilato da un sogno è rimasta turbata. Ha sognato Paolo e ha sognato anche Francesco, a Spoleto, mentre andava alla guerra. Nel suo sogno sentì una voce che gli diceva: «È più utile seguire il padrone che il servo». Per parlare dell’Anno sacerdotale vorrei partire da qui: ossia da questa esperienza di prova, di scelta, di cambiamento, di conversione che come in Francesco sta pure in ognuno di noi. Poniamo a tutti noi la stessa domanda: dobbiamo seguire il servo o il padrone? Proviamo a dire la stessa cosa, ma con parole più chiare, più dirette: dobbiamo essere schiavi o dobbiamo essere liberi? Ecco, qui scopriamo la prima verità che ci deve stare a cuore: siamo stati chiamati alla libertà. Dio ci ha liberati, una volta per sempre, donandoci lo Spirito per mezzo del suo Figlio, nato, vissuto, morto e risorto per noi. Questo è il primo senso della parola “sacerdote”. Sacerdote è colui che può compiere il sacrificio: in Cristo, grazie a lui, tutti possiamo compiere con lui il sacrificio, possiamo vivere non più per noi stessi, ma per Dio e per il prossimo, possiamo vivere nella libertà di accogliere il dono di amore, di misericordia e di grazia che da Dio ci viene. L’anno sacerdotale è allora un anno dedicato alla “comunità sacerdotale” che è la Chiesa, in tutti i suoi membri battezzati, resi degni del sacrificio, non estromessi dal tempio, accolti nella misericordia di Dio. Ma, lo sappiamo bene, quando diciamo “sacerdote” spesso ci dimentichiamo questa grande verità e piuttosto pensiamo a una persona particolare, al “prete”, all’uomo di Dio, al consacrato, all’uomo santo e dedito alla preghiera e alla celebrazione, al perdono e alla sequela di Cristo. Proverò allora a descrivere che cosa un uomo laico, sposato, con due figli piccoli, quale è chi vi parla, pensa del “presbitero” oggi. Ma lo farò utilizzando un metro di paragone, che è la famiglia. Come la famiglia vive la sua testimonianza cristiana e il suo sacerdozio, così il prete vive a suo modo un particolare servizio ecclesiale, su cui vale la pena soffermarsi per una breve riflessione in quattro punti, che avrà come tema quattroaspetti della libertà di cui è investito: libertà di parola, libertà di tempo, libertà di vita controcorrente, libertà di vigilanza. Il prete diventa così il testimone di una vocazione umana alla vera libertà. Il prete come “uomo libero”, che annuncia e addita la libertà dei figli di Dio. Proviamo a guardarlo con questi occhi.

LA LIBERTÀ DI PAROLA
    Il prete, con la ordinazione, si vede consegnato il Vangelo. In realtà è lui a essere stato letteralmente consegnato alla Parola. In questo modo, essendo divenuto quasi l’ostaggio della Parola, egli può veramente ascoltare Dio e il prossimo, può prendere la parola con autorevolezza, può tacere al tempo opportuno, può dare la parola a tutti, ma può anche non ascoltare le parole inopportune o malvagie. Pensate, quanto la vita del presbitero è messa alla prova dalla parola sotto cui vive. Ma pensate anche quanto questa condizione pone il presbitero diligente nella condizione di sperimentare una straordinaria “libertà di parola”. Quando ti abbeveri quotidianamente alla parola della Scrittura, della Liturgia, dell’Ufficio divino, alla parola fresca e potente del prossimo sofferente o gioioso, come puoi dar credito a quella forma pubblica di “parola vuota” che passa attraverso la voce assordante della televisione o attraverso troppa carta inutilmente stampata? La vita delle famiglie può scoprire nel prete il portatore di una libertà di giudizio, di una forza di rielaborazione della realtà di cui essa stessa ha un bisogno assolutamente vitale. Ma il prete, a sua volta, dovrà onorare la radicazione e la concretezza della vita familiare. Resterà davvero libero, liberato dalla parola, se non fuggirà in una vita “altra”, ma se resterà legato ai bisogni più elementari e più profondi del suo popolo. Così potrà davvero condurre tutti alla lode, al rendimento di grazie, alla benedizione. A queste che restano le forme di “parola libera” per eccellenza, come sa chi può ancora dire bene dei beni altrui (lodare), riconoscere che ad altri deve i beni propri e riconoscere il bene là dove tutti vedono solo male. Perché si possa lodare e non invidiare, ringraziare e non ostentare ingratitudine, benedire e non maledire. La grazia è donata a tutti, ma qualcuno “lavora” perché la si possa riconoscere. Per fare questo deve esercitare questa sovrana libertà di parola, nello stesso tempo con forza e con dolcezza, consolando e scomodando la vita di tutti, per dare a tutti le parole giuste con cui leggere dentro di sé e fuori di sé.

LA LIBERTÀ DI GUSTARE IL TEMPO
    Anche il prete, come tutti noi, porta al polso il suo bravo orologio. Ma questo è solo un piccolo indizio del combattimento spirituale nel quale è quotidianamente impegnato. Il prete sa che una parte non piccola del suo compito di ministro sta nell’offrire a tutti la possibilità di liberare il loro tempo dai lacci del tempo produttivo - certo - ma anche dai lacci del cosiddetto “tempo libero”. Perché qui sta il punto: oggi tutti noi, preti compresi, persino vescovi compresi, direi quasi papi compresi, siamo tutti a rischio di finire schiacciati tra due tempi terribili e disumani: il tempo produttivo, le 8 ore dell’operaio o le 12 ore del pescatore o le 6 ore del professore... ci schiacciano. Ma anche il tempo residuo, il tempo solo nostro, il tempo privatissimo degli hobbies o degli sport diventano facilmente dei mostri opposti, ma altrettanto mostruosi. Che cosa ci sta a fare, in questa tenaglia micidiale, il prete? Egli ricorda a tutti noi, che siamo sacerdoti quanto lui, che il tempo deve essere anzitutto riempito di lode, di gratitudine, di benedizione, di memoria grata e di promesse mantenute. Il prete non ci sostituisce, ma ci precede, ci incita, ci attende, ci sorprende. Il prete salvaguarda a ogni cristiano la possibilità di riconoscere nel “tempo festivo” la verità del tempo. Ossia il fatto che ognuno può avere un tempo proprio solo se qualcun altro ha perso tempo per lui. Di qui non si scappa. Il prete, da questo punto di vista, non esegue mai atti amministrativi, ma presiede alla festa: alle feste di battesimo o alla festa della comunità domenicale, alle feste di nozze o alla festa dell’ultimo congedo da un amico che si è spento, alla festa della riconciliazione o alla nuova missione di un prete. La liturgia è così il suo e il nostro linguaggio più profondo. Il prete può perdere tempo per la sua comunità perché la comunità possa far memoria della verità del tempo. Perché ognuno viva il tempo, anzitutto, come scrigno di un dono, come mistero di grazia, come vita pulsante e sogno in via di realizzazione. Meditiamo questa prima parte del sogno di Francesco, meditiamo su chi dobbiamo seguire, se la vita schiava, piena di parole vuote e di tempi disumani, o la vita liberata dal Signore, che è la nostra Parola e la nostra festa.

LA LIBERTÀ DI VIVERE CONTROCORRENTE
    La forma di vita del prete, almeno qui da noi, in occidente, negli ultimi secoli, ha preso una piega che dovrebbe far pensare. Pensate al falso ideale di vita libera: avere molte donne, molti soldi, molto potere. L’ideale sacerdotale del battezzato, che il prete porta alla luce sulla sua pelle, è: nessuna donna, pochi soldi, obbedienza e servizio. Quello che spesso giudichiamo semplicemente come anacronistico, o come ipocrita, o addirittura come falso, in realtà costituisce un complesso di “scelte” e di forme di vita che può diventare una vera e grande profezia. Il prete, se vive questa scelta come la propria via alla libertà - e non come l’imposizione da subire o il prezzo da pagare - riesce a testimoniare la grandezza relativa della vita familiare, della produzione di ricchezza e anche della autonomia dei soggetti. Non vivendo la famiglia, la produzione, la autonomia, il prete aiuta tutti - in primis le famiglie, ma anche le imprese e le biografie - a vivere a testa alta, senza lasciarsi risucchiare dalle logiche sessuali/generazionali, dalle logiche lavorative/ produttive, dalle logiche di emacipazione e di pretesa. Una certa distanza dai legittimi desideri non è mai per condannarli, guai se fosse così, ma per collocarli al loro giusto posto. Il prete vive così non per santificare se stesso, ma per salvare gli altri: il suo ministero per lui è un «rischio», come dice sant’ Agostino. Se le comunità potessero onorare questa assunzione di rischio - anche nella fragilità e persino nella incoerenza - questo tornerebbe a onore delle famiglie stesse e della loro complessa relazione con la differenza sessuale e generazionale, con la attribuzione di beni e di attenzioni, con l’esercizio del potere e della autorità. L

A LIBERTÀ DI VIGILARE
   Da ultimo, ma forse doveva stare in cima all’elenco, vorrei dire qualcosa su un’ultima libertà tipica del prete: la libertà di vigilare. Ora qui mi pare necessario fare una piccolissima premessa per precisare le parole. Che cosa vuol dire, secondo voi, vigilanza? Nella nostra lingua il termine ha subito una grande mortificazione: vigilanza è stare in allerta contro il pericolo. I vigili fanno le multe e la vigilanza notturna scova i ladri. Ma il prete non è affatto il vigile dell’anima, il carabiniere dello spirito o il metronotte del peccato. La vigilanza alla quale il prete dedica la propria libertà è quella delle vergini sagge, che aspettano non il ladro, ma lo sposo. Il prete, come le vergini, può vegliare in attesa del bene, può preannunciare che il bene sta arrivando, può pregustare la comunione piena. Ma lo fa in un mondo che non lo crede, in un mondo che riempie le strade di telecamere, le case di porte blindate, i negozi di sensori e di sbarramenti. Di questa vigilanza siamo tutti schiavi: questa vigilanza contro il male è figlia del peccato: è un male necessario, ma resta un male. Dobbiamo considerare l’istanza del vero vigilare”non semplicemente come uno “star desti” nel mantenere al centro i principi, i criteri e le categorie decisive per non perdere identità, quanto piuttosto come un modo di ammettere la mancanza di un principio di identità ecclesiale che possa fare a meno della esteriorità indisponibile di un Altro. Vigilanza, se declinata in questo senso, non può mai essere identificata con una forma di possesso, bensì come una radicale apertura al dono, che significa, nella casa, non tanto temere il nemico, quanto aspettare l’ospite. Essere vigilanti, da questo punto di vista, è la caratteristica di chi, sulla base di una determinata identità, ne sente tutta la precaria costituzione, la riconduce ad un principio indisponibile e quindi la fa oggetto di “cura”, di benedizione, di rendimento di grazie, di lode. Vigilare, in sostanza, significa poter ancora accedere al senso del reale come dono indebito. Se il vigilare indica una apertura e una disponibilità al nuovo, esso può trovare la fedeltà verso la tradizione solo nel rinnovarsi di una pluralità irriducibile, che ha bisogno di molta pazienza e che può essere accolta solo con grande tolleranza di tutte le sue “differenze”: così, a me pare, potrebbe essere ricostruita in prima istanza una rilettura della vigilanza non opposta alla tolleranza. Farsi toccare dalla realtà implica - appunto - una vigilanza. In questo senso la vigilanza è virtù che presuppone una valorizzazione di ciò che potrebbe essere diverso, senza scavalcarlo in una regione del necessario dove non c’è nulla da attendere. Vigilo non anzitutto perché mi aspetto il male, ma perché posso essere sorpreso dal bene. Non il male, ma il bene è sorprendente: non il ladro, ma il Signore arriva quando non lo aspetti. Il prete, per mestiere, non chiude la porta, si procura l’olio, può anche dormire, perché no, ma resta pronto e fornito di tutto il necessario per la accoglienza del bene che arriva, inaspettato. Eccoci, dunque, alla fine. Ho cercato di parlarvi del prete come uomo libero. Libero di ascoltare una parola di grazia, libero di vivere un tempo di festa, libero di restare un profeta e libero, infine, di poter riconoscere anche il bene che non si vede ancora. Tutto questo sta di fronte a lui e dentro di lui. Ma non per sé, bensì per restituirlo da dove lo ha tratto, come un dono inatteso: ossia per restituirlo e renderlo riconoscibile in Cristo alla Chiesa, grazie a Dio e al prossimo. Proprio per questo lavoro specifico di mediazione, tra una cura di sé che deve essere radicale cura dell’altro, il prete non può essere “meno uomo” per essere più santo. No. Così sono i santini, non i santi. Tutti i grandi santi sono stati anzitutto uomini e donne, a tutto tondo, e poi, attraversando in totoquesta umanità, senza sconti, sono pervenuti ad una consapevolezza più profonda, ma anche, sempre, molto più elementare. Il sogno di Francesco, che lo ha visitato quella notte a Spoleto, ha posto drasticamente una questione decisiva per la sua e per la nostra vita: chi è veramente libero? La risposta di Francesco, ma anche la nostra, fa parte della grazia che dona. Sta a noi stare al gioco, lasciarci anche noi provocare, mettere in questione. Anche noi possiamo spogliarci degli abiti della schiavitù e vestire il saio della libertà. Ora possiamo davvero concludere. La libertà che ci sta a cuore, come cristiani, come battezzati, come padri di famiglia, ha bisogno di una sporgenza riconoscibile e autorevole. Il ministero ordinato, nella chiesa, è appunto “ministero”: ricordiamolo sempre. Minister è il contrario di magister: il primo riceve il dono dal secondo. I ministri sono abilitati dal dono ricevuto. I preti sono uomini liberati dal dono di grazia, che hanno ricevuto e vogliono rendere riconoscibile, comunicabile. Ciò per cui tutti ringraziano, in loro diventa ministero, mestiere, lavoro. Sulla via della libertà tutti gli uomini, preti compresi, attraversano molte stazioni. Così vorrei concludere con una piccola ma intensa poesia, scritta da un grande santo del XX secolo, un santo teologo protestante, morto in campo di concentramento, Dietrich Bonhoeffer. Egli ha scritto questo testo, che ora noi leggiamo come cuore segreto del sacerdote che è in tutti noi: Cristo che diventa Chiesa, Dio che si fa uomo, fino a morire, consegnandosi totalmente al Padre. La poesia si intitola Stazioni sulla via verso la libertà ed è del 1944.

Andrea Grillo

 

 

(11.10.2009)