Fiabane e il tema della Via Crucis

di Giorgio Reolon

In coincidenza con l’inizio della Quaresima, le sale di Palazzo Fulcis offrono un’occasione di riflessione attraverso l’opera di Franco Fiabane. La grande rassegna espositiva, visitabile presso il Museo Civico di Belluno fino al 15 marzo, dedica una sezione – all’interno del percorso più ampio sulle committenze civili e religiose del territorio – al tema della Via Crucis, un tema caro all’artista, che nel corso della sua carriera ha saputo interpretare il mistero del dolore e della Redenzione con un linguaggio espresso attraverso diverse tecniche e materiali. Nel racconto della Passione egli vuole «rappresentare l’uomo e i suoi sentimenti»: non un Cristo astratto, ma il calvario quotidiano che si rinnova nelle vicende di ogni tempo. In mostra sono esposte tre formelle in bronzo della Via Crucis di Pelos di Cadore, cinque bozzetti a pastello, matita e penna per la chiesa di San Giovanni Bosco a Belluno (1994-1998) e cinque bozzetti a matita su cartoncino della Via Crucis della chiesa di Sargnano (1991). Nel catalogo della mostra, l’argomento è sviluppato da Alessandra Cason con un focus specifico proprio su Pelos.

L’incarico per la Via Crucis di Pelos di Cadore (1989), finanziato da una donazione privata, rispondeva al desiderio della comunità di arricchire la chiesa di San Bernardino da Siena – elevata a parrocchia nel 1960 – con un’opera degna del suo nuovo prestigio. A differenza di una sua precedente Via Crucis continua a Cortina d’Ampezzo, a Pelos Fiabane sceglie di articolare il racconto in quindici formelle, secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II. La sua interpretazione si distingue per una personale riorganizzazione delle stazioni iniziali, per la vibrante energia, la ricchezza di suggestioni espressioniste e la concentrazione del racconto, dimostrando una notevole libertà compositiva pur restando fedele alla concretezza della sofferenza.

La tecnica alterna altorilievo e bassorilievo, creando due piani di lettura: le figure centrali, scolpite con forza, emergono da uno sfondo ridotto a segno essenziale. Non compaiono paesaggi né architetture, poiché tutto è concentrato sulla relazione umana, sul gesto e sul volto. In alcune stazioni, come quelle esposte in mostra (Gesù cade a terra la seconda volta, Gesù è deposto dalla croce, Apparizione del Risorto), le figure sembrano infrangere il confine del riquadro, proiettando mani o gomiti verso l’esterno per coinvolgere direttamente lo spettatore. La figura urlante della Madre addolorata, colta in uno slancio affettivo verso il Figlio che cade e trattenuta da Giovanni, sembra riecheggiare l’intensità drammatica e quasi teatrale dello scultore quattrocentesco Nicolò dell’Arca, soprattutto nella tensione emotiva. Fiabane traduce però quell’eredità in una sintesi moderna e asciutta, dove il pathos è concentrato nel corpo e nei rapporti tra le figure, senza compiacimenti narrativi.

Vicini per stile e datazione alle formelle cadorine sono i bozzetti che Fiabane realizzò nel 1991 per la Via Crucis in terracotta della chiesa parrocchiale di Sargnano, anticipando il plasticismo più maturo messo in campo nelle Vie Crucis in bronzo per Polpet e Stra (VE), entrambe del 1993.

Inizialmente concepita come un ciclo più ampio che includeva anche la Via Lucis (il percorso del Risorto), la Via Crucis di San Giovanni Bosco fu poi ridotta per motivi economici a sedici formelle che seguono la narrazione dei Vangeli. Le figure si distinguono per un eccezionale realismo stilistico e iconografico. L’artista traduce il dramma della Passione in forme essenziali e vigorose: figure robuste e scabre che incarnano la sofferenza collettiva. Nel suo segno grafico si avverte la tensione tra il peso della croce e il dolore del sacrificio, in un racconto che non è solo religioso ma profondamente umano. Come osserva Giacomo Mazzorana nel catalogo, commentando le formelle eseguite in duralbo bianco nel 1999, l’artista cura meticolosamente i dettagli iconografici, come l’uso del flagrum (flagello) romano e il trasporto del solo patibulum (il braccio orizzontale della croce). La Passione è rappresentata come uno scontro tra il male – l’indifferenza dei discepoli, il tradimento, l’arroganza del potere – e il bene, incarnato dalla serenità di Gesù e dalla compassione di chi gli resta vicino.

Giorgio Reolon

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