Mi avevano insegnato una cosa semplice durante il percorso: in montagna si saluta sempre chi si incontra.
Non era per educazione. Non era per galateo.
Non era neppure per formalità o maniera.
Era una sorta di patto non scritto che stava tutto in una mano alzata e in un sorriso.
Quando incroci qualcuno su un sentiero non stai, infatti, dicendo solo un banale “ciao”.
Stai dicendo: ti vedo perché mi sono accorto di te. Condividiamo la stessa passione e fatica.
Se serve, ci siamo e possiamo aiutarci reciprocamente.
In montagna il saluto è allora una forma di alleanza silenziosa.
Perché lì l’ambiente è indifferente all’uomo, può diventare aspro, talvolta tragico e nessuno si salva da solo.
Poi si scende a valle.
E qualcosa cambia.
Ci incrociamo ogni giorno – in ufficio, sul pianerottolo, al bar, nel traffico – ma spesso non ci vediamo davvero. Abbassiamo lo sguardo. Scorriamo uno schermo, quasi fosse quello del nostro inseparabile smartphone. Tiriamo dritto.
Eppure anche a valle siamo tutti su un sentiero. Fatiche diverse, paure diverse, salite diverse. Ma siamo sempre esseri umani che potrebbero, almeno per un istante, riconoscersi in questo escursionismo esistenziale.
Forse dovremmo portare a valle quel saluto di montagna.
Non però quello distratto o quello automatico.
Quello vero ed autentico.
Quello che dice: ti riconosco. Non sei invisibile. Condividiamo lo stesso pezzo di strada.
Perché una società che smette di salutarsi è una società che smette di riconoscersi.
E senza riconoscimento non c’è comunità. C’è solo distanza. C’è solo una stanza con dentro il nostro disagio posto accanto ad un’altra stanza uguale.
Un buongiorno – ne siamo consapevoli – non cambia di certo il mondo. Ma può cambiare il clima umano di una giornata o di uno scampolo di essa.
E da lì, forse, nasce qualcosa di più grande.
Proviamoci. E… buongiorno!
Fabio Bristot – Rufus












Una risposta
Come al solito vai al “senso” delle cose…