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Il cavalier domenico – 1960
‘Zio’ Gino è stato per anni uno dei più stimati promotori e venditori del Caffè Bristot, il cui piccolo laboratorio di torrefazione era sorto in Belluno nel 1919 per opera del Signor Domenico[1], che mio padre chiamava ‘el Cavalier’ e verso cui entrambi avevano quasi una venerazione. L’attività avviata si dimostrò una scelta felice sia per la capacità di realizzare distinti prodotti con miscele di buon risultato che per capacità di innovare e adeguare lo stesso.

Non a caso, una ‘miscela’ economica nata con la seconda guerra mondiale, a base di orzo, ceci, ghiande e altri ingredienti, divenne assai rinomata precorrendo i tempi. Anche il nome fu magistralmente indovinato: Okebon[2], che suonava leggermente esotico, un po’ all’americana (continente da cui arrivavano le nuove mode) ma anche nostrano nel senso originale di ‘oh che buono!’ Il caffelatte della mia memoria sa ancora da Okebon e quando mi capita di poterlo fare, cerco ancora di ricreare quella mistura color nocciola chiaro in cui anche il latte, bello, di vacca appena munta, portava la sua cremosa dolcezza. Ciò vuol dire che il prodotto si è consolidato diventando quelli memorabili e ‘storici’ della storia aziendale.

Vi è da dire poi che l’odore della tostatura ha per anni contrassegnato via Psaro dove, nella storica bottega, c’era il più bel ‘servizio’ della città in fatto di capacità di offerta del prodotto, di cortesia e di stile. Le ragazze di ‘Bristot’ erano come le hostess dell’Alitalia di allora, parlo degli anni Cinquanta e Sessanta: sempre tirate ‘a lustro’ col grembiale color caffè (e ti pareva) e con tanto di bustina in testa. Mia madre frequentava il negozio e io la seguivo volentieri per diversi motivi: primo perché mi affascinava l’impianto distributivo dei vari tipi di chicchi, più o meno bruni e tostati, racchiusi in una fila di vasi di vetro dalle cui aperture anteriori le addette facevano scivolare in cartocci cartacei grani a peso per confezionare miscele secondo ricette già note o a scelta del cliente. Poi i granelli venivano cumulati nel vaso cromato del macinacaffè rosso scarlatto e partiva il ciclo di macinatura alla giusta velocità per frantumare il grano senza surriscaldarlo riducendolo in polvere non troppo fine, né grossa. Quando si apriva il cassettino del macinato finito usciva una vampa intensa e affascinante di profumo meraviglioso; poi anche perché mi regalavano spesso un cioccolatino o una giuggiola, che a quei tempi erano un lusso.
Caffe Bristot è oggi il brand più importante di Procaffe SpA, una delle torrefazioni leader in Italia e in molti paesi del mondo per il mercato dell’espresso.

In occasione degli ottant’anni di ‘Sior Domenico, ‘Ginetto’ mi chiese di aiutarlo a realizzare una specie di promozione ‘radiofonica’[3] da trasmettere durante la grande festa che si sarebbe concretizzata all’Hotel Europa[4]; una specie di telegiornale cui seguivano particolari annunci commerciali sui prodotti della Torrefazione e su varie ipotetiche curiose sponsorizzazioni. Io già da tempo, pur se quattordicenne avevo già un bel numero di imitazioni in repertorio. Così ne uscì un notiziario comico modernissimo per i tempi di cui in parte conservo la registrazione[5]. Alla festa intervennero molti amici della Compagnia d’Arte Varia Bellunese, che era spesso ‘sponsorizzata’ dal Cavaliere. Così i nostri ripercorsero a modo loro la storia di Domenico partendo dalla nascita (nella foto si vede mio padre che si rivolge ‘in veste di vecchiotta’ al neonato (il braccio fasciato di ‘ginetto’). Sotto invece, Otello Capovilla recita la poesia dell’Ottantesimo mentre i compari fanno farsa muta.

È bruciata la Chinaglia (fabbrica) – 13 aprile 1962


Stanotte ne è successa una di enorme. Qualcuno ha suonato alla porta, ho sentito mio padre dire «Oh dio, spèta che rive». Si è vestito in fretta ed è andato. Anche io ho voluto vestirmi anche se mia madre non voleva che mi alzassi ma visto che voleva andare anche lei e non mi poteva lasciare …
La Chinaglia brucia sento dire mentre andiamo sulla strada e già oltre la chiesa dei frati, verso le caserme si vede il rossore del fuoco che penetra nel buio della notte.

Ci fermano in cima alla discesa e di lì lo spettacolo è orrendo e bello perché lo stabilimento arde benissimo.
Ci sono i pompieri con le maniche d’acqua tutte puntate e in funzione, ci sono anche molti militari usciti a dar man forte dalla caserma di fronte, ma il rogo arde benissimo e la fiamma è bella e alta. Non mi rendo assolutamente conto che l’incendio sta bruciando i posti di lavoro di molte famiglie ma anche parte cara della loro vita relazionale e di interesse.

Mio padre è tornato a casa alle dieci del mattino e ha detto a mia madre: «è spento, ma occorre aspettare per vedere se resta qualcosa». Poi è tornato a prenderlo mio sàntolo Benito Mandrino e sono tornati giù a vedere se tra le macerie c’era qualcosa da recuperare, per sperare, per ricominciare.

Restò ben poco ma tutti si industriarono a fare in modo da tirare avanti fino a che fu pronto il nuovo stabilimento della ‘Veneggia’, in via Vittorio Veneto[6].
[1] Il giovane imprenditore era nato nel 1880. Giovanissimo, si trasferì a Vienna, una della capitali della ‘Belle Epoque’, punto d’incontro di filosofi, scrittori, scienziati ed imprenditori, dove strinse numerose e stimolanti amicizie. Tra queste una in particolare fu decisiva per il suo futuro, quella con un torrefattore che lo introdusse nell’affascinante mondo del caffè.
[2] Okebon è del 1939.
[3] Ho conservato il brano che risulta inserito nei CD-DVD allegati (nell’idea di Gianni c’era una monografia con appendice documentaria allegata, ndr). La registrazione fu fatta con un registratore ‘Geloso’, Gino Manolli è in funzione di speaker, mentre miei sono gli abbozzi di imitazione di personaggi popolari dei media di allora.
[4] 22 settembre 1960
[5] Allegata nei CD/DVD di Archivio.
[6] Forse non tutti conoscono alcune particolarità legate alla ditta che, per prima, introdusse il concetto – e la sostanza – di ‘lavoro in fabbrica’ modernamente inteso, nella città di Belluno. Alla fine degli anni Trenta del secolo scorso, Dino Chinaglia aprì il suo laboratorio nell’allora Piazza Campedel, a due passi dal Teatro Sociale (oggi Comunale) nei locali dove, qualche decennio dopo, trovarono collocazione l’Ufficio Turistico prima e la Birreria San Marco dopo. Tra le curiosità merita segnalare tra le prime produzioni, due modelli di Grammofono con motore a molla, inscatolati in legno e ricoperti in finta pelle blu l’uno e rosso l’altro, con mimetizzata all’interno la tromba meccanica amplificatrice del suono, a sostituire le ingombranti trombe metalliche esterne sino allora impiegate. Il tipo di dischi utilizzati era quello unico in lacca a 78 giri, allora in voga. Una novità si ebbe nel tempo, con l’applicazione ai modelli prodotti del motore elettrico, che giustificava la denominazione della ditta di ‘elettrocostruzioni’ produttrice.



Parallelamente, nello stesso periodo, sempre con scatola in legno ricoperta da finta pelle colore blu, la Chinaglia si cimentava anche nella produzione di un modello di apparecchio fotografico a ‘box’ per pellicola formato 6 x 9, secondo un modello americano allora in voga ispirato alla famosa ‘Kodak camera’. Peraltro, migliorata e perfezionata nel tempo, nonostante il periodo bellico, la produzione degli strumenti di misura elettrici, particolarmente voltmetri, negli anni Cinquanta la Chinaglia lanciò un primo modello di apparecchio fotografico di un certo pregio interamente metallico. La marca coniata era Kristall e l’apparecchio era una buona copia della famosa tedesca Leica con ottiche intercambiabili (passo Leica ovviamente) Steinar, della casa francese Berthiot. e otturatore con velocità di scatto da 1/20 fino a 1 /1000. Nel giro di qualche anno se ne produssero alcune centinaia con varie sigle, la Kristall 2s e la Kristall 3s e, nel 1953, si affiancò il modello Kristall 53. La distribuzione venne affidata alla ditta Guido Nonin di Milano, ecco perché alcuni modelli portano la sigla G.N.M. Una buona campagna pubblicitaria nazionale sulla stampa sembrò offrire una interessante prospettiva di vendita al prodotto, peraltro a Pordenone venne nello stesso periodo costruita una macchina fotografica molto simile la Sonne e, la concorrenza del momento, unita alla mancanza di accordi, fecero in breve cessare entrambe le produzioni. Merita ricordare pure che, nello stesso periodo, sulla scia dello sviluppo del cinema a passo ridotto 8 mm in Italia, la Chinaglia si cimentò, per breve periodo, anche nella costruzione di due modelli di moviole amatoriali (i dati sono stati forniti da Ivano Pocchiesa). Lo stabilimento di via col di Lana, cominciò la sua attività nel 1940 e si specializzò negli anni seguenti, nella produzione di strumenti di misura, come voltmetri, amperometri e ‘tester’ multifunzione, venduti sia in Italia che all’estero. Dopo il rogo, il nuovo stabilimento della Veneggia, entrò in produzione a tempo di record e nel 64 aveva ripreso le forniture. L’azienda fu in seguito associata e poi venduta dalla famiglia Chinaglia alla Carlo Gavazzi spa che la mantenne in loco fino a fine secolo, dopo di che venne ridimensionata e trasferita in piccolo nella zona di Safforze. Il fabbricato fu invece venduto e risulta usato poi da una concessionaria d’auto.
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