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domenica 18 Gennaio 2026,

Da Belluno a Cracovia: la straordinaria avventura di Tomaso Dolabella, pittore tra arte e corte reale

Dolabella arrivò in Polonia nel 1596, dove rimase come pittore di corte fino al 1609

Storia e geografia giocano strani scherzi nel corso dei secoli, creando miraggi che poi scompaiono appena cambia il vento. Nel corso del Seicento, mentre Venezia viveva la drammatica crisi della guerra di Candia, che avrebbe praticamente cancellato i domini della Serenissima al di fuori dell’Adriatico, anche la terraferma dell’alto Piave viveva la parallela contrazione e scomparsa della secolare filiera delle spade, soppiantate dalle armi da fuoco, con il progressivo inaridimento di miniere, fucine, taglialegna, carbonai e fabbri spadari.

In quegli anni il miraggio economico, per i più intraprendenti avventurieri bellunesi, era l’astro nascente del regno di Polonia, che dopo l’associazione con il granducato di Lituania era diventato la nuova superpotenza militare ed economica europea, in grado di tenere a bada russi e tedeschi così come svedesi, tatari e perfino il sacro romano impero asburgico. Parliamo di un’entità al centro di una realtà geografica e politica immensa, la più vasta nell’Europa di allora, che si estendeva dal Mar Nero al Baltico, in un territorio che oggi è diviso tra Polonia, Ucraina, Repubbliche Baltiche, Bielorussia e Russia.

Dopo una mezza dozzina di frati francescani, eretici poi finiti al rogo (come Giulio Maresio nel 1567), visitatori apostolici e inquisitori bellunesi che avevano già trovato rifugio a Cracovia nella seconda metà del Cinquecento, il primo che all’inizio del nuovo secolo riaprì la strada verso il regno di Polonia fu un pittore, passato alla storia con il nome di Tomaso Dolabella (a cui è intitolata una strada a Cavarzano). Un ruolo da apripista che ebbe ripercussioni notevoli. Negli anni 40/50 del Seicento saranno infatti bellunesi, oltre al Dolabella che fu il maggiore pittore al servizio della casa reale, e che dipingerà il Crocifisso sull’altar maggiore del castello di Wawel a Cracovia o gli affreschi sulle pareti della cappella della Madonna nera di Czestochowa, anche due personaggi che abbiamo già incontrato attraverso questa rubrica nei mesi scorsi. Parliamo del sacerdote ed agente segreto Michele Bianchi, più noto con il suo pseudonimo Alberto Vimina, e Tito Livio Burattini, uno scienziato ed avventuriero che fu a capo della Zecca e delle miniere.

Come scriveva nel 1897 don Francesco Pellegrini, il traghettatore tra Otto e Novecento della storiografia bellunese dall’aneddotica municipalistica alle nuove metodologie multidisciplinari, anche se non abbiamo alcuna prova documentale di un loro incontro, “non andrebbe lungi dal vero chi pensasse di attribuire alla buona fortuna dell’uno [il Dolabella], l’andata e il successo degli altri, i quali seguirono l’esempio del primo; e che forse ne speravano o ne ebbero ajuti ed appoggi” (F. Pellegrini, Tre bellunesi in Polonia nel secolo XVII, “Studi Bellunesi”, 2 – 1897, n. 7, pp. 73-74).

Il primo a riprendere la via della Polonia dopo quel vorticoso andirivieni di frati francescani fu proprio il pittore Tomaso Dolabella (1570-1650). Nato a Belluno, aveva iniziato a dipingere negli anni in cui il Manierismo aveva ormai diffuso l’influsso di Tiziano, della sua scuola e dei suoi numerosi e spesso straordinari epigoni (dal Tintoretto allo Schiavone, dal Palma il Vecchio a El Greco) ben al di là dei confini del Veneto. Allievo del greco Antonio Vassilacchi, detto l’Aliense, lavorò nella sua bottega veneziana fin dal 1585 per poi collaborare col maestro nella sua produzione dei primi anni Novanta, dai Santi Apostoli a Venezia alla sala del Senato di Palazzo Ducale, così come per i Benedettini di Perugia e nel grande ciclo bellunese (Ultima cena, Orazione nell’orto, Bacio di Giuda e Flagellazione) per la chiesa di Santa Croce, eseguito nel 1591-92 e finito disperso in età napoleonica dopo la demolizione totale della chiesa trecentesca per fare spazio ad una nuova strada, l’attuale via Primo Novembre al termine di via Mezzaterra.

Il re di Polonia Sigismondo III Wasa, già cliente dell’Aliense, gli propose di trasferirsi a Cracovia come pittore di corte. Il Vassilacchi rifiutò, ma suggerì invece di mandare al suo posto il suo “primo aiuto”. Proposta accettata e il bellunese Dolabella arrivò a Cracovia nel 1596, dove rimase come pittore di corte fino al 1609, quando il re si trasferì a Varsavia, mentre il Dolabella, che nel frattempo aveva preso moglie, scelse di rimanere a Cracovia, al servizio dei potenti ordini religiosi locali. È in questi anni, tra il 1609 e il 1611, che eseguì gli affreschi (molto rovinati dalle continue ridipinture e da maldestri tentativi di restauro) della cappella dove è conservata la Madonna Nera di Cczestochowa, così come i dipinti che decorano la cappella reale del castello di Wawel, dove si trovano le tombe dei re di Polonia e dove si celebravano i matrimoni reali.

Da allora e fino alla sua morte, avvenuta a Cracovia il 27 gennaio del 1650, il Dolabella continuò a dipingere per una vasta committenza sparsa in tutta la Polonia. In particolare, negli anni in cui Michele Bianchi/Alberto Vimina risulta essere stato presente in Polonia, cioè a partire dal 1647, il Dolabella dipinse a Gniezno e Krosno, oltre che a Cracovia e per i nuovi palazzi reali di Varsavia. Sono suoi, inoltre, mlti ritrati, spesso a figura intera, nei maggiori notabili della corte.
Un personaggio la cui fama ha patito il crollo della potenza polacco-lituana, progressivamente ridimensionata fino alla spartizione tra Russia, Austria e Prussia, arrivata fino alla Grande Guerra. Altrettanto non fu aiutato dalla sostanziale dimenticanza nei suoi confronti degli storici dell’arte bellunesi e veneti fino alla fine dell’Ottocento. Adesso una monografia su Antonio Dolabella sarebbe non solo finalmente possibile ma anche doverosa.

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