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giovedì 29 Gennaio 2026,

L’azzardo e la paura che ai dadi esca la cifra più bassa

L'arabo zahr significa «dado» e «zara» era il numero più basso dei dadi

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L’azzardo. Sì, anche la parola azzardo va ricondotta all’arabo. È il rischio connesso col gioco, la possibilità che la puntata vada storta, che la sorte ci riservi una brutto finale. Anzi, per essere precisi: che ai dadi esca la cifra più bassa. Con la paura di perdere tutto.

L’arabo zahr significa «dado» e «zara» era il numero più basso dei dadi. Si tratta di una parola ben nota all’italiano antico e ai dialetti italiani. La usa anche il sommo Dante nella sua Commedia, Purgatorio, VI:

«Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara;

con l’altro se ne va tutta la gente;
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
e qual dallato li si reca a mente;

el non s’arresta, e questo e quello intende;
a cui porge la man, più non fa pressa;
e così da la calca si difende».

Ma possiamo citare anche altri grandi della letteratura che fanno riferimento al gioco della zara, Ludovico Ariosto per esempio.

Bene. Se in Italia l’arabo zahr diventa «zara» e «zaro», in Spagna la parola prende invece la forma «azar» da cui poi deriva il francese «hazard» che a sua volta passa in Italia come «azzardo». Che giri compiono, le parole!

Da «zara», gioco che si fa con tre dadi, nasce anche un aggettivo di cui troviamo traccia nel Trecento: è «zaroso» che poi voleva dire proprio «rischioso».

La parola «zara», d’altra parte, era nota anche a Venezia: «Zara chiamavasi poi un giuoco ch’era in uso anticamente in Venezia, cioè nel secolo XVII, e facevasi con tre dadi. (…)» spiega Boerio a metà Ottocento.

Sempre restando vicino a noi bellunesi, si occupano dell’azzardo gli statuti medievali di Treviso ed è per vietare proprio il gioco ai dadi: «Decernimus quod nulli masculo sive femine in civitate, burgis sive districtu Tervisii liceat ludere ad taxillos, ad açardum vel cum alio instrumento facto in fraude taxillorum seu ad aliquem ludum biscacie…». …Chiaro?


Molti studi sono stati pubblicati sulle parole che vengono dall’arabo e che compaiono nell’italiano e nei nostri dialetti. Ma il riferimento più importante (sul quale si basa anche questa nostra rubrica «Ma parlo arabo?») è costituito dai due volumi «Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia», opera che porta la firma del glottologo agordino Giovan Battista Pellegrini. La pubblicò nel 1972 per Paideia Editrice Brescia, con una dedica: Alla memoria di mio padre dr. Valerio Pellegrini, nato a Lozzo di Cadore nel 1879 e morto a Cencenighe Agordino nel 1958. I Pellegrini erano una famiglia di farmacisti, originaria di Rocca Pietore, che per lavoro si spostò in Cadore per poi tornare in riva al Cordevole.

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