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giovedì 5 Febbraio 2026,

“Band Iti” alla Baita (e altri gruppi)

«Il futuro è già passato ovvero mi, Belun, i Belumat e le bele compagnie». 39a puntata

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Le Ombre 

Le Ombre, con Giorgio Fornasier.

Il gruppo rock bellunese più agguerrito dei primi anni Sessanta fu senz’altro quello de Le Ombre, nato all’inizio del 1963. Giorgio Fornasier entrò a farvi parte poco tempo dopo sostituendo egregiamente, nella funzione di chitarra bassa e voce solista, Riccardo Savaris che le aveva fondate assieme a Sergio Nadalet (chitarra solista), Franco Comin (tastiere) e Bepo Graziani (batteria). Tutti autodidatti, erano dotati di grande grinta e tenevano un vasto repertorio sempre aggiornato. Macinavano chilometri pur di fare da apripista nei concerti dell’Equipe 84, dei Delfini o dei New Dada quando arrivavano in zona o più semplicemente passavano sabati e domeniche nelle balere provinciali portando con i nuovi autori e cantautori italiani (Equipe, Nomadi, Battisti) le musiche per chitarra degli Shadows e le prime canzoni dei Beatles. Giorgio si era persino guadagnato il soprannome di ‘barbier’ per qualche mancanza a scuola il lunedì mattina, causa ritirate effettuate a notte troppo fonda.

Band Iti (fine ’65)

Con gli amici del CTG: Gianluigi Secco alla chitarra, Giorgio Ghè alle spalle con l’armonica a bocca e i giovani Laura Romano e Ennio Colferai.

Dopo l’exploit di fine giugno, la mia carriera nei Pionieri si esaurì, dato che i componenti per studio o per lavoro erano finiti distante gli uni dagli altri. Così, per molto divertimento e un assai piccolo franco[1] ci inventammo dei complessini a obiettivo, come si direbbe oggi, ovvero nati per suonare all’occasione, diciamo a fine anno. Quello del ‘65 l’avevamo denominato la Band Iti per la recente comune appartenenza a quell’Istituto ed era formato da Momi Zornitta alla fisarmonica, da me alla chitarra e da Elso Dal Pont alla batteria: era proprio da sbrego nel senso che puntava molto su alcune canzoni ad effetto per poi passare a un repertorio sonnacchioso e ruffiano con canzoni tipo Amapola o il Valzer delle candele – tanto si sa che l’occasione di stringere la compagna rende meno sensibili alla melodia i ballerini cui basta far tenere il ritmo sempre lento.

Quell’anno fummo ingaggiati per il veglione di Capodanno alla ‘Baita’, a Mussoi. Momi era un signor fisarmonicista e pur essendo un autodidatta viaggiava preciso e sciolto riuscendo praticamente a tenere su da solo un vasto repertorio, specie tanghi valzer e mazurche. Io cantavo alla meglio ed ero specializzato in hully gully (Siamo i Watussi), twist (Speedy Gonzales) e nel brano W la pappa col pomodoro, durante il quale qualcuno si era messo a fare il trenino e così succedeva ad ogni minimo segno di replay. Così, quando le forze calavano o serpeggiava un po’ di stanchezza… via con la pappa a rigenerare l’entusiasmo. Feci anche qualche intervento come imitatore cabarettista: insomma ci divertimmo sia noi che il pubblico, e finimmo stanchi morti ma soddisfatti. Il successo ci fruttò una immediata richiesta di disponibilità anche per l’anno successivo: fantastico! con un anno di anticipo!

I fratelli Rota e Giuliano Cabbia

Qualche anno dopo suonai coi fratelli Rota[2] (Silvio al pianoforte) che erano di quelli con anni di orchestrina sulle spalle e che furono gentili con me e prodighi di consigli; io continuavo a suonicchiare e mi andava bene perché gli accordi erano abbastanza semplici e ripetitivi

Ricordo un Capodanno alle ‘Torri’ del Nevegàl. Al tempo molti concittadini cominciavano a pronunciare il nome del colle Nèvegal, alla americana. Improvvisai un bella canzonatura sull’argomento e il monologo uscì così sciolto da suggerirmi di insistere.

Comunque non mancavano buone orchestrine. La più valida era probabilmente quella capitanata da Giuliano Cabbia, ottimo pianista[3] divenuto famoso per essere stato la giovane mascotte dei ‘Blu Devils’ americani che se lo erano portato in America per curarlo. Nel ’47 alla sua vicenda di bambino feltrino accecato dalle schegge di una bomba si era ispirato anche un film che ebbe una certa notorietà[4]. Forse era la limitazione di quel senso a focalizzare altrove la sua sensibilità che trovava sfogo in una personalità musicale fuori del comune. Non a caso si era dedicato per anni alla musica classica approdando alla leggera e a al jazz solo negli anni Sessanta[5]. Me lo ricordo per aver fatto parecchie serate di ‘arte varia’ con lui, specie nel Feltrino, in compagnia di Giancarlo dal Prà, altro bravo poeta, i pittori Scarisi e Addis Pugliese e Lucio, Pugliese pure lui, barbiere con ambizioni tenorili, perfetto ‘figaro’ sempre in ebollizione.

Lasciare segno

Una sera, finito lo spettacolo, scendemmo da Feltre vecchia per andare con Lucio a casa sua. Non so chi gli aveva portato 2 bottiglioni di clinto misto mericana e bacò, ma di vigna al sole, su per le giare di Arson: «Roba che imbàlsama», diceva, lasciata là per una quindicina di giorni, per festeggiare la serata. Finalmente faceva un po’ fresco dopo una giornata torrida e l’idea di un buon bicchiere di vino beverino, non dispiaceva. «Ma varda che questo la fà grado continuava … l é na specialità… co te l prova, el lasa l segno»! Tirò fuori i bottiglioni, li mise sul tavolo, preparò i bicchieri. Il vino appariva denso, scurissimo e sulla superficie limitata dal collo della bottiglia presentava un filino rosa carico sulla corona esterna. «Me par che l bóie» – gli dissi. E Lucio: «Vutu che bóie che»! Cominciò  l’operazione di stappo, ma come prese il collo per la mano, fatalità del limite, il tappo partì da solo con uno schiocco secco e una colonna di schiuma viola si alzò verso il soffitto e rimbalzò sempre allargando il tiro precipitando sul tavolo e su di noi. L’effetto sorpresa c’era stato, eccome. Lucio allora si precipitò a prendere la strana bomba per cercare di spostarla nel lavandino ma così facendo irrorò abbondantemente un paio di pareti della stanza dato che il getto non intendeva scemare. Ancora un mezzo minuto e la quiete ritornò. Giancarlo sbottò: «de seguro el segno lo à lasà … e ghe n è restà bastanza par sajarlo»!

Belli e innaffiati tutti abbiamo riso tranne Lucio, la cui moglie tornava il giorno dopo dalle ferie.

La compagnia del Trivelin

Viola. Il fiasco.

La sede stava sulla salita che portava a Porta Oria. L’idea di ritrovarci assieme era stata di Giancarlo Dal Prà, fine ed amoroso poeta in Feltrino, dalla corpulenza imponente che celava invece una naturale gentilezza. Tra i soci erano tutti gli amici della ghenga cittadina già menzionati o che capiteranno in queste righe. Il testo ispiratore era ovviamente quello delle ‘Rime vinose’, la bella raccolta di poesie che Giancarlo recitava sempre volentieri e con un certo compiacimento: vino buono e cultura come binomio da  far sgorgare dalle menti come essenze spumanti. Nulla più consono di un ‘trivelin, cioè di un cavatappi per illustrare l’intenzione.

Vacanze coatte

«Con l’altro Gianni» a Rimini.

Ieri come oggi, seguire i genitori in vacanza è cosa odiosa per i figli sopra i quindici anni.  Una volta però sono riusciti a farcelo fare (per una settimana) e con l’altro Gianni sono tornato a Rimini. Eravamo pesci sulla sabbia romagnola e non sono valsi i dancing veri a lenire la lunghezza dell’attesa di tornare a Fener. Non riuscivano in effetti a capire perché amassimo tanto quel piccolo paese né cosa mai sapesse offrire per chiamarci così forte. Non sapevano quant’erano belli e dolci i nostri sogni in sospeso ad ogni partenza d’autunno, e questa forse era l’ultima ‘chance’.


[1] Misera remunerazione.

[2] Silvio, il pianista, faceva l’odontoiatra, Mario, il medico che amava l’ornitologia (scrisse due notevoli volumi).  ?? Livio Vanzetto al contrabbasso.

[3] Diplomato in pianoforte nel 1957 presso il conservatorio G. Verdi di Milano, si trasferisce poi  negli Stati Uniti dove frequenta i corsi di composizione e arrangiamento di musica jazz nella prestigiosa July Hartt School of music di Hartford (Connecticut). Per alcuni anni si è dedicato all’attività concertistica e si esibisce in importanti festival da Jazz negli Stati Uniti come al ‘Detroit International Jazz Festival’, l’’Art Tatum Jazz Heritage Festival’ di Toledo in Ohio e il ‘Baltimore Inner Harbor Jazz Festival’.

[4] La mascotte dei diavoli blu, nel 1948.

[5] Credo fosse del ’39.


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