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martedì 10 Febbraio 2026,

Le foibe, l’esilio: il dovere del ricordo

Le interviste a Noemi D'Incà e Egea Haffner

Sul numero 6 dell’Amico del Popolo “di carta” del 5 febbraio 2026, in distribuzione questa settimana (su abbonamento, in edizione digitale e in edicola), puoi leggere per intero le interviste dedicate al Giorno del Ricordo. Sfoglia il giornale, non perderti il piacere delle notizie impaginate, della grafica, delle evidenze.

Lo disse davanti a tutti, durante la cerimonia annuale al piazzale Vittime delle Foibe, a Belluno: «Sono vecchio e ormai avevo perso le speranze che qualcuno portasse avanti la nostra storia. Poi sei arrivata tu come un angelo, credo che Dio abbia ascoltato le mie preghiere e mi ha mandato te». Oggi non c’è più Giovanni Ghiglianovich. Disse così, lo storico presidente provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, riferendosi a Noemi D’Incà. Bellunese, nata nel 1986, è lei a guidare il Comitato 10 febbraio per la provincia di Belluno.

Noemi, da dove nasce questa passione per le vicende degli italiani d’Istria, per il ricordo delle foibe, dell’esilio? Anche lei ha origini istriane?
«Non ho origini istriane. Ho conosciuto la vicenda da giovane, quando avevo 15-16 anni, ascoltando Siro Maracchi. Era una storia di cui non si parlava, nemmeno nelle scuole: all’inizio l’argomento mi ha incuriosito proprio perché… nessuno ne parlava. In realtà io mi impegno perché è la nostra storia, una storia che deve venire a galla, che tuttora ha dei punti non chiari, tutto qua. Erano italiani loro, siamo italiani noi: ho sentito raccontare tante vicende dagli esuli e a più d’uno ho promesso – in particolare a Ghiglianovich – di portare avanti il loro ricordo, la memoria che quelle terre erano italiane e i patimenti che quella gente ha sopportato per farle rimanere italiane».

Che cos’è il Comitato 10 febbraio?
«Nasce con la legge 92 del 30 marzo del 2004, insieme al Giorno del Ricordo. Il 10 febbraio 1947 l’Italia firmò i trattati di pace di Parigi in base ai quali cedette alla Jugoslavia ampi territori della Venezia Giulia. Noi organizziamo eventi in tutta Italia, per il 10 febbraio ma anche in ottobre per ricordare Norma Cossetto, a cui il presidente Ciampi attribuì nel 2005 la medaglia d’oro al merito civile. Poi manteniamo i rapporti con le comunità italiane dell’Istria, di Fiume, della Dalmazia, mandiamo i ragazzi in quelle terre, inviamo libri in italiano. Teniamo i collegamenti con i molti esuli nel mondo, in Australia, a Belfast, a New York, e con i loro figli». (…)
Luigi Guglielmi

Infanzia spezzata, memoria viva
La storia di Egea Haffner

C’è un’immagine che ha attraversato i decenni e i confini, diventando simbolo di un esodo e di un’infanzia spezzata. Ma prima ancora della fotografia, prima ancora della valigia di cartone e degli addii sul molo, per Egea Haffner ci sono alcuni ricordi che resistono più di ogni altro: il profumo dei pini affacciati sul mare di Pola e dei ciclamini raccolti nel giorno di Pasqua, l’aria frizzante, i passi sulle pietre calde.

In quei frammenti sensoriali si condensa non solo la storia di una bambina costretta a partire, ma anche il legame indissolubile con una terra che non ha mai smesso di appartenerle. Perché a volte la memoria non passa dalle parole, ma dall’aria che si respira e dai suoni che restano dentro, ostinati e vivi.

Simbolo della tragedia dell’esodo istriano-dalmata, Egea nasce a Pola il 3 ottobre 1941 da Kurt Haffner ed Ersilia Camenaro. Orfana di padre ed esule, abbandona Pola nel luglio 1946 per raggiungere Cagliari insieme alla madre. Nel 1947 è affidata alla nonna e agli zii paterni che si erano stabiliti a Bolzano. Dal 1972 vive a Rovereto, pochi anni fa ha perso il marito, ma è circondata dall’affetto delle due figlie e delle sei nipoti.

Nel 1945, quando suo padre scompare, inghiottito nelle spaventose voragini carsiche, Egea è solo una bambina. «Abitavamo dietro l’arena, in un appartamento in affitto al piano terra», racconta Egea. «La sera del 4 maggio mamma stava trafficando ai fornelli, papà era appena tornato dalla gioielleria. Poi tre colpi imperiosi alla porta. Io ero già a letto oppure ero rimasta a dormire da nonna Maria, non l’ho mai saputo, ma ho immaginato tante volte la scena. Erano i titini. Quella fu l’ultima volta che mia madre vide mio padre. Lui mise la sua sciarpa di seta blu a quadratini azzuri e uscì. La stessa sciarpa che rivedemmo qualche giorno dopo a collo di un titino. Mio padre aveva solo 26 anni quando venne ucciso». (…)
Martina Reolon

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