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giovedì 12 Febbraio 2026,

Sul palco con Mike Bongiorno!

«Il futuro è già passato ovvero mi, Belun, i Belumat e le bele compagnie». 40a puntata

Tutte le puntate

Plao station 

A marinare la scuola ci si pensava solo alle superiori e il problema non era tanto assentarsi o la paura di un brutto risultato in pagella (almeno per me), quanto perché nella stessa comparivano anche le ore di assenza nel trimestre, e visto che bisognava farla firmare e che anche i genitori sapevano della prassi, l’unica soluzione era diventare maestri di tecnica scoloratoria. Avevo avuto in Toni detto ‘Scolorina’, ripetente di quarta, un ottimo pilota, dopodiché acquistai la chimica sostanza, della carta assorbente e mi procurai un lisciatore d’osso. Feci molte prove su vari tipi di supporto e riuscii, in terza, anche a farmi dare una pagella vuota recuperata in segreteria. Allora le schede di valutazione si scrivevano a inchiostro ed era una fortuna perché la scolorina faceva miracoli, bastava non eccedere per non indebolire la carta: allora sì che il guaio sarebbe stato irreparabile. Il vero problema non si presentava la prima volta ma nel dover modificare i dati in andata e ritorno, ripetutamente, dato che i trimestri erano tre.  La strategia era cercare di toccare meno possibili il segno; di togliere la sola prima cifra, di trasformare 8 in 3, 7 in 2, ma senza esagerare; soprattutto pressare il foglio attorno al segno rendendo la carta quasi impermeabile, poi usare il liquido abbondando ma solo sulla traccia, con precisione, prima il solvente, attendi, poi il reagente, attendi, quindi assorbire e lasciar asciugare perfettamente: tutto come nuovo. Non avere fretta di sovrascrivere; usare un inchiostro adatto (facile da sciogliere). Ricorda che se comunque hai buoni voti in pagella i genitori sono meno sensibili alle ore di vacanza autoprocurata e magari uno dei due chiude un occhio firmando in nome collettivo e memore dei propri trascorsi [chissà oggi come fanno se lo fanno – le biro sono tremende].

Belluno, Birreria Pedavena, dalle Fabbiane.

Da noi, marinare la scuola si diceva fare plao e non ho mai fatto indagini sul significato della parola; so che in altre zone si dice brusar, far brucio, tajar[1]. Le mete preferite nei primi anni Sessanta erano, in periferia, il Texas a Cavarzano e il Bel Sit, verso Salce. In centro, si optava per il Mirapiave e, soprattutto per il Pedavena, particolarmente usati in caso di ‘permessi’ fasulli e mirati ad evitare catastrofi prevedibili, di durata al solito limitata a una o poche più ore. Per un certo tempo andò di moda anche la terrazza del Bar Astor, forse troppo allo scoperto. Il mio luogo prediletto era  la Birreria Pedavena, all’angolo di via Tissi con via Gabelli, di fronte al Parco, per l’ambiente familiare e il conforto delle sorelle Fabbiane, che lo gestivano ed erano, specie la più giovane, molto pazienti. Non era raro che capitasse in sala anche qualche professore di vedute larghe o già affezionato cliente ai suoi tempi. Ricordo il bancone tutto di rame con i finti fusti in rovere da cui si spinava la birra. Se ne beveva una al mattino perché le risorse erano scarse, centellinandola per non sentirsi chiedere se ne volevamo un’altra. I giochi? Scala quaranta oppure brìscola, tresette o scopa all’asso: vècia in caso di raduni numerosi. Altro accompagnamento tradizionale era il fumo fatto di tirate a nazionali e alfa talvolta prese ‘sciolte’ (non a pacchetti interi). Per le ombre si prediligevano le osterie di via Mezzaterra, per le risse si andava sicuramente al Texas[2].

La sfida col Colotti

Sul fatto che l’ITI Segato fosse la miglior scuola di Belluno, non  c’erano dubbi; specialmente non ne avevano le maestrine dalla Catullo che erano l’istituto gemellato direttamente per volontà dalle basi. L’incomodo annuale, semmai era l’Istituto Colotti di Feltre che ci sfidava alle Provinciali di atletica tutti gli anni[3], con rare annate di brivido per noi (sempre felicemente vinte[4]) e canzonacce rituali per loro tra cui quella del Ragioniere di ispirazione goliardica. Vincente in assoluto era però il nostro inno … Bale, bale, bale rose e zale, per battere il Segato ci vuol la nazionale …Bale bale...

L’ultimo 13

Finì anche l’epopea del rugby 13 dopo anni di fatiche, non senza un bagliore finale. Il Belluno arrivò infatti alla serie A e per celebrare l’avvenimento gli fu concesso di giocare le partite interne allo stadio comunale di Baldenich anziché nel campo ‘storico’ della Rossa (vicino alla pista dell’aeroporto). Ricordo la cosa perché ricordo una partita contro il CUS Padova e soprattutto la partita col CUS Torino[5], dato che, in quel caso, ero uno delle giovani riserve della squadra. Pur non entrando in campo, senza aver quindi toccato palla, mi vanto egualmente essere giunto a quel traguardo.

Poi arrivò la moda del 15, dopo breve tempo il Rugby Belluno dovette riformarsi, senza comunque perdere la passione: la squadra esiste e gioca ancora oggi.

L’Associazione Sportiva Rugby Belluno, riprese la propria attività nel 1969-70 partecipando al campionato nazionale di Serie D.

I benemeriti del nuovo Rugby Belluno arrivarono ovviamente dal 13. Col professor Oscar Fabrizi, ci furono i miei vecchi compagni di gioco e coetanei Celeste Bortoluzzi, Piergiorgio Giacon, Ezio Veronese, e ancora Paolo Roldo e Gianfranco Da Rif che in seguito ricoprì per anni la carica di Presidente.

Nel 1975 iniziò l’attività giovanile con le formazioni Under 11-13-15 e nel 1980 l’attività delle squadre Under 17 e Under 19[6].

Il campo della Rossa fu di seguito spostato a Safforze in fianco a Villa Montalban che oggi  funge da sede. All’alba del 2010 il Rugby Belluno milita in serie B con poca fortuna.

Lo scorso anno l’amico Giacon mi ha chiesto di scrivere un inno per il club ma lo farò solo quando nel sito ufficiale dell’Associazione comparirà la parte iniziale di questa bella storia, quella del ‘tredici’ che ho succintamente descritto nelle pagine precedenti e che sembra, ahimé, mai stata vissuta.

Matricole

Iti, 1964.

All’ITI c’era l’usanza, mutuata probabilmente all’ambiente universitario, di far pagare la ‘matricola’ ai nuovi arrivati in Istituto. In realtà l’imposizione era più che altro intenzionale e non ricordo che qualcuno ci abbia mai dato il becco di un quattrino. Era però  l’occasione di fare una cena assieme e di combinare qualcosa in allegria. La nostra la facemmo in dicembre, poco prima delle vacanze di Natale. La musica non poteva mancare e il complesso della V° B era formato da me, Paolo dal Pont e Berto Colle.

La ‘matricola’ consisteva in un cartoncino d’identità con una poesiola d’accettazione e d’invito al rispetto per le nuove leve[7]

Quella sera Roberto fu particolarmente pimpante. 

Qualche mese fa lo ho trovato sotto casa, in via Garibaldi dove abito anch’io e gli ho detto di venir su un momento, «ho trovato una vecchia foto dell’ITI, dove facciamo casino assieme»!

– «Doman, doman vegne, vegne pena che ò temp»

Ho visto la sua epigrafe, per sbaglio, l’altro ieri all’angolo di Piazza Campedel.

Oggi siamo e domani non si sa.

Diploma

La vigilia dell’esame, 1965.

La sera della vigilia degli esami di stato, era il 31 giugno 1965, la mia concentrazione non era tesa al tema di italiano ma alla prova da sostenere sul palco del comunale dove c’era nientepopodimenoche Mike Bongiorno a caccia di giovani talenti: con me, c’erano tutti quelli della mia età e razza, che già sono comparsi in questo scritto[8]. Avevo fatto fatica ad avere il consenso di mia madre ma alla fine la mia esibizione come imitatore ebbe buon esito con i complimenti dell’organizzazione.

Belluno, Mike Bongiorno e Gianluigi Secco.

Anche i miei esami diedero esito positivo anche se con risultati diversi dalle aspettative: un otto in diritto ed economia e un sei in italiano che mi andava stretto avendo, mi pareva, motivato nel dettaglio perché tra Dante e Boccaccio preferivo decisamente quest’ultimo. Solo che il presidente della commissione era un dantista. Doppio bene dunque.

Il mio diploma di Perito Industriale specializzazione Meccanici Elettricisti è datato 1 agosto 1965.

IL GAZZETTINO (2? Luglio 1965)
TUTTO PIENO L’ALTRA SERA AL COMUNALE
di Fiorello Zangrando

Bongiorno e i cantori dilettanti hanno fatto scatenare il pubblico.
Alcuni dei concorrenti se la sono cavata bene, altri un poco meno.
Il più bravo si chiama Solimbergo. Quiz e foto con autografo per tutti.

Nessuno ha saputo fermarli. Né il caldo, né la calca, né le caratteristiche dello spettacolo. Tutti sono accorsi in massa per vedere in primo luogo lui, il Mike nazionale, poi per tifare a favore dei beniamini; parecchi si sono intruppati in ben disposte squadre di «plauditores» (così li chiamerebbe Beniamino Dal Fabbro).
Al Comunale il caldo è davvero sensibile. Qualche fanciulla ha cercato di porvi rimedio evitando di vestirsi troppo. Giacon, il gestore, e Tommasini, il direttore dell’azienda di turismo, si preoccupano che la gente non fumi in sala, sebbene manchino cartelli indicatori di divieto. Intanto si sparge la voce che Mariella Buttignon non sarà presente. Un incidente stradale l’ha costretta all’ospedale. Voleva uscire per non mancare all’appuntamento con i suoi fans, ma i medici l’hanno fermamente dissuasa. Tutti chiacchierano.
La faccia di Bongiorno e le prove dei canterini hanno voluto godersele in tanti. Ci sono quasi tutti, dal Viceprefetto al Questore, da un paio di giudici a qualche militare, cattolici, laici, liberali, marxisti, madri di famiglia. Applausi, e fischi, ma il sipario è ancora al suo posto. Serpeggia una certa eccitazione in platea e nei due ordini di loggioni. Finalmente si sente come un muggito scaturire dagli altoparlanti. Sono le solite prove del funzionamento dell’impianto di amplificazione. Una manina fa timidi salti intrufolandosi nella spaccatura del sipario. Intanto Giacon sta di certo pensando al pubblico che è venuto al Comunale per assistere alle tre rappresentazioni di opere liriche nell’aprile scorso.
Lo spettacolo è già qui, fuori del palco, in questo circo all’antica romana, costituite dalle file delle poltrone zeppe di gente impaziente. Davanti al nostro posto c’è uno che, vestito d’un maglione verde, mastica furiosamente gomma americana. Sembra, sotto un altro aspetto, di essere in un cinemino di periferia.
Finalmente il pesante tendone di velluto verde si scosta, in tempo per fare intravvedere indaffarata sul palco una maschera con gli occhiali. L’orchestra attacca, facendo un discreto baccano. Finalmente alla ribalta. Si affaccia Bongiorno, accolto da un fuoco artificiale di urli e di gemiti. E lui, il popolare divo della Tv, è li un po’, impacciato a fare il proprio mestiere; invita all’allegria e tutti sono d’accordo con lui. Finalmente Mike rompe deciso il ghiaccio e afferma che, per vincere il concorso delle voci nuove non basta sapere cantare bene, occorre anche essere personaggi.
Dice anche che tanta gente sarà venuta al teatro per vedere se lui è meglio al naturale o sul teleschermo. È quasi la patetica confessione dei propri limiti, o forse un esame di coscienza. Fatto sta che anche questo strappa gli applausi…
Comincia la sfilata dei cantanti.
Il primo a farsi avanti è Giuseppe Poloni di Conegliano, riveste muri con piastrelle, è romantico – dice di sè -, canta «Sei fuggita da una favola». Così così.
Poi viene al microfono Bruno Nesello di Longarone, è commerciante. Canta «Stella d’argento». È piuttosto insufficiente. L’attenzione è attirata di più dal suonatore di sassofono. Sembra che regga le note con le spalle.
Arriva Sergio Nadalet, biondiccio. Bongiorno pronuncia giusto il cognome, accentando, tronco. Nadalet fa il tappezziere e canta «Te lo leggo negli occhi», con una voce un po’ roca, metà Paoli e metà Fidenco. L’accompagnamento è ben ritmato ed evoca atmosfere ecclesiastiche. Alla fine scoppiano fragorosi battimani. È evidente che tanti giovani si identificano in lui.
È la volta di Giuliano Cabbia, sì, proprio lui, la mascotte dei diavoli blu. Gli hanno anche dedicato un film, nel ’47, raccontando la sua disgrazia di bambino feltrino privato della vista a causa dello scoppio di una bomba e portato negli Stati Uniti d’America dai soldati dello zio Sam, che gliela fecero riacquistare. Per qualche anno ha fatto il concertista di musica classica. Ora, che ne ha ventisei, si dedica a quella leggera. Canta bene «E ti senti sola».
Viene avanti Glauco Cordello di Cornuda che canta «Forget domani».
Franco Comin del clan «tirolese» (così lo ha definito Bongiorno per via di certe giacchine col bordo verde che indossano) di Nadalet, canta ora «La casa del sole». Anche qui gran spreco di arte organaria e l’impressione di avere già sentito una voce simile. Discreta, però.
La prima donna in concorso è Marisa Viotto, la quale, a domanda, confessa di non fare niente. Canta «In ginocchio da te», con un tono davvero fiacco.
Invece grandi consensi riscuote Giorgio Fornasier, anche lui del clan Nadalet. Si esibisce con «Quello sbagliato», vagamente somigliando a Bobby Solo, ma bravo e pieno di estro.
Al termine del primo round, la folla con gli applausi dice che i più bravi sono stati Comin, Fornasier, Cabbia e Nadalet.
Secondo round. Mentre quel tale con il maglione verde continua a masticare nervosamente gomma americana, compare davanti al microfono il capostazione di Quero Vas. Si chiama Renato Manera e canterà «Il tango delle capinere». Evoca, con il suo stile, balere di paese, pane casareccio e aria di borgo.
Daniele Zatta canta «Immagine». Somiglia un poco a Gino Paoli.
Altre donne in arrivo sul binario della celebrità: Marisa Trevisan di Caorle. Marisa canta «Non aspetto nessuno». Vorrebbe scimmiottare Rita Pavone ma proprio non ce la fa.
Per fortuna è il turno di uno che sembra avere tutti i numeri per farcela, per riuscire simpatico. È Aldo Solimbergo; dicono che suo papà sia direttore dei magazzini generali della città. Anche lui assomiglia qualcosina a Bobby Solo, ma ha più pepe, più carica. Canta «Da quando sei andata via» e sembra che il teatro ogni tanto stia per crollare sotto il peso degli scrosci di evviva.
Ora tocca al barbiere. È Lucio Pugliese da Feltre. Anche lui canterà «In ginocchio da te». Pugliese rifà il verso a Morandi. Siamo verso la fine.
Ancora una donna. È Raffaella Reolon. Raffaella lavora nella segreteria di uno studio legale. Canterà «Te ne vai». A metà strada dell’esecuzione c’è già un sacco di maligni che le gridano: «E tu, te ne vai?».
L’ultimo è Riccardo Savaris, studente da Belluno; è bravo anche se il suo modello è un po’ Celentano. La canzone se l’è composta lui e l’ha arrangiata Nadalet.
Gli applausi del pubblico hanno deciso che i migliori della seconda ondata sono stati Solimbergo, Savaris e Zatta.
Pausa. Molti sfollano nell’atrio, mentre si vota e si fa la conta dei suffragi. E intanto, poco dopo, Cabbia esegue due pezzi, il complesso di Paolo Valduga anche, Le ombre, pure. Sono tre orchestrine egualmente meritevoli di considerazione. Poi Bongiorno presenta un paio di personaggi più o meno locali, già apparsi nella trasmissione televisiva «La fiera dei sogni».
Sono Bruno Soldà di Conegliano e Gianni Secco, quest’ultimo è davvero bravo. Infila nello spiedo della canzonatura Filogamo, Bongiorno stesso, Totò, la Pica, Zatterin, Orlando, Fabrizi, Govi, Lewis, Franchi, Panelli, Armstrong, Dallara, Gaber e qualche altro ancora!
Finalmente si proclamano i vincitori: terzo con settantasei voti è Savaris, secondo con centotrentanove Fornasier e primo con centosessantasette, Solimbergo. Moltissimi applausi per tutti.
Gran finale con i quiz. Bongiorno prende una lista con domande di vario genere (come si chiama veramente Betty Curtis, quale è stato il primo figlio di Noè, chi ha scritto «Un tram che si chiama desiderio» e qual è il fiume più lungo d’Australia) e le dirige verso il pubblico. Tutti sfrenati per risolvere i rebus, e portarsi a casa bottiglie di bibita e tubetti di crema per capelli. E, finiti i quiz, l’assalto a Bongiorno, per carpirgli una fotografia con autografo.  
F. Z.

I destini della vita (no basta studiar, ghe vol anca cul o bona stela)

Visti dopo una quarantina d’anni dal diploma i ricordi dei compagni di scuola rimangono essenziali. Di qualcuno conosco anche la continuazione nella vita e gli scherzi procurati su di essa dal destino.

Crema e Bressa e Paniz sono, ad esempio, finiti in politica pur offrendo negli esiti scolastici risultati completamente diversi. Evidentemente diverso è stato il percorso per arrivare a Roma, chi per paziente trafila dal basso del partito, chi dall’alto per fama.

Giovanin, ad esempio, figlio di amici di famiglia e quindi naturalmente socio d’infanzia, me lo ero ritrovato alle superiori anche compagno di classe all’ITI; sanguigno e compagnone più che compagno me lo ricordo continuamente intento a perorare, da tutti, bigliettini coi risultati e i passaggi dei compiti di matematica: la sua dote maggiore, la costanza, si è mantenuta nel tempo; Gianclaudio mostrava già belle doti di mediatore e ausiliario mentre Maurizio si dedicava alla pallavolo e nella tenacia applicata all’organizzazione, trovava la chiave per raggiungere più in generale ogni successo.

Le basse predisposizioni fisiche non hanno pregiudicato la carriera a nessuno dei miei conoscenti.

Col soprannome de ‘le tre grazie’ individuavamo, all’ora di ginnastica, Roccabella (‘Clarabella’), Ghelli e Olivotto (‘Icio bala’), tutti scarsamente portati all’attività ginnica e con difficoltà progressive nel coordinamento articolare, specie all’atto di usare gli attrezzi.

Prigionieri alle parallele, nel senso che nella loro vita non sono mai riusciti a fare una uscita dall’alto, la loro dannazione era il salto del cavallo e la rincorsa sulla pedana rappresentava già una fase estrema prima dell’impatto diretto sulla sagoma di pelle marrone dell’ostacolo: corsa, slancio, tocco di mani giusto per prolungare un poco il volo e predisporsi alla discesa elegante sul tappeto di sicurezza: echecivuole! Loro invece arrivati al dunque si impuntavano e diventavano duri come l’acciaio inventando traiettorie impossibili fino a piantarsi, nei casi fortunati, dritti com’erano dentro il tappeto. La sufficienza in pagella se la guadagnavano come comici perché[9] il Temi non se la sentiva di rovinargli la vita e aveva pure senso dell’humor.

Tra i meno dotati di capacità di studio c’era bombasina sopra la cui mente potevano transitare migliaia di informazioni galleggiando nell’aria senza possibilità alcuna di penetrazione nel cervello apparentemente impermeabile. I suoi orecchi risultavano in grado di baipassare automaticamente le parole della lezione mentre i suoi occhi rispecchiavano altri pensieri di cui andava ghiotto, come l’idea di andare a pescare, passione in cui eccelleva. Diceva che la pratica vale più della grammatica e aveva ragione perché i suoi bassi voti scolastici non gli hanno impedito di diventare un ottimo commerciante.

Anche Mario, refrattario alle attività culturali, era perennemente a caccia di suggerimenti. Nelle interrogazioni più che il soggetto attivo sembrava un terzo impegnato a raccogliere spunti da trasferire come risposte-proposte al professore; e chi ci dice che questa straordinaria sensibilità nell’interpretare non sia stata alla base dei suo buon esito nel lavoro?

Marasca invece era il migliore nella competizione scolastica e aveva sempre prontezza, curiosità e voti alti, ma era anche irrequieto. Dopo la scuola ha finito per andare in Germania a fare l’imprenditore gelatiere: ha preso moglie, ha avuto figli, ha fatto una grande fortuna e poi l’ha anche disfatta fino a rimanere da solo e senza un soldo, esaurito nella mente tanto da finire al manicomio e alfine (perché neanche là ti vogliono) in una casa ‘di recupero’ per disadattati ex drogati o carcerati in attesa di un posto in casa di ricovero, dove almeno un piatto di minestra si rimedia tutti i giorni. Quattro lingue, un diploma, due figli possono portare anche a questo, se sei irrequieto e il caso non ti aiuta. La sua storia è talmente assurda che gli ho chiesto di scriverla: mi ha telefonato che l’ha appena finita e sono curioso di vedere come si è raccontato. Ogni tanto telefona a me, a Icio o Icio bala perché gli si ricarichi il telefonino, ultimo legame col mondo e mi consta che siamo quasi gli unici, anche se poco, ad aiutarlo.

Con i compagni di scuola al matrimonio di Bortolini.

Bortolini, nostro compagno, si è sposato mentre ero in V ITI. Nella foto una buona parte di compagni di Classe tra cui ricordo: Erimacea, Icio Giaffredo, Silvio Ebo; Santo Masarié (dietro Ebo), mi e Tru Roberto Fabbiane; Giovanni Marcadent, Manlio Da Rold, De Bernard che sovrasta la comare (che era davvero una bella tipa).


[1] Sembra che il nostro plao derivi dal tedesco blau (che si dice a Bolzano), comunque per espansioni al tema vedi al www.smpe.it/folklore/marinare.asp .

[2] Un libro sulla vita cittadina degli anni Sessanta e suoi personaggi è stato scritto da Sergio Sommacal e porta il titolo Chi non beve in compagnia … è un ladro o una spia, Intelisano, Milano, 1963.

[3] Per comprendere quanto la ‘ ruggine’ sia originale e a tutti i livelli si legga il libro di Rivis sull’ITI, pag 25.

[4] Almeno così mi pare di ricordare (ma per un anno non sono certo).

[5] Ricordo, tra gli altri, ‘Pancio’ Righes, Sergio Fant, Checo Fabbiane, Zallot e Pase ‘Picchio’, poi passato in nazionale come pure Roberto Saetti.

[6] Per ulteriori notizie accedere al sito internet www.rugbybelluno.it

[7] Scritta da me

[8] Si legga la cronaca del Gazzettino che è riportata in digitale nella cartella 1965 xxxx contenuto nel CD Data.

[9] Temistocle Moretti, insegnante di educazione fisica e, a suo tempo, buon saltatore con l’asta.


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