«Artisti pitori e cantori no i magna co i vol lori»

Tutte le puntate

Si cambia vita (1965)

Conclusi le Superiori[1] prendendo il sospirato ‘pezzo di carta[2] ’, tanto valorizzato dai miei che lo ritennero bastante. La mia proposta, buttata là, di andare all’università iscrivendomi a discipline umanistiche, fu seriamente scoraggiata; meglio trovare qualcosa di più coerente senò te avéne fat studiar par far che!

Facciamoci allora questa ultima estate a Fener, e prima, magari, un viaggio premio[3]  con gli amici, una bella banda: mi, Albino Dal Poz, Franco Costantini e Piergiorgio Cesco Frare: un neo perito e tre ragionieri (loro lavoravano già in banca), ma soprattutto 4 cantori. L’obiettivo primo era la Jugoslavia dove si raccontava esistessero bellissime ragazze particolarmente sensibili a doni anche di relativo impegno economico come an per de calze. Si fece una riunione per la valutazione delle rispettive risorse e partimmo puntando a Zagabria con un giro largo via Innsbruck, Vienna e Graz.

A Innsbruck arrivammo verso sera e passeggiammo un poco per il centro vecchio. Albino ci indicò un locale dove era già stato e si mangiava bene spendendo poco: «Ma setu sicuro»? gli dissi entrando, perché l’arredamento era abbastanza ricercato. «Ah sì sì, spendést quaʃi gnent».

I miei dubbi e la mia domanda si ripeterono specialmente quando al desco arrivarono coscette di rane e dopo dei medaglioni flambé, fatti sul luogo con gran cerimonia di padella, zollette e superalcolico a base di pera. «Ma … sicuro sicuro»? – «Varda, sicuro»!

Quando il cameriere staccò di netto il collo della bottiglia di spumante a fil di spada, capimmo tutti che Albino aveva preso un abbaglio, e uscimmo col nostro capitale iniziale ridotto già alla metà.

Dopo una notte tormentata ad Hartberg, dove avevamo svegliato il proprietario di una locanda per quattro letti a buon mercato, ci fermammo un giorno a Vienna – il tempo per visitare Schönbrunn e mangiare una fetta di sacher al posto di pranzo e cena e poi via in cerca di un altro riposo di periferia. Il pomeriggio successivo giungemmo a Zagabria, visitammo il centro e ci arrivarono informazioni su una moda più recente e migliore di far feste in campagna, al castello di Otocez dove puntualmente ci recammo e trovammo una bella compagnia con cui fare baldoria assieme a delle studentesse che avevano anch’esse qualche diploma da festeggiare. Il giorno dopo ci portarono a Pliviza Jezera e Bled dove finimmo praticamente tutti i soldi. Così ritornammo per l’Istria facendo tappa a Pola e a Rovigno – meglio di Venezia – con quattro freschissimi branzini ai ferri e n goto de teràn (buono anche sul pesce), e dove andammo pure all’Isola Rossa per vedere le nudiste (una delusione). Tornammo a casa spennati del tutto e rossi paonazzi in ogni parte del corpo per il troppo sole preso sull’isola, dove tutti, per obbligo, devono starsene nudi (prova otto ore per credere). 

Poi, a Fener, rimasi più di un mese.

In attesa di futuro (1966-1967)

In attesa di trovare un lavoro ‘definitivo’ – anche allora il sogno del posto fisso era un mito – mio padre[2] si inventò di proporre per me alla Chinaglia, un periodo di formazione[3] per farmi imparare tutte le fasi di montaggio delle apparecchiature di loro produzione, con lo scopo di aprire poi una piccola ditta individuale per la riparazione dei vari strumenti di misura da farsi in Germania, presso la ditta Jean Amato che importava e distribuiva i prodotti dell’azienda italiana[4].

Le attività socio-ricreative però continuavano e ogni occasione era buona per qualche uscita[4] . La compagnia dei girovaghi poteva avere diversa formazione e partiva dalla base dei tuttofare ‘Gianni e Giorgio’[5]  (canzoni d’autore proprie, musica leggera e revival, imitazioni, recita poesie dialettali, cabaret) cui si integravano il Coro Belun (canti di montagna) o il Coro CTG (polifonia), Manlio Turrin (prestigiatore), a seconda della tipologia del destinatario per programmi estremamente duttili che potevano andare dal serio al faceto. Comunque, memore dei proverbi di mio nonno che …artisti pitori e cantori no i magna co i vol lori e ancor peggio che … cantori poeti e putane i è mestier da fame, l’impegno maggiore restava teso al benedetto posto fisso.

Tra i posti in cui tornammo più volte, sempre volentieri, Monghidoro occupa un posto particolare.

Ritorno a  Scarga l èsen

Gianni Secco e Giorgio Fonasier.

Quella sera eravamo in parte ospiti del Convento dei frati; noi nella stanza sopra l’ingresso che guardava la strada, con una loggetta da cui si accedeva al supporto in cui era stata infilata, quel giorno, la bandiera d’Italia. Dopo la lunga giornata, eravamo rientrati già un poco alticci per le infinite occasioni di augurio incontrate. I dolci squisiti del Francone con la glassa al finocchietto, specialità del posto, avevano contribuito non poco a disorientare le nostre percezioni e ad annullare possibili precauzioni. Tutti in pigiama, una mezza dozzina in due stanze, pronti per dormire; luci che si accendono, poi buio, poi luce e ancora penombra – dall’esterno entrava il chiarore languido della via. Poi vidi la bottiglia di Coca da due litri in vetro trasparente, trasparente, che passava rapida di mano e Franco sorseggiava, e Albino e poi Dante che poi venne di qua e me la porse – grappa! per quello era trasparente; la passai a Vittorio e lui di nuovo a Franco e avanti; dopo non so quanto mi ritornò in mano e il gesto di bere era ormai un fatto meccanico. Se in piedi mi girava la testa, disteso era la stanza a girare, che ormai ero proprio fatto, e sempre più in fretta e allora su con la testa, poi di nuovo giù … e vai … e così per un pezzo finché lo stomaco decise di rivoltarsi e cominciò a spingere da dentro con l’ineludibile volontà di vendicarsi di tutte le angherie subite lungo la giornata. Le gambe mi sollevarono e l’istinto mosse me come un burattino verso la finestra aperta, unica via di fuga apparentemente disponibile. Rigettai anche l’anima, in un unico blocco senza gemere; né si udì alcun rumore o risposta da sotto, come in una tragicomica scena da film muto. Finalmente tornai a letto e poco dopo mi addormentai pesantemente.

La sveglia del mattino, assieme alla consolazione di un recupero pur mediocre dell’autosufficienza, mi portò una sensazione di incertezza su quanto successo poche ore prima; la qual cosa i miei compagnacci sottolinearono subito con commenti ironici pur non sembrando a loro volta del tutto stabili. Eppure la fase della finestra la ricordavo anch’io e appena vestito mi preoccupai di scendere per vedere il danno portato alla via, proprio sull’ingresso del convento, che vergogna!  Ma la traccia della malefatta era minima, miracolosamente quasi inesistente. Poi guardai verso la finestra e tutto mi parve regolare fino a che un soffio di vento allargò appena la bandiera sul cui bianco campeggiava un nuovo stranissimo vasto stemma d’indefinibile casato di un color verde rimandin. W l’Italia!

Animatori ante litteram

Gianni Secco e Giorgio Fornasier.

[Io e Giorgio, ndr] diventammo presto ‘di moda’ sia come singoli che come ‘coppia[6]’, invitati soprattutto dalle Associazioni di appartenenza. La vita sociale giovanile era soprattutto legata alle iniziative parrocchiali e alla vita dell’oratorio, pressoché unico spazio attrezzato per attività collettive. Campetto di calcio o rugby o spazio verde fac simile adattabile, con qualche striscia fatta a gesso o segatura, a qualsiasi altro tipo di sport o gioco, dal bòt (lippa) alla corsa coi sac, da bandiera a bàter le pignate. Al coperto cominciarono, alla fine degli anni Cinquanta a comparire i baruchèi del calcio balilla, qualche tavolo da ping pong e poi altri giochi a due o a squadre come quello con le manopole che servivano per colpire una pallina tentando di insaccarla dietro a quelle dell’avversario.

Germania (1966)

A fine ottobre del ’66 cominciai a lavorare a Gartemberg, frazione immersa nel bosco di Wolfrazhausen (a una cinquantina di chilometri da Monaco di Baviera), come libero professionista. Di giorno mi impegnavo in un piccolo laboratorio ricavato nella casa del signor Amato e alla sera avevo una stanza in affitto dalla ‘vecchia’ Sholz, così la chiamavano i vicini, della quale non capivo una parola – e non solo perché masticavo poco il tedesco – ma perché borbottava continuamente. Comunque intendevo; si lamentava perché le consumavo troppa legna per lo scaldabagno; che ne poteva sapere che ero un maestro fuochista, patentato dal nonno!

Relazioni ne avevo poche tanto che la signora Amato, bella, giovane e intelligente, con cui parlavo in francese un po’ alla meglio, saputo che cantavo, mi presentò al maestro del coro della chiesa locale, pregandolo di vedere se…

In quel tempo gli italiani non andavano molto di moda in Germania; a Monaco, dove ero stato in una delle mie prime domeniche tedesche, avevo visto locali col cartello appeso all’esterno e su scritto Italienisch verboten. D’altronde, pure io, arrivando col treno in quella stazione, avevo provato un certo disagio nel vedere la frotta dei meridionali – chi aspetta e chi arriva – fare chiasso smodatamente sulla banchina.

I coristi mi accolsero con freddezza; col maestro ci capimmo sulla predisposizione vocale e mi assegnò al gruppetto dei baritoni. Fortuna volle che nel repertorio che stavano preparando per Natale ci fosse un brano, rognoso per i miei pari, che conoscevo benissimo.

Ein kind geborn zu Bethlehem, zu Bethlehem … quasi con sufficienza feci perfettamente la parte, cogliendo una sorpresa sempre più gioiosa sul volto dei presenti. Alla fine delle prove, da Italiano, specificato di Belluno, ero già diventato sud-tirolese e quindi perfettamente integrato.

Come sud-tirolese ho frequentato ogni locale, anche quelli col cartello, senza avere mai problemi coi tedeschi ma solo con me stesso per una sorta di rabbia che mi feriva allo stomaco.

Oggi Tedeschi o Italiani non fa differenza e ci sono Slavi, Turchi, Curdi e di ogni razza; i cartelli non si vedono, ma ce ne sono ancora in molti cuori: l’identità è compressa oltre che complessa.

Nel febbraio del ‘67 rientrai a Belluno per partecipare a una selezione segnalata ai miei da un noto Onorevole locale cui facevano capo tutte le ‘raccomandazioni’ di un tempo.

Stava infatti per nascere, sul suolo provinciale, una grossa azienda (si parlava di un coinvolgimento della Fiat) che voleva scegliere giovani maestranze in loco, da mandare in tirocinio a Torino, per farle poi rientrare e partecipare alla nuova impresa[5].

Il nostro interlocutore fu Piero Bargagni, un signor tecnico, raffinato meccanico ma anche conoscitore di uomini, in seguito direttore per anni dell’Aspera Frigo di Mel, così si chiamerà inizialmente la fabbrica di compressori situata nell’antico contado zumellese.

La bontà delle sue scelte è misurabile nei successi dei nuovi discepoli che, dopo qualche anno di azienda, sono decollati con rotte autonome ottenendo grandi soddisfazioni personali: penso a Graziano Virago[6] e a Franco Antiga[7], amici che continuo, per motivi diversi, a frequentare da quando, nel ’90 ho lasciato anch’io quella famiglia… D’altronde per durare una vita nel medesimo ruolo dentro la stessa azienda, specie se grossa, bisogna o volare basso o diventare dei coccodrilli aziendali. Sta di fatto che fui ingaggiato come membro della spedizione; il mio obiettivo finale era diventare il responsabile del settore degli impianti elettrici generali e dei macchinari (manutenzione e progettazione). Restai perciò a disposizione, in attesa di partire per Torino[7] .


[1] Il mio Diploma di Perito Elettrotecnico industriale risale al primo agosto del 1965. Sono tuttora iscritto al Collegio dei Periti Industriali della Provincia di Belluno (n. di iscrizione 1352).

[2] Era caporeparto e progettista, un ‘braccio destro’ della direzione aziendale.

[3] Il mio libretto di lavoro dice dall’1/12/65 al 30/9/66.

[4] La manutenzione era allora fatta spedendo i pezzi in Italia. Una riparazione sul posto e tempestiva era un ‘affare’ per ambo le parti.

[5] In seguito alla catastrofe del Vajont i molti finanziamenti e facilitazioni arrivati e istituiti per la ricostruzione del tessuto sociale ed economico stavano infatti richiamando in zona nuove industrie e laboratori artigianali che presto capirono soprattutto il valore di una manodopera locale, non solo abile con le mani, ma soprattutto di testa, costretta fino a quell’evento a prendere quasi obbligatoriamente la strada dell’Emigrazione.

[6] La Virosac di Pederobba.

[7] Tra i fondatori e titolari delle Grafiche Antiga e Presidente di una importante Banca veneta.


Autore

  • Gianluigi Secco (Belluno, 1946-2020), si è dedicato per gran parte della vita al settore della cultura popolare e ai temi dell’identità e delle relazioni. •••
    Dalla fine degli anni Settanta è stato ideatore, produttore, conduttore e regista di rubriche radio e televisive di intrattenimento culturale (oltre 1000 ore di talk-show in diretta) sulle più importanti Emittenti trivenete. •••
    È stato autore di una trentina di volumi tra saggistica e poesia e di molti documentari in DVD video e CD audio, su temi sociali, sulla storia dell’emigrazione e sui riti della tradizione popolare. ••• È stato cantautore e anima del Gruppo Culturale Belumat (prima col duo ‘storico’, assieme a Giorgio Fornasier, I Belumat e poi con Belumat Formazione Aperta) che aveva all’attivo più di 3000 concerti in Italia e all’estero in quattro decenni di felice carriera. ••• È stato autore insieme a Giorgio Fornasier delle colonne sonore di due rappresentazioni teatrali brasiliane (16 canzoni d’Autore) scritte in collaborazione con lo scrittore e regista Josè Itaqui per la Compagnia Teatrale Miseri Coloni di Caxias do Sul (testi ‘par talian’ e in lingua brasiliana): De là de l mar e La vita zé na vaca. ••• Ha ideato e sostenuto per anni la mostra-museo errante ‘MEM’ intitolata maschere e riti dei carnevali arcaici del veneto & dolomiti, che ha proposto dal 1988 in Italia e all’Estero e che risulta essere tra le più significative del suo genere. ••• È stato il realizzatore, assieme all’amico Tito De Luca, della mostra Arca, Ararat e Armeni, allestita presso il Convento Mechitarista dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni, a Venezia (2002). ••• È stato il realizzatore della mostra POCO, NiENTE E FANTASIA, dedicata ai vecchi modi infantili di giocare, allestita presso il Museo Etnografico di Treviso (2014). •••
    È stato fondatore e presidente dal 1998 al 2018 della Associazione Internazionale Soraimar che aveva lo scopo di mettere in relazione autori e cultori delle tradizioni popolari venete di tutto il mondo e di stimolare la salvaguardia di ogni identità culturale considerata bene fondamentale del singolo e di tutte le collettività. ••• Aveva progettato e curato dal 2002 un sistema in rete internet di Archivi multimediali della Tradizione Popolare, aperti al pubblico, gestiti per conto dell’Associazione (soraimarc) oltre che per la Regione Veneto con oltre 5.000 clip audiovisive e 15.000 schede illustrative disponibili alla consultazione del pubblico (attualmente il sito è in restyling, in attesa di nuove risorse). ••• Aveva curato direttamente alcune collane multimediali sulla cultura veneta regionale ed extra regionale tra cui quelle americane di Brasile e Messico, e quelle di cultura istro-veneta con l’edizione di un centinaio di titoli in CD audio e DVD, editi per il tramite dell’Associazione. ••• Già tecnico d’industria, è stato formatore nei Sistemi di Qualità (Total Quality) con riferimento ai settori Turistico-alberghiero ed Enogastronomico (Prodotti Tipici, Turismo cultural-gastronomico). ••• È stato noto eno-gastronomo, già consultore membro della Accademia Italiana della Cucina ed autore di alcuni volumi e di una enciclopedia multimediale sulla cucina tradizionale veneta, vincitrice, nel 1997, del premio nazionale ‘Orio Vergani dell’AIC. ••• Aveva realizzato nel 2013 il progetto ‘Mitincanto’ con l’edizione di un volume ad illustrare i maggiori Miti della tradizione popolare veneta messi in relazione con altri similari d’Italia (ad es. della Sardegna) e del resto d’Europa e con la produzione affiancata di oltre una sessantina di nuove canzoni di cui ha già scritto i testi e, di parte, anche la musica, affidando poi altri brani ai colleghi cantautori del Veneto. Da questo lavoro era stato tratto un nuovo spettacolo teatral-musicale presentato in teatri, biblioteche e sale civiche e corredato da straordinari ausiliari audiovisivi. Tra queste canzoni, quella intitolata FADA, interpretata dalla cantautrice trevigiana Erica Boschiero, ha vinto come miglior testo il Premio Parodi 2012 a Cagliari. ••• Tra l’estate 2015 e il 2018 aveva combattuto un’aspra battaglia contro un linfoma di tipo ‘Non Hodgkin B’, diffuso a grandi cellule e era stato considerato rimesso dal male dopo un complesso trattamento pregevolmente praticato con successo dall’equipe medica del reparto di Ematologia del Ca’ Foncello di Treviso.
    Aveva potuto festeggiare il suo 74°compleanno in compagnia della gran parte degli amici musicisti (7/02/2020) per poi spegnersi, amorevolmente accompagnato dai suoi familiari, a causa di un subdolo infarto intempestivamente diagnosticato durante l’inizio del primo lockdown da Covid-19.

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