Anche la cultura in gara a Cortina 1956

I giochi olimpici cortinesi del 1956 non furono solo un grande evento sportivo, ma seppero innescare pure nuovi interessi per la storia degli sport invernali grazie a un’importante mostra sul rapporto uomo-neve organizzata dall’architetto Mario Cereghini al secondo piano del Palazzo Ariston e suddivisa in dieci stands.

Di musei che si occupassero di sport invernali allora non ce n’erano molti e quei pochi erano prerogativa di città del Nord Europa o della Germania e della Svizzera. In Italia potevamo contare sul Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi”, fondato dal CAI a Torino nel 1888 e arricchito nel 1901 con gli oggetti donati dal Principe Luigi di Savoia e inerenti alla sua spedizione al Polo Nord, ma esso certo non poteva vantare un’autentica specializzazione sportiva.

All’architetto lecchese Mario Cereghini (1903-1966) va riconosciuto dunque il merito di aver acceso nel nostro Paese nuovi interessi verso tutti gli aspetti della vita in montagna e in particolare nel settore sportivo. Laureatosi nel 1928 alla Scuola Superiore di Architettura del Politecnico di Milano e conseguita l’anno successivo l’abilitazione all’esercizio della libera professione, si dedicò con entusiasmo all’architettura alpina e agli elementi costitutivi del paesaggio, segnalandosi, oltre che come progettista, curatore di mostre, scrittore e pittore, pure come collezionista di stampe e documenti antichi. Militava nel gruppo degli architetti razionalisti e partecipò a varie esposizioni, tra le quali la V Triennale di Milano. La Pinacoteca Civica di Lecco conserva un cospicuo nucleo di materiali relativi alla sua multiforme attività, tra cui progetti architettonici realizzati tra il 1930 e il 1960, studi sull’architettura delle valli alpine, fotografie e negativi.

Grande appassionato di montagna, Cereghini amava tanto le vette da pubblicare nel 1930 una raccolta di poesie dedicate ad esse (“Sotto le rocce”), meritandosi la definizione di “mistico d’alta quota” datagli dal critico Osvaldo Patani. Eccelleva pure nel fumetto, disegnando vignette satiriche ispirate ai cambiamenti intervenuti nell’ambiente alpino con l’avanzare della modernità, a cominciare dall’avvento delle funivie.

Un suo zio era noto veterano dello sci e lui stesso divenne un grande sportivo: a 23 anni, nel 1926, fu campione universitario e nel 1927 vincitore dello Sci d’Oro del Re a Cortina d’Ampezzo. Nel 1930 fondò lo Sci Club di Lecco, di cui fu primo presidente, divenendo poi membro del direttorio centrale della Fisi per dieci anni.

Egli cercò dunque di allestire a Cortina un’esposizione che dimostrasse che le radici degli sport invernali risalgono a secoli lontani, illustrando come l’uso di pattini, slitte e sci sia stato in definitiva, oltre che lavoro e svago, anche lievito di civiltà. Il tutto con una raccolta di reperti archeologici, cimeli, documenti illustrativi e opere d’arte, disposti in ordine cronologico.

Forte della sua esperienza di collezionista e di conoscitore dei più importanti musei europei, poté attingere alla grande pittura del Seicento, proponendo riproduzioni fotografiche di quadri di famosi artisti olandesi, come Pieter Bruegel, Hendrick Avercamp o Christoffel van den Berghe, che immortalarono suggestivi paesaggi invernali con gustose scene di pattinaggio. Largo spazio egli diede anche a incisori e illustratori di antichi libri di viaggio con le loro interpretazioni più o meno veritiere.

I pezzi autentici più antichi erano un paio di pattini d’osso risalenti circa al XV secolo e diverse stampe del XVI secolo, la più antica delle quali era quella di Frans Huys, del 1533 circa, con scena di pattinatori ad Anversa. Non mancavano sci e i pattini dell’Ottocento, oltre a una bellissima slitta nuziale del Settecento, mentre per illustrare i tempi più recenti si diede la preferenza alle foto dei campioni e delle manifestazioni più importanti, come gare olimpiche e campionati mondiali. Il succinto catalogo, redatto in francese, lingua ufficiale dei Giochi, elencava 233 pezzi, ma in effetti ne venne esposto qualcuno di più.

Val la pena di precisare che per organizzare la mostra s’accese una sorta di gara, per molti versi divertente. Vennero infatti interpellate le federazioni sportive di tutto il mondo e ciò innescò un’inedita competizione tra nazioni, culturale sì, ma non scevra di sottintesi politici, vista la cortina di ferro che allora divideva l’Europa.

Primi a rispondere furono i Paesi scandinavi, che davano l’impressione di sostenere quasi un torneo tra di loro, poi arrivò il Comitato Olimpico cecoslovacco, che inviò addirittura il materiale già montato con bacheche e tabelle in plexiglass, come se avesse già a disposizione una sala tutta per sé. Anche i russi, seppur all’ultimo momento, portarono molti documenti interessanti.

A vincere siffatta gara, tanto virtuale quanto simbolica, fu la Norvegia grazie all’impegno della famosa associazione Föreningen Til Ski-Idrettens Fremme di Oslo (che propagandava lo sci dal 1883) e del direttore del museo di Holmenkollen, professore Vaage, nonché del signor Ejnar Nilssen, attaché della squadra olimpica norvegese a Cortina.

La mostra venne visitata da italiani e stranieri, anche giornalisti e fotografi, e lusinghieri furono i commenti della stampa. Cereghini forse avrebbe meritato più tempo a disposizione per curare meglio l’allestimento e l’estetica della mostra, che il report finale del CIO definì “sobria, concisa, senza spazio per decorativismi e virtuosismi estetici, alla montanara insomma”. Come dire che l’architetto lasciò il posto al documentatore, peraltro soddisfatto di aver fatto il massimo possibile con i mezzi a disposizione.

Walter Musizza

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