Tolo, Ignazio e la stanza del Duce

28 Febbraio 2026
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Gruppo 16 (1967)

In quei primi mesi del ’67, ero stato invitato da alcuni amici a far parte di una piccola compagnia teatrale con l’idea di portare in scena, in occasione del 25 aprile, l’Istruttoria di Peter Weiss.

Ci denominammo ‘Gruppo 16’[1] dal numero della casa di Tano, in via Mezzaterra, dove si facevano le prove. Tra gli altri, c’era anche Francesco Piero Franchi[2].

Io e Bóg(h)er, così chiamavamo Renzo De Col per via del truce personaggio che interpretava, facevamo una specie di parodia sulla zuppa del lag(h)er durante le pause, tanto per cercare, ove possibile, un po’ di energia positiva per sollevarci da quel mare di tragedie; a volte ci sgridavano, ci dicevano «siate seri», ma Bóg(h)er sarebbe forse ancora qui se avesse ricordato abbastanza questa medicina[3]. La vita culturale a Belluno era forse più vivace della attuale, e non solo quella.

Il dramma debuttò con successo al Teatro Comunale[1]  nella data prevista.

Interpretando Peter Weiss.

Franz

Francesco Piero Franchi è diventato uno degli amici più cari; intellettuale di razza e non di posa, tuttavia si è sempre mostrato felice di esserlo e un poco pure ci gioca quasi cercando il giusto punto di equilibrio tra la sua eccellente capacità di linguaggio, che lo rende un eloquente di sostanza, e l’avvertita necessità di adeguarsi alla gente comune, che giustamente può essere di altrettanto eccellente cervello senza tuttavia possedere una mostruosa competenza umanistica quale egli ha.

Talvolta ci capita di dibattere in pubblico assieme e ne escono delle cose divertentissime poiché, partendo da due poli apparentemente opposti, il colto e il popolare, perveniamo con argomentazioni attente alle medesime conclusioni. Ciò stante, una volta o l’altra mi presenterò al duetto-duello, come Giovanni Luigi Secco. Franz, fra l’altro, a forza di tirare a sinistra si è accorto di ricalcare sempre gli stessi passi. Da tempo ha tolto il manubrio e gode nel cercare sempre nuovi percorsi in equilibrio.

Ciao Turin (1967-1968)

Ai primi di novembre mi stabilii quindi a Torino[4] dopo un paio di visite di assestamento.

Abitavo nei paraggi del mitico stadio del Toro di via Filadelfia, nell’appartamento di una amica di famiglia, giovane insegnante figlia di profughi istriani, dislocata provvisoriamente altrove per motivi di impegno scolastico.

L’impatto con la grande azienda fu abbastanza rumoroso. In officina tutti correvano letteralmente come matti mentre io, nel mestiere, cercavo risultati senza ostentare eccessiva frenesia. Dopo pochi mesi il capofficina (considerato un vero mastino) mi chiamò a colloquio sottolineando questa ‘diversità’. Al che, portando dati statistici sulla pur mia giovane efficacia, gli dissi di aver creduto di essere stato assunto come tecnico e non come podista: facesse un po’ lui.

Per fortuna il gesto fu preso bene e mi diede credito; cosa che cercai di migliorare con le relazioni personali. Diventai frequentatore di piole[5] e conoscitore di tome[6], esploratore delle Langhe, esperto in tapinanbur e bagna cauda, in bollito e fritto misto. La mia facilità all’imitazione mi portò alla corretta pronuncia di dui puvrun bagnà n t l öli[7] e di trentatrè gran e d ris in t un grilèt rot rus[8] in breve tempo, destando l’ammirazione dei locali che mi portarono a conoscere il Gipo[9] che allora cantava le sue canzoni piemontesi passando dal tradizionale al personale con molta facilità ed efficacia. Diventai anche un buon intenditore di vini imparando a distinguere con sicurezza la Barbera dal Dolcetto, il Brachetto dalla Freisa, il Nebbiolo che si fa Barolo, il miglior Moscato tra i molti reperibili tra Alessandria e Asti. Diventarono mitiche le serate goderecce tenute nell’appartamento di via Pasquale Paoli, fatte con manicaretti semplici e vini genuini, da me confezionati un po’ alla veneta e un po’ alla torinese. Avendo i doppi servizi con conca in uno e doccia nell’altro, non mi vergogno a dire che avevo ‘brevettato’ un sistema di lavaggio piatti per immersione statica nella vasca il che mi consentiva di utilizzare, fino ad esaurimento, tutti i piatti disponibili in casa. Vi assicuro che dopo uno o più giorni di ammollo in acqua e detersivo con un po’ di varechina, non c’è sporco che resista e, aperto lo scarico e usando la doccia per il risciacquo, i piatti escono meglio che nuovi e squittiscono tra le dita! Sono certo che Luciana non ha mai avuto piatti così puliti.

Lei a casa tornava di rado e per poco tempo perché aveva il moroʃo torinese purosangue; un giovane simpatico dalla corporatura longilinea e dal sorriso smagliante. Una volta gliel’abbiamo combinata bella. Fu allorché, chiedendo notizie del nipote di lui, Luciana gli chiese al telefono come stava el pìcio! Non sapeva, l’ingenua, che la mia risata del momento era più che giustificata e soggiunse «ma ti son stùpido»! Alla mia ulteriore richiesta soggiunse impettita «el me gà dito che l pìcio sta ben»!Chiusa la conversazione, lespiegai il gioco di parole con molta accortezza, correndo attorno alla tavola per non essere raggiunto dalla sua reazione che sbroccò tosto in una sonora risata: «che ssstupidi sti omi»! La cosa girò ancora per i sorrisi di molti. Si sa, le donne di allora [pochissimo fa] non imparavano subito le parolacce chiave della cultura locale. Io invece, quando facevo i turni, attaccavo alle sei di mattina e prima di entrare mi facevo un caffè doppio al bar – mosca bianca in mezzo a una quantità di operai devoti al genepì mattutino e che andavano a quarti di marsala a l öu senza fare una piega, fumando nazionali o sigarette fatte su con le cartine col trinciato forte dentro [che al primo tiro dell’accensione sfiammavano fino alla metà]. A me non dava neppure fastidio l’odore del locale che sapeva di scarpe impregnate d’olio da officina e da aliti agliati – stessi odori dei tram, specie al mattino e alle ore dei cambi – ed era proprio là che si imparava subito che tizio o caio l èra n balurd, d un bastard, d un pìcio[10]!

D’altronde, a ognuno la sua scuola.

Un lavoro articolato (1968-1969)

Il mio ’68 dunque l’ho passato a Torino, senza peraltro avvertire grandi traumi se non la morte di Gigi Meroni[11] che andavo a vedere qualche volta negli allenamenti dato che passavo vicino al campo di calcio per tornare a casa. Delle proteste studentesche, in fabbrica non si parlava molto e fra i compagni c’erano molti dubbi su ciò che stava accadendo. Ora mi pare strano di non avere qualche foto di quel periodo da inserire tra queste righe ma il fatto è più significativo di quanto appaia e mostra come l’abbia considerato una parentesi, quasi un ‘non tempo’ rispetto al mondo bellunese lasciato. Semmai, stando lontano, nei miei momenti di nostalgia scrivevo versi in dialetto bellunese, piccole poesie, canzoni, qualcuna che piaceva anche a Farassino, che non solo cantava ma pure rivendicava[12]. Leggevo anche le poesie di Nino Costa, di cui avevo comprato tre bei volumi, e poi di Carlo Porta e Gioacchino Belli, i classici delle letteratura dialettale insomma. Qualche volta, con Bepi e Angelo, andavamo fino a Stupinigi a vedere i cavalli – ma quanto sono piccoli e scattanti quelli da corsa – e si puntava qualche accoppiata: mai vinto nulla, neanche per caso. Comunque il tempo passò in fretta e l’anno successivo fui tra i primi a rientrare. A Campo San Piero, si stavano innalzando le prime colonne dell’Aspera Frigo, produttrice nazionale del marchio americano Tecumsech, dal nome del capo indiano di cui qualche anno dopo conobbi la storia visitando Montreal.

Iniziai con impegno il nuovo lavoro[13] e le esperienze si accumularono con grande velocità. Essere caricati di responsabilità da giovani, se la schiena è buona, può generare col tempo briciole di saggezza anticipata ma nulla ti viene regalato. Si pagano sia i troppi entusiasmi che le prudenze. Ricordo che per poter iniziare i lavori si doveva mettere in funzione una cabina ad alta tensione che era stata installata prima del nostro arrivo e non risultava però a norma sulla parte di competenza aziendale. Il dirigente dell’Enel, amico di mio padre, all’atto di consegnare la fornitura mi avvisò del rischio in cui incorrevo firmando l’accettazione del manufatto in queste condizioni. Solerte avvisai la direzione prospettando di non sottoscrivere la cosa fino a che non si fosse rimediato all’inconveniente: «Caro Secco – mi sentii dire – la firma è sua; e poi, faccia ciò che meglio crede, ma si ricordi che i periti li troviamo come le banane».

Veder crescere attorno a sé un colosso di ferro con tutte le sue vene di corrente elettrica, acque, aria compressa, gas, e poi le macchine col loro rumore e tutte le persone che le accudiscono ha, vi sembrerà incredibile, il suo aspetto poetico anche se l’approccio è diverso e occorre imparare l’uso di più registri. Si impara perfino a conoscere il cuore delle macchine per guarirle dei loro guasti in una sfida a distanza. Così feci per i primi anni avendo un obbligo di disponibilità senza limite d’orario, assolutamente gratuita al tempo: se sei responsabile, sei responsabile, eh!

Sono comunque grato all’azienda dei primi tempi per la straordinaria opportunità d’imparare e di crescere datami, anche se sono convinto che per anni si sono presi il meglio di me per una pipa di tabacco: i bilanci spuri sono sempre in chiaro-scuro ma io avevo anche altro da fare.

Il Bepi

Bepi Susana è stato il mio collaboratore designato fino dai tempi di Torino; con lui ho condiviso il lavoro per i 25 anni successivi e devo molto alla sua generosità e disponibilità se questo è stato complessivamente un periodo felice. Nei momenti di difficoltà e nelle contrarietà, avere la certezza di un supporto a fianco è una fiamma che ti rischiara il cuore.

Tolo, Ignazio e la stanza del Duce (1969-1970)

Convinto da sempre che il lavoro è un mezzo e non un fine, ritornato a Belluno ripresi i contatti con quel mondo artistico che avevo dovuto tralasciare: poeti, pittori, scultori, gente spesso impegnata su più fronti[14], che praticava quasi sempre un altro lavoro per poter sopravvivere. Tra gli incontri cruciali, quello con Ignazio Chiarelli[15], sanguigno poeta dialettale che stava a Mel, uomo dalla vita e dalle esperienze forti, già podestà ai tempi del Duce, amico di idee di Bartolomeo Zanenga[16], Toleto, storico e appassionato cultore della poesia e della cucina locale col quale legai subito iniziando un vero percorso d’amicizia. Toleto[17] divenne, si può dire, il mio primo estimatore e mi aiutò a capire e a credere nella ‘funzione’ di poeta e a proseguire parimenti nella raccolta di documenti sulla tradizione popolare, che allora facevo per pura passione e senza preciso obiettivo, con l’aiuto delle novità tecnologiche del tempo ossia di un piccolo registratore a nastro Geloso, già roba da siori. Fu Toleto a farmi conoscere gli autori bellunesi più significativi, a partire da quel Bartolomeo Cavassico che era stato al centro della sua tesi di laurea a Milano nel lontano ’49 e che in seguito aveva pubblicato avvalendosi della collaborazione di Giovan Battista Pellegrini. Successivamente mi fece partecipe dei lavori fatti e in corso, come gli studi sulle ‘Antichità bellunesi’ e le ‘Castigationes virgilianae’ di Pierio Valeriano, i testi di Giuseppe Coraulo, e di Valerio Da Pos, le ‘Cronache bellunesi’ di Antonio Maresio Bazolle. Altri pezzi scriverà collaborando in seguito con me, specialmente con prefazioni ai libri di cucina, a quelli sulla Piave e così via. Buona parte di queste ricerche fu pubblicata in diversi numeri dell’Archivio Storico di Belluno Feltre e Cadore di cui Bartolomeo fu direttore unico dal 1983 al 1993 e venne edita dallo stesso Autore anche sotto forma di estratti, oggi quasi tutti reperibili in www.sorimar.it[18] (attualmente il dominio è inattivo e l’Archivio GLS non visualizzabile, in attesa di finanziamenti per il suo aggiornamento, ndr).

Dagli anni Ottanta parteciperà come ospite ad alcune puntate radiotelevisive dei miei programmi Cin Cin, Europa in zattera e A tavola con Dolomieu per i quali tenne anche specifiche conferenze. Nel mentre pubblicò alcune mie ricerche su temi della tradizione popolare nell’Archivio bellunese, avendone grande stima. Tornando all’incontro con Chiarelli, ricordo ancora la casa di Ignazio, con le stanze piene zeppe di libri e di oggetti personali tra cui un piccolo busto del suo divo ed altri cimeli d’epoca. L’atmosfera era ovattata da una luce fioca tendente al rosso e ci passai un pomeriggio indimenticabile. Quando gli chiesi di poter usare qualche suo verso per una ninna nanna da cantare in pubblico, fu ben contento e questa fu tra le prime del mio repertorio ‘popolare’.


[1] I componenti del gruppo erano: Dino Bridda, Antonio Costa, Augusto Da Ponte, Lorenzo De Col, Terri De Pellegrin, Lea Molfese, Francesco Piero Franchi, Nino Olivieri, Tano Pigozzo, Marino Perera, Gianluigi Secco, Elios Zaupa, Mirzio Fedeli (tecnico suono), Dario Sirena (luci). Se il nome della compagnia non è molto fantasioso, denota comunque una intenzione apartitica.

[2] Franchi si trasferirà poi a Bologna per insegnare lettere latine e greche al liceo Galvani; ciò senza mai lasciare del tutto Belluno anzi mantenendo con la città un continuo rapporto tramite la partecipazione a molti dei suoi eventi culturali e sociali.

[3] Lorenzo, architetto artista decise di lasciarci ancora in piena forza, senza apparente motivo.

[4] La data di assunzione all’Aspera Frigo è il 5 giugno 1967.

[5] Osterie di campagna

[6] Toma e tumin sono i formaggi locali, le caciotte.

[7] Due peperoni bagnati nell’olio

[8] Trentatre grani di riso dentro una terrina rotta rossa.

[9] Gipo Farassino, cantautore piemontese notissimo in loco ma che per un periodo ebbe fama anche nazionale.

[10] Pìcio o pìciu è sinonimo del membro maschile.

[11] L’eclettico calciatore-artista, adorato dai tifosi del Torino, morì a meta ottobre del 67 per un incredibile incidente in centro a Torino dove fu investito da un auto.

[12] Successivamente, molto più avanti, entrò anche in politica militando nella Lega.

[13] L’avvio dei lavori fu festeggiato nel maggio del 1969.

[14] La piccola dimensione della città, la tipicità del territorio, favorivano indubbiamente la reciproca conoscenza.

[15] Il suo libro più noto ‘Andove turchina pasa la Piave’ resta come buon esempio. Di Chiarelli fu uno dei versi utilizzati per la Nina Nana inizialmente cantata dai Belumat a cui sostituirò poi versi miei d’ispirazione popolare e che vedrà anche una versione cantata dal Coro Agordo, su armonizzazione di Lamberto Pietropoli. Lo stesso Maestro armonizzò un’altra mia canzone (parole e musica) intitolata Canta de montagna (sempre eseguita dal Coro Agordo).

[16] Allora stimatissimo insegnante di letteratura alle Scuole Magistrali, col pallino della politica essendo tra i sostenitori attivi del Movimento Sociale MSI fin dalla nascita del partito. Da giovane, dopo l’8 settembre (era allora arruolato volontario degli Alpini) era stato reclutato dalla ‘Folgore’ della R.S.I. e, dopo un corso da paracadutista a Friburgo era tornato in Italia partecipando alla Battaglia di Roma del ‘44. Seguì quindi la compagnia sui confini occidentali e, quando questa si arrese agli Americani, in Val d’Aosta, il 5 maggio del ‘45, finì prigioniero di guerra al Campo di Coltano (PI) dove rimase fino alla liberazione (14 ottobre dello stesso anno).

[17] A Zanenga è dovuta molta gratitudine per la valorizzazione di poeti locali quali Bartolomeo Cavassico (che pubblicò dopo essersi laureato a Milano col Marcazzan, con una tesi sopra questo Autore; ancora Giuseppe Coraulo, Valerio da Pos a altri).

[18] Archivio delle Tradizioni, cerca per NOME = Zanenga.


Autore

  • Gianluigi Secco (Belluno, 1946-2020), si è dedicato per gran parte della vita al settore della cultura popolare e ai temi dell’identità e delle relazioni. •••
    Dalla fine degli anni Settanta è stato ideatore, produttore, conduttore e regista di rubriche radio e televisive di intrattenimento culturale (oltre 1000 ore di talk-show in diretta) sulle più importanti Emittenti trivenete. •••
    È stato autore di una trentina di volumi tra saggistica e poesia e di molti documentari in DVD video e CD audio, su temi sociali, sulla storia dell’emigrazione e sui riti della tradizione popolare. ••• È stato cantautore e anima del Gruppo Culturale Belumat (prima col duo ‘storico’, assieme a Giorgio Fornasier, I Belumat e poi con Belumat Formazione Aperta) che aveva all’attivo più di 3000 concerti in Italia e all’estero in quattro decenni di felice carriera. ••• È stato autore insieme a Giorgio Fornasier delle colonne sonore di due rappresentazioni teatrali brasiliane (16 canzoni d’Autore) scritte in collaborazione con lo scrittore e regista Josè Itaqui per la Compagnia Teatrale Miseri Coloni di Caxias do Sul (testi ‘par talian’ e in lingua brasiliana): De là de l mar e La vita zé na vaca. ••• Ha ideato e sostenuto per anni la mostra-museo errante ‘MEM’ intitolata maschere e riti dei carnevali arcaici del veneto & dolomiti, che ha proposto dal 1988 in Italia e all’Estero e che risulta essere tra le più significative del suo genere. ••• È stato il realizzatore, assieme all’amico Tito De Luca, della mostra Arca, Ararat e Armeni, allestita presso il Convento Mechitarista dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni, a Venezia (2002). ••• È stato il realizzatore della mostra POCO, NiENTE E FANTASIA, dedicata ai vecchi modi infantili di giocare, allestita presso il Museo Etnografico di Treviso (2014). •••
    È stato fondatore e presidente dal 1998 al 2018 della Associazione Internazionale Soraimar che aveva lo scopo di mettere in relazione autori e cultori delle tradizioni popolari venete di tutto il mondo e di stimolare la salvaguardia di ogni identità culturale considerata bene fondamentale del singolo e di tutte le collettività. ••• Aveva progettato e curato dal 2002 un sistema in rete internet di Archivi multimediali della Tradizione Popolare, aperti al pubblico, gestiti per conto dell’Associazione (soraimarc) oltre che per la Regione Veneto con oltre 5.000 clip audiovisive e 15.000 schede illustrative disponibili alla consultazione del pubblico (attualmente il sito è in restyling, in attesa di nuove risorse). ••• Aveva curato direttamente alcune collane multimediali sulla cultura veneta regionale ed extra regionale tra cui quelle americane di Brasile e Messico, e quelle di cultura istro-veneta con l’edizione di un centinaio di titoli in CD audio e DVD, editi per il tramite dell’Associazione. ••• Già tecnico d’industria, è stato formatore nei Sistemi di Qualità (Total Quality) con riferimento ai settori Turistico-alberghiero ed Enogastronomico (Prodotti Tipici, Turismo cultural-gastronomico). ••• È stato noto eno-gastronomo, già consultore membro della Accademia Italiana della Cucina ed autore di alcuni volumi e di una enciclopedia multimediale sulla cucina tradizionale veneta, vincitrice, nel 1997, del premio nazionale ‘Orio Vergani dell’AIC. ••• Aveva realizzato nel 2013 il progetto ‘Mitincanto’ con l’edizione di un volume ad illustrare i maggiori Miti della tradizione popolare veneta messi in relazione con altri similari d’Italia (ad es. della Sardegna) e del resto d’Europa e con la produzione affiancata di oltre una sessantina di nuove canzoni di cui ha già scritto i testi e, di parte, anche la musica, affidando poi altri brani ai colleghi cantautori del Veneto. Da questo lavoro era stato tratto un nuovo spettacolo teatral-musicale presentato in teatri, biblioteche e sale civiche e corredato da straordinari ausiliari audiovisivi. Tra queste canzoni, quella intitolata FADA, interpretata dalla cantautrice trevigiana Erica Boschiero, ha vinto come miglior testo il Premio Parodi 2012 a Cagliari. ••• Tra l’estate 2015 e il 2018 aveva combattuto un’aspra battaglia contro un linfoma di tipo ‘Non Hodgkin B’, diffuso a grandi cellule e era stato considerato rimesso dal male dopo un complesso trattamento pregevolmente praticato con successo dall’equipe medica del reparto di Ematologia del Ca’ Foncello di Treviso.
    Aveva potuto festeggiare il suo 74°compleanno in compagnia della gran parte degli amici musicisti (7/02/2020) per poi spegnersi, amorevolmente accompagnato dai suoi familiari, a causa di un subdolo infarto intempestivamente diagnosticato durante l’inizio del primo lockdown da Covid-19.

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