Un abito iconico ispirato ad archeologia e Olimpiadi

28 Febbraio 2026
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Un vestito antico e pur moderno, ispirato all’arte greca e fiorito nel solco aperto da un’eccezionale scoperta archeologica e dal successo delle prime Olimpiadi moderne: così possiamo definire Delphos, uno dei capi d’abbigliamento più iconici della storia della moda.

Il 9 maggio 1896, pochi giorni dopo la conclusione dei Giochi olimpici di Atene, veniva scoperta a Delfi la statua in bronzo di un atleta auriga. Essa apparteneva in origine a una quadriga votiva commissionata da Polizelo, tiranno di Gela, per celebrare la sua vittoria nella corsa con i carri nei Giochi Pitici del 478 o 474 a.C. ed era finita sepolta nel 373 a.C. in seguito a un disastroso terremoto. La statua (alta 180 cm), oggi al Museo Archeologico di Delfi, è priva del braccio sinistro e presenta l’auriga che, vestito con un lungo chitone fino ai piedi, cinto in vita e scanalato, tiene nella mano rimasta le redini. Il suo volto è leggermente volto a destra, con i capelli finemente disegnati in riccioli, attorno ai quali si nota la benda che consacra il vincitore.

L’ammirazione per questo capolavoro della scultura greca, coniugata all’entusiasmo per l’iniziativa del barone de Coubertin, toccò anche Mariano Fortuny y Madrazo (1871-1949) e la sua musa e moglie Henriette Nigrin, due figure che all’inizio del ‘900 irruppero con la loro creatività dirompente nel panorama artistico internazionale, lasciando il loro segno indelebile in svariati campi, dall’arte alla moda, dalla fotografia al design.

Mariano conobbe Henriette a Parigi, dove si era trasferito nel 1902 per approfondire le proprie ricerche in campo teatrale e frequentare i circoli artistici della capitale francese. Lei, nata nel 1877 a Fontainebleau, era una donna bella, raffinata ed elegante, che conquistò subito l’artista spagnolo, iniziando con lui una storia d’amore, ma pure un lungo sodalizio creativo durato per tutta la vita. I due si stabilirono a Venezia, a Palazzo Pesaro degli Orfei in campo San Beneto, per poi sposarsi a Parigi il 29 febbraio 1924. Già nel 1907 all’interno del palazzo veneziano aprirono un laboratorio per la stampa su tessuto, dove realizzavano a mano i celebri abiti Delphos e gli scialli Knossos, che ebbero un successo enorme nel mondo intero e ai quali si aggiunsero poi tante altre creazioni, dai caftani ai mantelli, dai costumi teatrali alle stoffe per l’arredamento.

I loro capi, presentati in varie esposizioni e nei negozi più prestigiosi di Parigi, Londra e New York, venivano indossati da dive del calibro di Eleonora Duse, Isadora Duncan, Luisa Casati, Alma Mahler, Gwendoline Churchill e tante altre ancora.

L’abito Delphos era basato su una tunica monocroma ispirata proprio al chitone dell’Auriga di Delfi, al quale la lunga veste, cinta in vita, dona un’aura di solenne solidità, ma al contempo pure di movimento in virtù della plissettatura che la caratterizza e che l’ignoto scultore (fore Sotade di Tespie o Pitagora di Reggio) ha saputo magistralmente rendere nel bronzo.

Questa lunga tunica veniva realizzata con un taglio rettangolare con cuciture verticali che sigillavano i teli necessari per il plissé, cosicché le molte pieghe operate rendevano l’abito facilmente indossabile, rendendolo atto a estendersi, a scivolare sul corpo modellandone con eleganza le curve. Di norma poi nei profili, sulle spalle e ai lati, veniva disposta una fila di piccole perle di vetro di Murano, mentre nel punto vita la geometria cilindrica dell’abito veniva interrotta da una cintura decorata con motivi geometrici o floreali.

Il merito di siffatta interpretazione dell’abito greco fu soprattutto di Henriette, come dichiarato dallo stesso Mariano nel brevetto. Fu lei a ripensare il classico chitone realizzandolo con materiali eleganti, come raso e taffetà di seta, con quattro o cinque pezzi di tessuto, cuciti in plissettatura sui lati in sequenza verticale fino a formare le maniche, regolabili mediante un cordone interno, così come lo erano pure la scollatura anteriore e quella posteriore. La pieghettatura verticale presentava più di 450 pieghe a pannello e in molti casi veniva arricchita da un motivo a onda trasversale, realizzato mediante una stiratura a caldo con cilindri di rame o di ceramica, quasi si trattasse di dar forma a una chioma di capelli. Intorno agli anni Venti il Delphos ebbe un’evoluzione, detta Peplos, arricchendosi di un rettangolo di stoffa ripiegato in alto (detto nell’antica Grecia apoptygma), con una balza ricadente sul seno e l’altra sulla schiena, fino alla vita o anche più giù.

Alla morte di Mariano nel 1949, Henriette lasciò la società Fortuny all’amica Elsie McNeill e alla sua morte nel 1965 il palazzo di San Beneto, per sua volontà, divenne proprietà del Comune di Venezia per diventare centro d’arte e di cultura, aperto al pubblico nel 1975 come Museo.

Gli abiti Delphos e Peplos sono ancora oggi prodotti dall’azienda “Fortuny”, nata nel 1984 grazie all’imprenditore Lino Lando, che, dopo molte ricerche tra gli archivi di Palazzo Pesaro degli Orfei, ricostruì un laboratorio che recupera e preserva le tecnologie e i metodi di produzione di Mariano ed Henriette.

In questa storia di geniale imprenditoria segnalo una curiosità di interesse tutto cadorino: tra le tante foto dell’archivio Fortuny figurano pure due immagini, che immortalano Henriette in un paese che viene definito «small village of Dolomites». Si tratta in verità di Valle di Cadore, dove le mucche fanno da contorno alla raffinata modella, in un contrasto, probabilmente voluto, tra mondi e tempi diversi. Forse per dire che l’eleganza sa affermarsi sempre e comunque, in ogni luogo e situazione.

Walter Musizza

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