Chissà perché, i nomi di un sacco di cose buone (lo zucchero, il carciofo, il marzapane, l’arancia…) li abbiamo presi dall’arabo per farli nostri.
Come l’italiano «ribes», parola che in realtà ha una forma insolita per la nostra lingua, con quella -s finale. E questo si spiega perché si tratta di una voce dotta, presa direttamente dal linguaggio colto, non popolare: ribes è infatti un vocabolo latino, ma del latino medievale, che entra nel volgare nel Trecento e presenta anche le varianti ribasium e ribesium. Nel latino “di Roma” questa parola non c’era, è arrivata in Italia grazie ai contatti con il mondo arabo, che ci ha insegnato a dire ribas.
Il fatto poi che ribas in arabo volesse dire «rabarbaro» non rovina la nostra spiegazione: spesso il significato delle parole, di bocca in bocca, “slitta” da un oggetto all’altro. E potrebbe essere accaduto, nel nostro caso, perché i fiori del rabarbaro non sono poi così dissimili dal ribes rosso. Le due foto qui sotto mi pare lo dimostrino.


Ribes è latino, dicevamo. Origine dotta. Ma la forma popolare qual è, dunque? Ce ne sono diverse, anche in provincia di Belluno, anche più… strane di «ribes». Che poi ha fatto da ”cappello” a tutte.
Qualche assaggio? Ua spinèla a Cortina e così nel resto del Cadore, a Belluno e nel Feltrino, ovviamente con varianti di pronuncia.
Ma sono la Valle del Cordevole e Zoldo a dare spettacolo: Selva di Cadore (vocabolario di don Lorenzo Dell’Andrea) esibisce un ricco repertorio partendo da àsie e proprio questa forma ci permette di leggere con maggiore facilità il tipo èsie di Laste di Rocca Pietore (con il solito tratto ladino atesino per cui à passa a è); poi asier che è il cespuglio, paresolèr «cespuglio di uva spina», pelose il frutto, pelose male l’uva spina selvatica.
Questo tipo lessicale, presente anche nella conca di Agordo, suona “più arabo” di ribes! E invece è pienamente neolatino e facile da spiegare: asie/asier (Zoldo) / èsie /ejie (Livinallongo) vuol dire «acide», è aspro infatti il sapore delle bacche di ribes.
Acquolina in bocca? Ancora un po’ di pazienza, arrivano, arrivano…
Molti studi sono stati pubblicati sulle parole che vengono dall’arabo e che compaiono nell’italiano e nei nostri dialetti. Ma il riferimento più importante (sul quale si basa anche questa nostra rubrica «Ma parlo arabo?») è costituito dai due volumi «Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia», opera che porta la firma del glottologo agordino Giovan Battista Pellegrini. La pubblicò nel 1972 per Paideia Editrice Brescia, con una dedica: Alla memoria di mio padre dr. Valerio Pellegrini, nato a Lozzo di













2 risposte
Sempre molto interessante questa rubrica! Grazie Luigi per le tue gustose pillole di cultura!
Grazie davvero!