Carcere e reinserimento, vescovi e direttori del Triveneto a confronto

A Torreglia incontro tra episcopato e amministrazione penitenziaria: 18 istituti coinvolti, oltre 4.100 detenuti e circa 2.300 agenti. Al centro collaborazione, lavoro e percorsi di rieducazione.
6 Marzo 2026
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A Torreglia, in provincia di Padova, si è svolto oggi un incontro tra i quindici vescovi della Conferenza episcopale triveneto e i direttori dei diciotto istituti penitenziari del Triveneto, compresa la struttura minorile. L’appuntamento si è tenuto a Villa Immacolata e ha visto la partecipazione anche di una rappresentanza dei cappellani delle carceri. La delegazione dei direttori era guidata da Rosella Santoro, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria per Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.

L’iniziativa, promossa dai vescovi e preparata dal gruppo triveneto dei cappellani, è stata pensata come un momento di conoscenza reciproca e di confronto, con l’obiettivo di rafforzare la collaborazione tra Chiesa e istituzioni penitenziarie. L’attenzione si è concentrata soprattutto sui percorsi di rieducazione e reinserimento delle persone detenute e sulle condizioni di chi lavora e vive negli istituti.

Il presidente della Conferenza episcopale triveneto e patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, ha sottolineato il significato dell’incontro: «Questa è la prima volta di un incontro che poi vorremmo, anche con modalità diverse, ripetere con regolarità. Grazie per questo momento di condivisione. Ci sta a cuore la realtà del carcere come Vescovi – ha specificato – e certamente perché è un’opera di carità, ma soprattutto perché siamo cittadini». Moraglia ha ricordato come le carceri facciano parte della vita delle città e come, da cittadini attenti alla Costituzione, la Chiesa intenda dialogare con l’amministrazione penitenziaria per contribuire al bene della società. Ha inoltre richiamato il ruolo dei cappellani e delle cappellanie, considerati una presenza significativa nella vita degli istituti e nelle relazioni con i detenuti.

Nel corso dell’incontro è stata presentata la realtà delle cappellanie carcerarie attive nei diciotto istituti del Triveneto. Il servizio è svolto da diciotto sacerdoti con incarico ufficiale di cappellani, affiancati da altri venticinque sacerdoti volontari, venticinque religiose, undici diaconi e oltre duecento volontari laici. L’attività si rivolge non solo ai detenuti ma anche agli agenti della polizia penitenziaria, ai dirigenti e al personale delle strutture.

L’impegno delle cappellanie comprende diversi ambiti: la dimensione liturgico-pastorale, con celebrazioni della Messa – frequentate mediamente dal 15 per cento dei detenuti –, catechesi e preparazione ai sacramenti; l’ascolto e il dialogo, attraverso colloqui personali, accompagnamento nelle domande di senso, dialogo interreligioso e mediazione tra lingue e culture; e infine il sostegno concreto, con contatti con le famiglie dei detenuti, forme di ospitalità nei periodi di permesso e iniziative di reinserimento. Non mancano attività di sensibilizzazione nel territorio, come incontri nelle scuole o il coinvolgimento di parrocchie e imprenditori per favorire l’accoglienza e il lavoro dopo la detenzione.

Il vescovo delegato Carlo Maria Redaelli e i rappresentanti dei cappellani hanno ricordato che la comunità ecclesiale considera il carcere parte della propria missione. «L’azione pastorale delle diocesi nei confronti della popolazione carceraria ha nel Vangelo e poi nella Costituzione italiana i suoi valori fondanti», è stato osservato. In particolare l’articolo 27 della Costituzione, che indica la funzione rieducativa della pena, viene richiamato come riferimento comune: «ogni persona merita un’opportunità di riscatto». Perché la rieducazione sia effettiva, è stato sottolineato, servono percorsi concreti di reinserimento nella società e rapporti con il territorio.

Secondo i dati presentati durante l’incontro, negli istituti del Triveneto sono detenute circa 3.500 persone, di cui 2.000 con condanna definitiva. Tra queste, circa cento hanno un residuo di pena di un anno, un numero simile ha una fine pena entro ventiquattro mesi e circa cinquecento entro tre anni. Si stima che circa 850 persone potrebbero accedere a misure alternative. L’accompagnamento al reinserimento, è stato osservato, può contribuire sia a ridurre il sovraffollamento sia a diminuire la recidiva.

È stato inoltre ricordato che il cappellano è nominato dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ed è parte integrante dell’istituto. Per questo, è stato sottolineato, sarebbe importante che il suo ruolo fosse riconosciuto in tutte le strutture, con la possibilità di svolgere pienamente il ministero attraverso celebrazioni, colloqui e partecipazione alla vita dell’istituto. Allo stesso modo è stata evidenziata l’importanza di riconoscere l’équipe della cappellania come una realtà stabile e organizzata.

I vescovi hanno riconosciuto le difficoltà con cui si confronta l’amministrazione penitenziaria: sovraffollamento, carenza di personale e risorse, problemi di spazi e sicurezza e aumento dei detenuti minorenni. In questo contesto, una collaborazione più strutturata con le cappellanie – già presente in diversi istituti – potrebbe offrire ulteriori opportunità di sostegno e di intervento.

Nel suo intervento Rosella Santoro ha definito l’incontro un’esperienza nuova: «Per me è la prima volta in assoluto. Auspico che ci siano altri incontri del genere, è stato un confronto molto costruttivo». Ha osservato che il carcere è spesso percepito come «una società nella società» e non sempre riceve l’attenzione necessaria. «All’interno del carcere noi dobbiamo lavorare affinché le persone recluse possano avere la possibilità di essere rieducate per reinserirsi nella società, come sancito dalla Costituzione».

Santoro ha poi illustrato la situazione degli istituti del Triveneto. Negli ultimi anni la popolazione detenuta è cresciuta e oggi supera le 4.100 persone, di cui il 52 per cento stranieri. Il personale conta circa 2.300 agenti di polizia penitenziaria. «Siamo convinti – ha aggiunto – che la persona non è il suo reato e siamo impegnati ad aumentare offerta lavorativa interna e a cercare imprese che portino lavoro all’interno». Un’altra criticità riguarda l’aumento di detenuti con disagio psichico, per i quali è necessario individuare percorsi di trattamento adeguati. «La sfida è questa: dare una seconda chance a tutte le persone perché ritrovino uno spazio all’interno nella società».

A nome dei direttori degli istituti è intervenuto Alberto Quagliotto, direttore della casa circondariale di Treviso, che ha espresso gratitudine per il lavoro svolto dalle Chiese locali. Quagliotto ha richiamato alcune fragilità che emergono nella vita carceraria: «Attualmente sperimento che la povertà più grande non è quella materiale, delle magliette o del vestiario, ma una povertà morale e culturale». Il carcere, ha osservato, è parte della società e spesso ne intercetta in anticipo le trasformazioni e le difficoltà, come accade nel confronto tra culture diverse.

L’incontro si è concluso con un ampio dialogo tra vescovi e direttori, nel quale sono stati approfonditi molti dei temi emersi nel corso del pomeriggio, anche attraverso le esperienze e le testimonianze dei partecipanti. L’intenzione condivisa è quella di proseguire il confronto anche in futuro, con ulteriori occasioni di collaborazione tra istituzioni civili ed ecclesiali nel contesto penitenziario.

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