«Io da grande farò l’attrice!». «Bello! Come la mamma?». «No, come Mistria». La guardo perplessa, non so chi sia Mistria. Siamo sedute per terra a casa sua, entrambe appoggiate con la schiena alla parete, intente a completare un puzzle che rivela un po’ alla volta fra le nostre gambe l’immagine psichedelica di un unicorno fucsia dalle ciglia allungatissime, mentre beve da una sorgente di acqua verde fluo. L’arcipelago delle nuove conoscenze romane mi ha portato a una cena in un attico della capitale.
La padrona di casa mi ha accolto con entusiasmo, sono l’amica di un’amica, sono l’unica che fa un “lavoro serio”, esclama a beneficio degli astanti. Il tempo di intervistarmi sul quesito referendario e intuire che non lo so spiegare per slogan seduttivi e al massimo in trenta secondi e sono disarcionata dall’onda dell’attenzione globale. Riesco ad assaggiare una fetta di Quiche Lorraine e poi mi trovo seduta per terra con l’unica interlocutrice la cui verve dialettica è alla mia portata: ha sette anni e non fa la spola con gli studios (né dal chirurgo estetico, ancora). Mi resta da capire chi sia Mistria per proseguire la conversazione, e soprattutto perché sia un modello di attrice più allettante di quello della iconica madre, il cui sorriso campeggia nelle foto sparse per tutta la casa, spesso armata di statuine, emblema di conquistata celebrità.
«Mistria è la mia tata. Mi prende a scuola tutti i giorni, poi facciamo i compiti e poi giochiamo. Qualche volta anche la sera giochiamo. È divertente. Lei fa gli spettacolini, fa finta di essere altre persone, mi fa ridere. Decido io chi è: il lupo, quella che non si ricorda mai niente, la sorellina piccolissima mia, il gigante ubriaco». «Beh, immagino. Però non sarà mai brava quanto la mamma, che lo fa di mestiere e ha vinto un sacco di premi, giusto?». Credo di aver fatto un transfert con questa donna simpatica che mi ha accolto in casa sua, mi ha offerto una delle torte salate più buone che io abbia mai assaggiato e poi mi ha generosamente dimenticato, lasciandomi libera e impacciata a girovagare fra le vestigia fiabesche della sua dorata esistenza: come minimo debbo perorarne la causa, visto che anche il mio lavoro “serio” mi ha spesso reso latitante interi pomeriggi e feste comandate rispetto al tempo di crescita dei miei figli.
«Mistria è più brava di mamma, perché lei recita per me, non per gli altri. E vuole che io sia felice con lei, quando diventa un’altra lo fa apposta per me sola». «Anche papà fa l’attore». «Sì, lui però vive in Spagna; è super fantastico!! Sono la sua principessa». Ecco. Nessuna fama, nessun talento, nessuna statuetta di conferma è mai abbastanza, perché non regala questo piccolo pensiero di grata restituzione, anche così feroce nella sua innocente condanna di mancata esclusiva, quella che ogni figlio pretende da ogni madre (e da lei sola) in ogni epoca; un puzzle che disegna poco a poco nella testa di piccole identità l’absentia con cui ogni madre, che decida di non farsi assorbire solo dalla totalità della mistica dell’accudimento, deve confrontarsi per salvarsi e salvare chi ha generato, ricordandosi di «contenere infinite moltitudini» e perdonandosi qualche distrazione di troppo.
Anche il lavoro più sognato e riconosciuto, svolto da una donna che ha scelto anche la maternità, segna una fatale rotta di collisione fra aspettative promesse e deluse? Solo l’unicorno femmina riesce perfettamente a coniugare realizzazione professionale e cura degli affetti? Dove si trova la sorgente di acqua verde fluo?.












