Estate artistica tra le betulle
In compagnia di Claudio, Loris e Toni[1], decidemmo di passare qualche giorno in montagna per un ‘simposio’ artistico. Ognuno avrebbe dovuto occuparsi della sua arte in particolare ma in un rapporto di stimolo reciproco. La casera che avevo preso in affitto in Boz era nata coi contributi per non so che, qualche anno prima, e la piccola stalla non era mai stata adoperata ed era inagibile, piena di cianfrusaglie e fieno marcio. C’erano una piccola cucina e uno sgabuzzino in cui avevo dislocato un fornello a gas; sopra il portico chiuso da un gran portone di legno esisteva poi una ampia camera in cui avevamo sistemato sei letti. Unico ‘confort’, la presa di acqua in casa ma niente bagno, viva l’aria fresca!

Ci sistemammo alla meglio e l’entusiasmo per l’idea realizzata ci aiutò a passare bene quei giorni salvo qualche piccolo disguido. Imparammo però a conoscerci meglio e a valutare le reciproche risorse.

Io facevo da mangiare aiutato da Toni, poi scribacchiavo un po’ di tutto; Loris egualmente si dedicava alla scrittura. Il migliore di noi era certamente Claudio; non solo perché il suo quadrone con famiglia procedeva ottimamente ma perché era sempre pieno di attenzione per ognuno e per ogni cosa: insomma un senso del gruppo eccezionale. Ma gli amici, a volte, sono, anche bonariamente, dei sommi bastardi.

Se a qualcuno di noi, di notte, scappava da pisciare, si usciva dalla camera e, affacciati sulla stalla aperta – dall’alto, che c’è ancora più soddisfazione – si lasciava andare; Claudio no, scendeva le scale di legno – che cigolavano -, apriva il chiavistello del portone di legno – di fianco ad una lunga catena, usciva, si allontanava nella luna, rientrava, richiudeva, tornava a sistemare il chiavistello e quindi risaliva le scale di legno – che ri-cigolavano – e tornava a dormire.
Tutto faceva in punta dei piedi per non dare disturbo. Così noi, la terza sera, tutti d’accordo, abbiamo arrotolato intenzionalmente molto stretta la serie di anelli attorno al catenaccio. Ci mettemmo quindi ad attendere l’evento che non tardò a svilupparsi come previsto in un dannato strepito: «Ssss, basta, dai sssss» ma la catena smossa al buio, non dava requie e a ogni tentativo cadevano altre maglie « e alora, ela finida? Ssss, basta». Così all’andata, meno al ritorno e, nel frattempo, risate. Poi, morta là.
Il giorno appresso tutto andò tranquillo fino al termine del pranzo (se così si poteva chiamare). Fu allora che Claudio, serissimamente, cominciò alla larga dicendo che gli dispiaceva di dover andarsene, perché stava bene, la compagnia gli piaceva ma … che non voleva recare disturbo a nessuno e che lui purtroppo aveva quell’abitudine notturna … Insomma dovemmo farci in quattro per fargli capire il nostro scherzo giacché fosse capitata una cosa del genere a noi la compagnia sarebbe stata immediatamente mandata a farsi fottere, altro che storie.
Resta il fatto che il suo quadro e la nostra amicizia furono le cose migliori di quell’estate.
‘Belumat’ quasi per caso

Nel settembre del ’72 fu stabilito di ripetere la serata dei poeti del Zempedon, sulla falsariga dell’anno precedente, con la presenza del Coro Agordo e di un altro gruppo folcloristico che all’ultimo momento ci lascio però a piedi. Proposi agli amici poeti di ‘tappare il buco’ invitando a cantare con me Giorgio Fornasier col quale, come si è visto, saltuariamente andavo formando una coppia canora abbastanza atipica che si esibiva per amici, in osterie e case di riposo. I nostri cavalli di battaglia erano stati raccolti qua e là e andavano dalla Santa Caterina (drammatizzazione assolutamente personalizzata dell’omonimo canto dei giovani dell’A.C.) a La porsèa gà fato i porsèi (versione plurilingua) a Quando ci fu la guera (traviamento del più noto canto Alpini in Libia), con la novità collaudata di Ànega tànega, fatta di una serie di conte e filastrocche che stavo da tempo raccogliendo. Rinunciando alla Caterina, che ci pareva un po’ superata, convenimmo di inserire con gli altri, la Nina Nana sul testo di Chiarelli e di completare, al momento, un altro pezzo già pensato per un nostro pout purrì ovvero il Tango della Val Belluna. Nello spogliatoio della palestra, prima di uscire, in una decina di minuti il testo fu pronto e lo trascrissi bene per facilitare la lettura di entrambi durante la prima esecuzione.
Al momento della esibizione la coppia non aveva ancora un nome specifico al che il presentatore, che era il Direttore Didattico Aldo Aimè, ci chiese come dovesse presentare: scegliemmo il più semplice dei nomi che potevano capitare in mente: I Belumat ossia ‘I Bellunesi’. Ottenemmo un incredibile apprezzamento da parte del pubblico e molti si augurarono di vederci presto ancora cantare … e perché no! Ma con che repertorio?
Laura
Con tutto ciò, la cosa più importante del ‘72 fu la nascita di mia figlia Laura avvenuta il primo di novembre, a Feltre. Appena nata era tutta rossa, coi capelli neri che sbucavano da una bendaccia bianca fissata con una retina elastica a bassa compressione simile a quelle che si usano nei salumi moderni: una soppressa insomma. Lo so che una cosa del genere non sarebbe da dire ma i padri non vanno giudicati sulla prima impressione ma sull’ultima soglia…. Me é nata na ròba te l cór, / che n fior, al pi bèl, no someja, / Na nota de oʃèl s é levada / par farme da ʃveja[2].

A Laura dedicai la ninna nanna de San Gaetan ispirandomi, per la melodia, alla nenia cantatami da una signora del Prà intervistata sugli usi e costumi del Borgo. Era usanza portare i bambini irrequieti o che avevano difficoltà di addormentarsi al piccolo Santuario sulla vecchia strada del Nevegal per invocare il santo a un pronto rimedio. La canzone, oltre che in quello dei Belumat, entrò nel repertorio del Coro Agordo con l’armonizzazione fatta da Lamberto Pietropoli. Esiste anche una bella versione per fisarmonica interpretata da Ivano Battiston (e va senz’altro ricordata la recentissima interpretazione del brano da parte del Trio ‘Na fuoia’, dal CD ‘La via su quel bel monte’, ndr)
Polenta e tòcio (1972)
Da tempo, lavoravo attorno alla realizzazione di un libro di gastronomia in versi. Bartolomeo Zanenga si propose per fare una piccola storia della cucina bellunese e di introdurre il mio lavoro; la qual cosa gli spettava di diritto, visto l’entusiasmo con cui mi aveva curato e supportato.

Ci pensò Marino, appassionato e critico d’arte, a farmi conoscere Gigi Da Rold, rappresentante di commercio per necessità ma profondamente pittore nell’anima, acquerellista nello specifico, con una sensibilità stupefacente e una visuale candida. Gli diedi il menabò di Polenta e tòcio chiedendogli di leggerlo semmai volesse farmi qualcosa da inserire. Dopo una settimana arrivò con una decina di acquerelli, uno più bello dell’altro, dicendomi che gli erano venuti di getto leggendo i versi ma soprattutto perché quelle erano ricette anche sue, perché sua nonna gliele preparava così e che se l’era ritrovata accanto … insomma «ecco qua, fanne quello che vuoi». Il mio primo libro uscì nel dicembre del 1972[3]. Fu presentato da Bepi Mazzotti a Falcade, per la gioia mia e di Sandro Tarantola, l’Editore. L’invito era partito da Bepi Pellegrinon, iniziatore della prima rassegna gastronomica provinciale Al piat de la nona.
Sandro
Sandro era un omone grande e grosso e si spostava lentamente come un orso; poi alzava il capo e ti osservava a lungo dalle lenti spesse dei suoi occhiali neri. Aggiustati i baffi cominciava a parlare sottovoce delle cose belle che gli piacevano, dei libri che la sua famiglia aveva nel sangue e dei Tarantola dispersi per l’Italia, tutti librai come lui. Aiutare gli scrittori locali gli faceva piacere, e la gioia che provava sembrava renderlo più leggero per qualche momento. Poi ritornava nelle sue scarpe che da qualche parte aveva inzaccherate di malinconia. Era strano come un uomo così orbo riuscisse a vedere tanto bene i suoi simili. Forse per questo si è scelto la sorte[4].
Polenta e Tocio fu presentato a Belluno poco prima del periodo natalizio, al cospetto dei collaboratori e di un folto pubblico. La prefazione di Zanenga lasciò tutti ammirati e io continuai ad imparare molto. Di seguito la presentazione venne ripetuta in più località del Veneto[5], abbinandola spesso a cene con degustazione di alcuni piatti descritti. Ebbi così occasione di entrare in molte cucine e di instaurare nuovi rapporti col mondo della ristorazione e degli esperti.
A Belluno, con me e Agostino Perale ci fu Ugo Fasolo, al tempo già Accademico della Cucina Italiana.

La strana forma di questo ricettario interessò molto anche la stampa, e non solo quella locale, tanto da essere menzionato dal Corriere della sera[6] oltre che dai periodici veneti e provinciali e ciò grazie alle sollecitazioni e all’interessamento dei nuovi amici, il cui mondo operativo e culturale era fuori dalle valli del Piave.
[1] Claudio Nevyjel, Loris Santomaso e Toni Zanetti.
[2] La poesiola, inviata per rendere noto l’avvenimento agli amici, inserita poi ne La mare tera, prosegue così … Na canta che mai vée sentista, / veʃina cusìta a le stele, / te l cùz de la cuna la conta / le storie pì bèle, // la parla de fóje lediere / de trói e de róje infioradi… / le man de to mare le cuna / sti sogni incantadi; // E bèlche te i det picinini / te cén priʃonier i pensieri / de n òn, che te l sàc de la vita / l à més n antro ieri: / Al pi bèl!
[3] Gianluigi Secco, Polenta e tòcio, ricette bellunesi in versi dialettali con introduzione storica di Bartolomeo Zanenga e acquerelli di Luigi da Rold (182 pp., 17×24 cm), Tarantola Editore, Belluno, 1972.
[4] Sandro si è tolto la vita probabilmente ritenendo di complicare troppo quella dei propri vicini, ma questo gesto è troppo arduo e personale per poter essere ‘giudicato’ ed è pertanto degno della più grande pietà.
[5] Si veda la cartella specifica contenuta nel CD dati.
[6] La citazione è riportata nella cartella 1972 Polenta e tòcio contenuta nel CD dati.











