«Fermare la spirale della violenza prima che ci conduca a una voragine irreparabile». Forse, nel caos delle notizie tragiche e sempre più allarmanti, questo monito di Leone XIV è passato in secondo piano, trascurato dai grandi leader internazionali, impegnati a mostrare i muscoli della loro potenza militare, e dall’opinione pubblica mondiale, intontita dall’assordante rumore delle armi. Ma quello del Papa, lanciato all’Angelus domenica 1° marzo, non era un appello né banale né ordinario. La diplomazia vaticana ha antenne e sensori che tanti, per troppo tempo, hanno sottovalutato. E Leone XIV sa esattamente di cosa parla. La guerra che Usa e Israele hanno scatenato contro l’Iran, infatti, non è una semplice scaramuccia; non è neppure un doloroso ma circoscritto conflitto regionale. Rischia di essere, invece, l’innesco di un conflitto mondiale in grado di destabilizzare l’intero pianeta.
Per chi non aveva capito la portata delle parole del pontefice, è intervenuto il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, che in un’intervista rilasciata ai media della Santa Sede ha spiegato: «La storia ci ha già insegnato che solo la politica, con la fatica della negoziazione, e l’attenzione al bilanciamento degli interessi, può accrescere la fiducia tra i popoli, promuovere lo sviluppo e preservare la pace (…). Il ricorso alla forza va considerato solo come ultima e gravissima istanza, dopo che tutti gli strumenti del dialogo politico e diplomatico sono stati utilizzati (…). Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva”, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme». Per questo motivo, aggiunge Parolin, «è davvero preoccupante il venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza».
Il messaggio del numero uno della diplomazia pontificia è piuttosto trasparente. Nessuno sconto al regime dell’orrore degli Ayatollah: il «caro popolo iraniano» ha diritto a un sistema politico che garantisca a tutti di «esprimere liberamente e pubblicamente le proprie idee». Al contempo, però, «ci si può chiedere se davvero si pensi che la soluzione possa arrivare tramite il lancio di missili e bombe». Chi conosce il linguaggio della diplomazia vaticana sa che il velato scetticismo del segretario di Stato vale quanto una condanna senza appello nell’idioma dei comuni mortali.
Gli apprendisti stregoni che hanno scientemente dato fuoco alle polveri del Medio Oriente sono il presidente americano Trump e il premier israeliano Netanhyau. Che il loro movente sia il bene del popolo iraniano e l’instaurazione della democrazia a Teheran è quantomeno dubbio. I loro metodi hanno fatto strame dei moniti dell’Onu e delle norme del diritto internazionale. E il loro avventurismo militare ha innescato un meccanismo esplosivo che potrebbero non essere in grado di controllare.
Lo scenario è fosco: nel mondo, dice il cardinale Parolin, «si va pericolosamente affermando un multipolarismo caratterizzato dal primato della potenza e dall’autoreferenzialità». Che fare? Per la Santa Sede non esiste altra strada che fermare subito il fragore delle armi e tornare alla «fatica» dei negoziati, della politica, della diplomazia. Un’idea quasi banale, si sarebbe detto qualche anno fa. Ma in questo nostro mondo capovolto, pare diventata quasi eretica o eversiva.











