Una cena memorabile e memorata (primi mesi del 1973)
Finalmente anche mio compare Albino era convolato a giuste nozze con Nadia[1] e dopo un po’ mi arrivò l’invito per una cena da fare nella nuova casa di Ponte. Ci andai con gioia e senza farmi gran problemi dato che conoscevo da tempo anche la sposa che quella sera si era impegnata nel preparare una cenetta un po’ particolare con la quale intendeva farmi onore (ma questo non lo avevo capito). Non ero ancora consapevole della mia fama di gastronomo dai gusti difficili (ancor oggi affermo che non è vero) ma di fronte all’olio della fonduta andato in sovra temperatura, non riuscii a superarmi.
Così alla prima innocente domanda di cortesia «se no te piaʃe, dimelo che te fae qualcos’altro» accettai rispondendo che avrei preso volentieri un paio d’uova al tegamino. Le ebbi e le mangiai con soddisfazione Poi parlammo di tutto e la serata si concluse piacevolmente verso l’una di notte. Pensai con soddisfazione che la tua era stata una buona scelta e che avere una moglie così duttile, anche in cucina, era una fortuna. Sinceramente lo pensai, ignaro di aver procurato un trauma alla giovinetta che, oggi ormai nonna, mi ha ricordato l’episodio con una rabbia ancor viva dopo trent’anni di solitudine! Coraio Nadia, porta pazienza … ah ah ah!
Un hospitale sulla via del Cadore (1973)
L’anno 1973 continuò pure a essere generoso di premi nonostante gli impegni di lavoro, soprattutto, mi tenessero molto impegnato. Il 3 gennaio ebbi il posto d’onore al Premio Giano Perale, giocando in casa, a Belluno[2]. Nel maggio fui gratificato dal Premio Primavera di Verona e in settembre il riconoscimento arrivò dal Premio Navetta d’oro di Schio. In ottobre poi ottenni il secondo posto al Premio Poesia Mestre dedicato alla memoria di Dino Buzzati[3].

Casa mia era diventata un punto di sosta preferenziale sulla via per il Cadore. Di tanto in tanto, preceduti da una telefonata, arrivavano Ugo Fasolo e Bepi Mazzotti. Si beveva un bicchiere di quello buono (al Bepi piaceva specialmente una mia Barbera tagliata col Brachetto che prendevo sulle colline del Monferrato, a Castigliole) con uno stuzzichino fatto in casa e si discorreva un poco di cose poetiche e di cultura locale. Bepi Mazzotti aveva molta simpatia per me, nonostante gli avessi manifestato il mio scarso entusiasmo per scalare le montagne. Mi aveva allora regalato un paio dei suoi primi libri, chissà, con che intima speranza. Condivideva la mia passione per la cucina locale ma, più che i versi, preferiva le ricerche ed era curiosissimo di sapere tutto; poi commentava ed aggiungeva il suo ed era gran gusto ascoltare. Quando fece il gran libro sul Feltrino, mi chiese se volevo accompagnarlo a fare le foto ai paesini che guardano al vallone della Piave. Lavorando in fabbrica potei cogliere solo un paio di occasioni per andarci e ancora oggi ho il rimorso di non aver trovato il modo di far fruttare meglio l’occasione. Furono esperienze importanti, non tanto per le foto, quanto per l’approccio all’ambiente e alle persone che incontrammo. I Maestri non hanno bisogno di far grandi cose per farsi capire.
Dei due il più loquace era comunque Ugo, che da quando era stato mio compagno vincente in una briscola ai quattro raggi vinta contro la coppia Babetto – Marin (cui era subentrato Bino Rebellato nell’ultimo giro)[4]. «Guarda i Bellunesi che ti fanno»! diceva marcando, alla toscana, sul carico vincente. Pur con quel suo accento foresto ci teneva alla città natale più di quanto i Bellunesi sappiano. Mi raccontò della sua vita e delle traversie passate; mi regalò un suo libretto di poesie in italiano che mi sorpresero per bellezza e pulizia e che rappresentavano bene anche il suo animo di estimatore e critico d’Arte. Non gli dissi che me ne aveva già dato uno perché avevo già in mente un caro amico a cui sarebbero certamente piaciute. Il nostro incontro e i successivi coinvolgimenti proposti con le attività locali, lo portarono a un riavvicinamento a casa e fu poi presente a molte delle mie iniziative. Anche Ugo era un amante della buona cucina e del buon vino. Si sa, Dio li fa e po li acompagna!
La mare tera (1973)
Intanto stavo preparando un nuovo libro, con poesie diverse per stile da quelle tradizionali, in versi sciolti anche se strutturati con metriche precise a incastro, e con rime rarefatte, del genere che tanta soddisfazione mi stavano portando negli ultimi tempi. Vista la disponibilità, pensai di chiedere a Biagio Marin di farmi una presentazione e ad un altro amico artista, Vico Calabrò, di illustrare qualche brano: il che puntualmente avvenne, come pure la presentazione del volume[5].
Vico
Vico aveva l’asma; quando arrivava a non tirare più il fiato tirava fuori la sua pompetta e rifletteva; dipingeva ma soprattutto, incideva, quasi che quel segno sottile gli fosse più consono – magri lui, il segno, il fiato. Ogni pensiero gli arrivava facilmente al ferro: specialmente lo appassionavano le storie popolari, leggende, miti, aneddoti, e soprattutto la poesia che aveva la sua stessa ala, lo stesso suo bisogno d’aria, di vita. Per questo sconfiggeva la morte con la fantasia, come continuo a vedere in un suo dipinto che ho appeso al muro, ispirato alla poesia Par la mort de n bòcia, che mosse il cuore anche a Bepi De Marzi. Con Claudio, Franco e Lorenzo è uno dei miei quattro ‘evangelisti’.

XIII convegno del burchiello (Belluno 24 giugno 1973)[6]
Su mia proposta, il neonato circolo Al zempedon ospita presso il salone della Camera di Commercio il ‘XIII convegno del Burchiello’. La bella festa prevede la speciale messa in Santo Stefano e una visita al Nevegal dove, presso l’omonimo albergo si terrà il pranzo e si potranno ascoltare poesie fino a non poterne più.

Il tema da noi proposto, come gruppo, nell’occasione è ‘la ricerca di una grafia unica per chi scrive in dialetto veneto’.
Una idea per A pas da zìnghen

Visto il libro in corso, pensai che a musicare alcune poesie e a inserirle in una scaletta logica si sarebbe potuto realizzare anche uno spettacolo per i Belumat. Feci la proposta a Giorgio che ne fu entusiasta e propose a sua volta di coinvolgere Bube[7] perché un contrabbasso sarebbe stato sicuramente utile. Pensai anche di interessare Loris Santomaso proponendogli di fare la voce fuori campo, dato che la sua era profonda e sonora. Inoltre estrapolando i materiali utili dal libro madre, si poteva con poche integrazioni, stampare un libretto[8] del futuro recital da dare agli spettatori: una cosa al tempo, meglio di quelli della lirica!
Tarantola si rese disponibile a farcelo saltar fuori a gratis: una meraviglia. Sotto a lavorare: così dietro la trama, su testi e poesie ci siamo messi a inventare le musiche per le canzoni nuove, sfruttando ove possibile quelle già presenti nel repertorio personale dei singoli sia mie che di Giorgio[9].
A Claudio Nevjyel abbiamo chiesto di preparare l’immagine del manifesto col titolo del recital preso dal nome della poesia con cui inizia ‘A pas da zìnghen (a passi da zingaro).
Scenografia nulla: parole e musica devono proiettare le immagini nei cervelli di chi ascolta; solo un faro e una piccola lampada per lavorare in contrapposizione ora illuminando il narratore, ora i cantori.
Tutto fu pronto per il debutto del nuovo recital che avvenne a fine dicembre, al termine della presentazione dell’opera ‘madre’ La mare tera[10].
Fu Agostino Perale ad illustrarne i contenuti assieme a Bartolomeo Zanenga. Poi I Belumat, nella specifica formazione ‘aperta’, cominciarono a cantare.
Il libro ebbe buoni estimatori, a dire il vero più fuori che in casa, dato che l’approccio alla poesia, su da noi, specie a livello di mass-media, era una cosa abbastanza sconosciuta, direi quasi nulla se non fosse stato che Ugo Neri qualche decennio prima avesse vinto un premio nazionale col suo famoso El scherzo de la luna[11]. Nulla da dire sulla cronaca per gli avvenimenti citati, ma avessi visto mai qualcuno fare un ragionamento sulla cultura locale, un po’ più largo! Eppure, in qualche modo, si stava aprendo la strada a un modo di far cultura interdisciplinare: arti plastiche, poesia, musica assieme, e soprattutto comunicazione, ossia modo di far partecipe del prodotto artistico il nostro prossimo.

A pas da zìnghen rappresentava questo nuovo tentativo, ossia portare la poesia alla gente attraverso un prodotto travestito in modo poliedrico, da scoprire tramite scoppi ritardati.
Inoltre c’era da riconsiderare, secondo me, lo stesso senso intimo di ciò che è poesia. Mi ritrovassi oggi là, con Biagetto, staremmo ore e ore a ragionare su questo argomento che già era insito nello stupido dilemma che qualcuno si poneva ovvero se quella che usa il dialetto può essere o no vera ‘poesia’. Domanda che peraltro si pongono molti che hanno studiato, il che pone un ulteriore dilemma ovvero che cacchio serve lo studio se quando sei maturo, questo non problema, non lo hai ancora capito? La gente ‘semplice’ (anche i veri colti lo sono) fu colpita dalla immediatezza della rappresentazione e ben presto le repliche superarono l’ambito provinciale e la fama dei Belumat cominciò a crescere. Questo nuovo modo di comunicare toccava gli animi, faceva ridere, piangere e ragionare al medesimo tempo, si condivideva bene, riusciva a coalizzare. Eh già, perché come in cucina dopo un boccone grasso devi sciacquare la bocca con un sorso di buon vino che te la rigeneri (solo così apprezzi un nuovo boccone), così nel recital avevo cercato, nella trama, un equilibrio tra il serio e il faceto. Era una intuizione giovanile, d’accordo, ma si è dimostrata del tutto corretta e diventerà la filosofia di tutti gli spettacoli futuri dei ‘Belumat’.

Aveva intanto cominciato a fare i primi passi in sordina, un’altra iniziativa importante per il mondo provinciale, ovvero la nascita della prima emittente locale. Fatalità volle che l’iniziatore nostrano per eccellenza sia già una ‘vecchia’ conoscenza: Ivano Pocchiesa che, con un gruppo di giovanissimi, nei primi mesi del Settantadue, trasmettendo da uno scantinato di Nogarè, fece nascere Radio Teledolomiti: già un programma nel titolo.

[1] Albino e Nadia si erano sposati il 15 ottobre del ‘72.
[2] La premiazione avvenne il 3 gennaio del 1973. Oltre al mio secondo posto, si segnalarono, dei nostri, Marino Perera e Dino Bridda.
[3] La premiazione del concorso indetto dal Collettivo 3, avvenne a Mestre, presso l’Ass. Artigiani, il 20 ottobre 1973.
[4] Giocata all’Hosteria dell’Amicissia nel corso dell’ultimo Premio Abano (1972).
[5] Gianluigi Secco, LA MARE TERA, poesie in vernacolo con introduzione di Biagio Marin e disegni di Vico Calabrò; 154 pagine formato 17×24 cm, Tarantola Editore, Belluno, novembre 1973.
[6] L’accordo per il convegno di Belluno lo abbiamo preso nel corso del precedente convegno di Verona (XII, 1972)
[7] Bube è il nomignolo di Aldo Antole.
[8] I Belumat, A PAS DA ZÌNGHEN recital di cante e poesie, di Gianluigi Secco, introduzione di Marino Perera, 42 pagine, formato 17×24, Tarantola Editore, Belluno 1973.
[9] Per la cronaca, A pas da zìnghen, La musa vecia, Storia Beloria, La me fémena, Nina nana, Giani Fiaschi, Baloni, sono, parole e musica, mie, con qualche aggiustamento all’arrangiamento di Giorgio. La scola, Al destin, L òn che à cor da bocia sono, parole e musica di Giorgio, con qualche aggiustamento o integrazione al testo da parte mia. La melodia di Anca i gat e le parole delle principali strofe sono di Giancarlo Fornasier, fratello di Giorgio; io ho integrato solo con le ultime strofe.
[10] Era il 28 dicembre del 1973 e la sala del Centro Giovanni XXIII di Belluno era stracolma.
[11] Primo premio al concorso nazionale di poesia dialettale ‘Città di Treviglio’ 1955.











