Finalmente ci siamo: il 22 e il 23 marzo si celebrerà il referendum e gli italiani saranno chiamati ad approvare o respingere la riforma costituzionale sulla giustizia. E diciamo “finalmente”, perché la campagna referendaria è stata tutt’altro che all’altezza di una riforma costituzionale e ha progressivamente assunto toni intollerabili per faziosità, conditi con slogan scomposti e spesso fuorvianti. Tant’è che a placare gli animi è dovuto intervenire addirittura il Presidente della Repubblica Mattarella, che partecipando inusualmente ai lavori del Consiglio superiore della magistratura ha ribadito con fermezza il rispetto dovuto all’istituzione da parte degli altri poteri dello Stato, richiamando alla collaborazione istituzionale. Ma invano. Vedi le recentissime, incaute, per usare un eufemismo, parole pronunciate dal capo di gabinetto del Guardiasigilli Nordio, Giusi Bartolozzi, che ha invitato a votare «sì e ci togliamo di mezzo la magistratura».
Nel merito, il quesito del referendum è se confermare o meno la legge costituzionale n. 253 del 30 ottobre 2025. Essa introduce tre cambiamenti di non poco conto: la separazione netta delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura in due organi distinti e la creazione di un’Alta Corte disciplinare incaricata di giudicare i magistrati per condotte illecite o scorrette. Inoltre, i componenti dei nuovi Csm non saranno più eletti ma sorteggiati, una scelta inusitata, escogitata per arginare le cosiddette “correnti”, ma che rischia di compromettere la rappresentatività degli organi di autogoverno. Quindi, in realtà, non si voterà sulla giustizia in senso ampio: non si tocca, cioè, nessuna delle questioni che attanagliano la giustizia italiana come la lunghezza dei processi o la carenza del personale. Ad ammetterlo per primo è stato lo stesso ministro della giustizia Nordio. Si vota, piuttosto, su una legge che riscriverebbe l’architettura del potere giudiziario, cioè la magistratura stessa.
Nella storia della Repubblica altre quattro volte si è svolto un referendum per modificare la Costituzione. Per la prima volta, tuttavia, una riforma costituzionale di questa portata, che tocca gli equilibri tra i poteri e che modifica 7 articoli della Costituzione, è arrivata in Parlamento con un testo “blindato” dal Governo: neanche una virgola cambiata, nessun emendamento accolto, neanche quelli della maggioranza.
Un irrigidimento questo che alimenta un sospetto difficile da rimuovere: che l’obiettivo reale dei promotori del “sì” non sia tanto quello di migliorare il funzionamento della giustizia, quanto piuttosto quello “non scritto” di ridefinire i rapporti di forza, rendendo la magistratura meno indipendente dal potere politico. Votare “no”, di converso, lascerebbe, secondo i fautori della riforma, i guasti generati dal correntismo nel Csm, il sistema di cordate e appartenenze che da anni non ha favorito di certo la credibilità dell’istituzione.
Proprio perché si tratta di una riforma della nostra Carta, sulla quale sta scritto “maneggiare con cura”, si sarebbe dovuto arrivare a una legge frutto di largo consenso trasversale, coinvolgendo minoranze e magistrati. Anche di qui passa la differenza tra “mettere mano” alla Costituzione e “manometterla”. Da troppo tempo invece i partiti che si alternano al governo pensano di modificare la Carta “a colpi di maggioranza”, anziché esercitare la condivisione e il confronto tra le parti.











