«Raccogliere gli ammalati poveri e provvedere a essi assistenza medica, vitto e medicinali e quant’altro fosse necessario per la cura secondo i dettami della scienza medica». Credo che davanti alle crepe che si stanno vieppiù aprendo nel nostro sistema sanitario nazionale questo intendimento oggi verrebbe sottoscritto da molti e specialmente da coloro che non si possono permettere esami e prestazioni onerose. Essenziale e sintetico, esso afferma infatti il diritto di ogni persona ammalata, ancorché indigente, di ricevere un trattamento non solo dignitoso, ma conforme ai parametri della medicina contemporanea, indipendentemente dal suo rango e dal suo censo.
Non si tratta però di parole recenti, bensì dell’articolo 2 dello statuto dell’«Ospitale civile di Auronzo», preparato dal segretario comunale Giovanni Del Monego il 16 novembre 1895, e approvato all’unanimità dalla giunta auronzana, presieduta dal sindaco Pio Monti. Esso, sostenuto dalla Giunta Provinciale di Belluno e sottoposto all’esame del Re d’Italia Umberto I, venne da questi approvato con Reale Decreto il 23 febbraio 1896 e nello stesso anno fu stampato dalla tipografia Tiziano di Pieve di Cadore.
Tutto era partito dalle ultime volontà di Andrea Vecellio Larice, uomo colto e benestante, già impiegato presso la pretura di Auronzo e discendente da un’antica famiglia di notai di Pieve. Quando egli morì, nel 1885, lasciò il suo patrimonio alla sorella impegnandola a devolverlo poi a sua volta al comune al fine di erigere quanto prima un ospedale. E così avvenne, poiché la sorella, morta il 24 marzo 1890, onorò la promessa fatta.
Il comune accettò l’eredità e deliberò subito di aumentarne il valore aggiungendo 2000 lire ogni anno al fine di ottenere rendite sufficienti all’apertura dell’opera pia e per di più concesse gratuitamente tutto il legname necessario per la costruzione dell’edificio.
I beni dei Vecellio Larice furono amministrati da un apposito consiglio di amministrazione, il cui primo presidente fu l’avvocato Luigi Rizzardi, che subito volle mettere di tasca sua 2500 lire, aggiungendo poi altre 10.000 lire a patto che la costruzione avvenisse entro il 1897.
La prima pietra fu posta però solo il 22 settembre di quell’anno con una solenne cerimonia, durante la quale il pievano Da Rin disse tra l’altro: «Da un popolo di fede, da un popolo di cuore, da un popolo concorde è sempre da sperar molto: e noi avremo anzi col tempo non solo l’ospitale, ma il ricovero per i vecchi e il patronato per i fanciulli poveri».
L’edificio, progettato dall’ingegner Giorgio Pagani Cesa, fu costruito dall’impresa Barnabò & Piazza, collaudato nel 1901 e intitolato a Luigi Rizzardi, morto l’anno prima dopo aver lasciato nel suo testamento come erede universale proprio l’ospedale civile.
Tutto felicemente concluso? Neanche per sogno, perché al momento dell’entrata in funzione dell’ospedale non c’erano i mezzi per arredarlo, tanto che lo si utilizzò per anni come scuola elementare per i bambini di Villagrande. Sopraggiunse poi la Grande Guerra e la struttura venne requisita dall’esercito e adibita a ospedale militare 043 del I Corpo d’Armata.
Fino alla ritirata di Caporetto esso risultò il centro dell’intera organizzazione di assistenza ai feriti allestita in Val d’Ansiei, assieme agli ospedaletti 038 a Villapiccola e 042 all’imbocco della Val Marzon. Responsabile era il colonnello colonnello. Antonio Marocco, già professore di chimica alla Scuola Militare di Firenze e allora capo della Sanità del I Corpo d’Armata. Tra i tanti ufficiali che prestarono servizio come medici ad Auronzo va ricordato Ugo Cerletti, noto soprattutto per essere stato l’inventore della spoletta a scoppio differito e del famigerato elettroshock utilizzato per la cura di alcune malattie mentali.
Finita la guerra e conclusi lavori vari di sistemazione, l’edificio fu utilizzato a partire dal 1928 per ricoveri urgenti di ammalati e soprattutto come casa di ricovero per vecchi, indigenti e inabili, con circa 20 ospiti. Nel 1946 la casa di ricovero venne però trasferita nella casa Vecellio Reane a San Rocco e si cercò di allestire finalmente un vero nosocomio. A tal fine nel 1947 il dr. Giuseppe Arrigoni aprì una casa di cura con funzioni di ospedale civile, mettendo a disposizione degli auronzani e di altri cadorini cure di medicina generale, chirurgia e ostetrica. Nel 1955 si volle puntare a un ulteriore ingrandimento sulla base di un progetto dell’ingegner Giuseppe Corte e l’inaugurazione avvenne il 28 luglio 1957. Nel 1971 ulteriori lavori di ampliamento portarono quasi al raddoppio della volumetria esistente, in modo da poter ospitare 162 degenti, e nel 1980 l’ospedale entrò a far parte dell’Unità Locale Socio-sanitaria n.1 “Cadore”.
Il resto è storia recente e ben nota: ogniqualvolta ne veniva ventilata la soppressione auronzani e comeliani hanno sempre cercato di difendere le divisioni di chirurgia e di medicina, il pronto soccorso e il reparto adibito dal 1983 al recupero degli alcolisti. Dopo la tempesta Covid, nel giugno 2024, dopo essere stato ristrutturato in tempi da record, grazie all’investimento di 500mila euro, di cui 450 mila provenienti dal PNRR, l’ospedale ha potuto riprendere l’attività con 21 posti letto, divenendo Centro Sanitario polifunzionale. Esso rappresenta oggi un’importante risposta ai bisogni di salute per le fasi non acute e assicura l’intervento anche del medico del punto di primo intervento di notte in caso di necessità.
È proprio quello che volevano Andrea Vecellio Larice e Luigi Rizzardi? Difficile dirlo, ma certo è che senza di loro gli auronzani e tanti altri cadorini oggi non avrebbero neanche questo presidio, ottimale o meno che sia.
Walter Musizza











