Prete, ardito, missionario. La vita avventurosa di don Tarcisio Martina

Il sacerdote stimmatino combattè durante la Prima Guerra. La lunga prigionia a Pechino nella Cina maoista.
4 Aprile 2026
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Don Tarcisio Martina Martina (1887-1961), prete stimmatino figlio di un maestro, originario di Ospedaletto di Gemona del Friuli, ma attivo a Belluno negli anni immediatamente precedenti la Grande Guerra, è stato un personaggio per molti versi controcorrente, sulla cui vita persistono ancor oggi molti misteri. Se per americani e italiani egli fu un eroe di guerra trasformatosi poi in missionario generoso e ingenuo, per i cinesi rimane un nemico, addirittura un agente segreto con licenza di attentare nientemeno che alla vita di Mao Zedong. Certo fu un uomo coraggioso, fors’anche troppo, al punto di rischiare sempre oltre il lecito, sia in guerra che in pace, e la sua vita merita di essere ricordata a cent’anni di distanza dall’inizio della sua tremenda avventura nell’estremo oriente, durata dal 1926 al 1955.

Entrato nella Congregazione dei preti Stimmatini a Verona nel 1899, Martina vestì l’abito religioso il 10 ottobre 1903, fece professione perpetua nel 1907 e compì il servizio militare dal 1° Febbraio 1908 al 31 gennaio 1910. Ordinato sacerdote il 6 agosto 1911, insegnò fino al 1914 Teologia dogmatica nel Seminario di Belluno, che non lo ha mai dimenticato e che nel dicembre 2011 gli ha dedicato un avvincente convegno nel 50° della morte.

Egli ebbe modo di collaborare anche col nostro giornale, ma la sua permanenza a Belluno cessò nel marzo 1915, allorché fu richiamato alle armi, facendosi poi tutta la prima guerra mondiale, e per di più come ardito! Fu ufficiale del 1° Reggimento Fanteria e compì ardue imprese, senza peraltro mai uccidere, prima fra tutte il volo su di un Voisin pilotato dal Sergente Prudenza e comandato dal tenente Lorenzetti del Nizza Cavalleria, con il compito di raggiungere, oltre il Piave e il Livenza, i monti di Belluno, dove, come raccontava Otello Cavara sul Secolo Illustrato, alcuni nuclei di nostri militari tentavano la guerriglia dopo la ritirata di Caporetto. Presso Gorgo al Monticano l’aereo ebbe un’avaria al motore e andò a cozzare contro un albero, incendiandosi. L’equipaggio si salvò, riuscendo a sfuggire alla cattura e Martina poté rocambolescamente venir prelevato da un nostro idrovolante che lo portò a Venezia: un’avventura che gli valse poi la medaglia d’argento al Valor Militare.

Congedato nell’agosto 1919, fu destinato un mese dopo alla casa Stimmatina di Milano, dove nel 1923 divenne prevosto della parrocchia di Santa Croce a Milano. Poi ecco una svolta decisiva che segnò il suo destino: nel 1925 fu scelto, insieme ad altri sacerdoti, per fondare la prima missione stimmatina in Cina, dove arrivò nel gennaio del 1926. Nel 1929 fu nominato superiore della missione indipendente di Yixian, nella provincia dell’Hebei, e quando, nel 1936, fu creata la Prefettura Apostolica di questa contea, ne divenne il primo prefetto. Tra i suoi meriti va ricordata pure la fondazione di una congregazione di suore cinesi, le “Figlie del Sacro Cuore di Gesù”, nonché la formazione di una quindicina di sacerdoti indigeni.

Durante la seconda guerra sino-giapponese, nel 1937, le forze d’invasione giapponesi avevano sotto il loro controllo la missione cattolica, ma nel giugno 1945 Martina venne rapito dalle forze comuniste e tenuto in prigione per 40 giorni. Dopo il ritiro dei giapponesi decise infine di abbandonare la missione e trasferirsi a Pechino, dove fondò un seminario minore.

Venuta la guerra civile cinese, la nunziatura apostolica in Cina si trasferì a Taiwan e Martina rimase l’unico rappresentante della Santa Sede nella Cina continentale, al posto del nunzio Antonio Riberi. Qui iniziarono i suoi guai, perché il governo cinese lo accusò di essere coinvolto con Antonio Riva, celebre pilota d’aerei, e altri personaggi, sia cinesi che stranieri, tra cui il Col. americano Col. Dean David Barnett, nel complotto detto “dei mortai”. Si trattava di una presunta cospirazione finalizzata a uccidere Mao Zedong e altri funzionari della Repubblica Popolare Cinese sparando con un mortaio su Piazza Tienanmen durante la parata per la Festa Nazionale del 1° ottobre 1950. L’accusa risulterebbe oggi stravagante e insostenibile, anche perché l’arma in questione era assai scomoda e pesante, un residuato bellico risalente addirittura all’epoca dei Boxers, rinvenuto chissà come nel giardino della missione.

Detenuto a Pechino e condannato all’ergastolo, fu definito dalla rivista “Time” il primo sacerdote cattolico a subire questa pena da parte della Cina. All’inizio della sua prigionia gli furono incatenate le caviglie per quattro mesi e nel maggio del 1952 gli fu assegnato il compito di confezionare scatole di fiammiferi. Il governo italiano non mancò di interessarsi tramite le potenze amiche che avevano propri rappresentanti a Pechino, ma senza esito.

Il nostro venne rilasciato solo il 26 dicembre 1954 ed espulso a Hong Kong, nella zona britannica. Il 26 gennaio 1955 ritornò in Italia, a Milano, festosamente accolto alla stazione ferroviaria da varie autorità e tanta gente comune. Negli ultimi suoi anni fu padre spirituale allo studentato di Verona (San Leonardo) e lì morì il 12 novembre 1961.

Il già citato Barnett così lo ricordò nelle sue memorie: «Mi trovavo allora a Hong Kong come vice-console e conobbi Mons. Tarcisio Martina. Prima di farsi prete era stato capitano degli Arditi, era quindi tutt’altro che un pavido “prievetariello”, ma negli anni trascorsi in prigione aveva contratto, forse per l’angoscia, un tic nervoso: stava sempre con lo sguardo fisso verso terra e muoveva freneticamente, senza fermarsi, le dita delle mani, come se stesse ancora riempiendo scatole di fiammiferi: mille, duemila, forse tremila e più al giorno…».

Walter Musizza

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