Cristina, la ginecologa che ha lasciato il Cadore per l’Uganda

Dal 2017 lavora come ginecologa a Lacor, dove ogni anno aiuta più di 7.000 partorienti tra emergenze e nuove vite
9 Aprile 2026
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Nel numero 15 dell’Amico del Popolo del 9 aprile 2026 vi presentiamo un nuovo “personaggio”: la dottoressa Cristina Reverzani, originaria di Pieve di Cadore. Dopo anni tra chimica, brevettistica e consulenza legale, a 40 anni ha sentito la “chiamata” per la medicina, che l’ha portata fino in Africa. Dal 2017 lavora come ginecologa in Uganda, dove ogni anno aiuta più di 7.000 donne tra emergenze e nuove vite. Qui di seguito troverai solo un estratto dell’intervista alla dottoressa, a cura di Elisa Strano. Per leggere l’approfondimento completo, acquista L’Amico del Popolo in edicola oppure abbonati (chiedi info a segreteria@amicodelpopolo.it).

Cristina dal Cadore all’Uganda a servizio della vita che nasce

Dalle montagne silenziose di Pieve di Cadore alla terra rossa e pulsante dell’Uganda. È un viaggio geografico, certo. Ma soprattutto umano, profondo, radicale. Quello di Cristina Reverzani, dottoressa ginecologa originaria del Cadore, è il racconto di una traiettoria che cambia direzione quando tutto sembrava già scritto. Per anni, la sua vita scorre veloce lungo binari ben definiti: studi in chimica, il mondo della brevettistica, la consulenza legale internazionale. Una carriera costruita con determinazione, tra ambienti competitivi e prospettive solide. Poi, a quarant’anni, la svolta. «Ho lasciato tutto e mi sono messa a studiare medicina». Una scelta che segna una frattura, ma anche un ritorno a qualcosa di più profondo, quasi una chiamata. Dopo gli studi a Monaco e le prime esperienze tra Etiopia e Sudafrica, arriva nel 2017 in Uganda, «il Paese più povero che abbia visto, fatta eccezione per il vicino Sud Sudan». È qui che incontra l’ospedale di Lacor

Arrivata come neolaureata, la dottoressa Reverzani si trova subito immersa nella pratica: pochi medici, tanti pazienti, urgenze continue.


I numeri raccontano la pressione quotidiana: circa 7.000 parti all’anno, con migliaia di cesarei e un flusso continuo di emergenze. Un ritmo che non concede tregua, tra turni intensi che possono durare anche 12 ore, visite, sala operatoria ed emergenze continue. Le giornate iniziano presto e si susseguono senza pause reali, fino ai momenti più delicati, quando ci si prende cura dei pazienti più critici e ogni decisione può fare la differenza.
Ed è proprio qui che emerge una delle sfide più drammatiche del Paese: l’alto tasso di mortalità materna.

Molte donne arrivano in ospedale dopo aver percorso chilometri, spesso senza controlli, a volte già in condizioni critiche. In alcune aree si conta meno di un medico ogni 10.000 abitanti. È una medicina essenziale, dove bisogna agire rapidamente, spesso senza avere tutto ciò che servirebbe. «È una medicina più esposta, più cruda», racconta Cristina. Accanto all’attività clinica, si sviluppano progetti fondamentali: corsi sulle emergenze ostetriche, programmi di screening per il tumore della cervice uterina, interventi nei centri periferici per raggiungere chi non può arrivare in ospedale. Una rete sanitaria che si estende anche fuori dalle mura del Lacor, tra villaggi e comunità lontane.


In un contesto così fragile, anche poco può significare moltissimo. «Con 100 euro compri antibiotici che qui salvano una vita», assicura la dottoressa Reverzani. E dentro questa fatica, emergono le storie. Donne giovanissime, madri provate, bambini che lottano per vivere. «Ci sono situazioni che ti segnano», confida. «Ma anche momenti che ti ricordano perché sei qui». Come una madre salvata all’ultimo istante. O un neonato che ricomincia a respirare. Piccoli miracoli quotidiani. «Non sono i soldi», dice. «Il punto è dare un senso alla propria vita». Una convinzione che oggi si traduce in una scelta piena. «Sono completamente appagata», conferma.

di Elisa Strano

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