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giovedì 29 Gennaio 2026,

Forza Iti “Segato”!

«Il futuro è già passato ovvero mi, Belun, i Belumat e le bele compagnie». 35a puntata

Tutte le puntate

Forza Iti (1960-1965)

Iti “Segato”, il laboratorio elettrico.

Inutile dire che l’ingresso all’Istituto Industriale ‘Girolamo Segato’ segnò un cambiamento importante nella mia vita e mi riavvicinò in qualche modo alla città anche perché i Frati stavano cambiando tutti di sede e coi nuovi non girava più come prima; era come se il giocattolo dell’entusiasmo si fosse rotto o, meglio, il vulcano raffreddato. Padre Beltrame era finito a Monghidoro, in cima all’Appennino bolognese e aveva cambiato nome in padre Edelweiss. Mi sembrò di buon auspicio.

Iti “Segato”, la sala disegno.

I nuovi professori mi avevano fatto una buona impressione e il Preside godeva di una fama ‘alla Boranga’. [Pochi giorni or sono (2009) ho incontrato sua figlia non so dove, durante un concerto, e mi ha detto «si ricorda di me»? «La figlia di Baldo» ho rimandato d’istinto e non mi ero sbagliato.

Iti “Segato”, l’officina di lavorazione del legno.

Così abbiamo parlato un po’ di suo padre, Ubaldo Bracalenti, che è stato uno dei pilastri dell’Istituzione bellunese. Lo ricordo come una personalità forte e decisa; un Uomo serio ma pieno di buonsenso condito, pure nei momenti critici, dalla volontà di trovare prospettive sempre al positivo: anche lui un altro buon padre.

I Docenti non li rammento tutti dato che per meritare un ricordo ci vuole più che un cumulo di ore di lezione e si sa che il dono di emozionare è di pochi; per gli altri non è stata una colpa per chi si è almeno impegnato, ma anche questa dote non fu comune, lo dico con rammarico. Lo strano è come non ricordi di loro le finezze didattiche e nemmeno le formule insegnate-apprese, ma cose apparentemente stupide, lette un po’ più dentro, proprio sotto la maschera.

Iti, “Segato”, la fonderia.

Nella galleria ritrovo, alla rinfusa, Don Luciano Bariviera, di fede anche iuventina; Luigi Sebastianelli, detto Gigi chèc per una balbuzie neanche troppo pronunciata e più sicuro nei suoi libri di elettrotecnica che in cattedra; Giuseppe Bepi Tenani, grande ingegno e più grande lo stomaco, che si mangiò, in una serata di fine ciclo annuale a Mezzocanale di Zoldo, dopo un mezzo capretto con l’intera testa e collo a parte[1], una ventina d’uova assieme al radicchio condito con le frize[2], tanto per gradire; il professor Manglaviti, che magari sarà stato un matematico prigioniero del suo dialetto, ma da di gran cuore, siculo, come sicula era la signora Alparone che tanto apprezzava i miei scritti; l’Avvocato Chiapparelli le cui spiegazioni erano interessanti ma tanto languide da farci intonare il jingle di una nota qualità di camomilla …«nervi calmi, sogni belli, con Vincenzo Chiapparelli»; tutto il contrario era Giuseppe Cassol detto ‘Bepo’ che si distingueva per uno stile personale che definire eccentrico è riduttivo, mentre il tecnologo Mario Bertolissi sembrava ed era un macigno di stabilità. Di Carmelo Ciccia dirò che quando lo ritrovai a Conegliano (qualche anno dopo) in occasione di un premio letterario, si ricordava di me molto più di quanto io di lui.

Iti “Segato”, l’officina aggiustaggio.

Anche del buon Piero Mangiola mi rammento e del suo lessico che sapeva d’Abruzzese o romano, che ci faceva tirare i fili dritti e si divertiva ai nostri cortocircuiti, talvolta procurati per vederlo sobbalzare. Di Millo ho già accennato ma ho ancora un debito d’affetto che salderò a suo tempo. Michele Tormen, intelligente e sempre rampante, morì d’infarto in quel periodo scolastico.

Mi ricordo soprattutto di Luciana che faceva la commessa nel negozio di via Psaro proprio di fronte all’ingresso, dove molti di noi l’andavano a coccolare in veste di spasimanti cascamorti. Lei continuava a stirare e sembrava sensibile a tutti; a volte pure piangeva per questo eccesso d’amore; lei con quel visino esile e i capelli tagliati alla garconne; lei che si confidava con tutti ma non parlava di nessuno; lei che qualche volta, a chiusura di bottega, aspettava qualcuno al vicino cinema Olimpia ma non abbiamo mai saputo chi.

Non ricordo invece il nome della bionda e giovane mia professoressa di chimica[3] che se ne andò nella notte del 9 ottobre del ’63 portata via dalle acque del Vajont assieme a Renzo Cosma, mio compagno di classe, e a molti altri giovani che studiavano a Belluno. Giancarlo Da Cas, che avevo compagno fin dalle medie si salvò perché era sulla prima casa, in direzione Cadore, rimasta indenne dal micidiale evento. Da grandi non si ricorda più quanto male fanno i lutti da giovani; ma lassù rimasero anche altri amici, altri conoscenti …

L’ing. Bertotti (9 ottobre 1963)

La vecchia Longarone (1899).

Stavo sul divano di casa a vedere in TV la partita: una finale di calcio col Real Madrid di Gento, mitica ala sinistra; verso la fine, saranno state le 10.40 è saltata la corrente: rituale, attesa, una candela accesa e ancora attesa. C’era uno strano silenzio e il buio persisteva. Avevo già perso ogni speranza di veder finire l’incontro, ero seccato; ad un tratto dissi a mio padre «con tutto sto silenzio mi sembra quasi di sentire la Piave in brentana».

Il disastro del Vajont.

Dopo un po’ si cominciò ad avvertire un gran traffico sulla statale per Agordo: strano a quell’ora; poi sempre più pesante, sempre più concitato.

Dopo il 9 ottobre 1963…

Intuimmo che era successo qualcosa di grave e pensammo subito al Vajont [non era un segreto che c’erano dei problemi e Bertotti che abitava nel villino vicino alla chiesa dei frati e che lavorava lassù, ne era molto preoccupato – chissà se c’era – (si c’era ed è morto anche lui)] … ma la misura del disastro non la poteva immaginare nessuno, né a Longarone, né a Pirago … sparito tutto: flash di ciò che siamo. Anche l’Ing. Bertotti era stato un allievo dell’ITI ‘Segato’

Mattoni e fabbricati

Iti “Segato”, l’ingresso di via Psaro da due angolature.

L’avventura dell’ITI ‘Segato’ era cominciata ai primi del Novecento in seguito alla crescente domanda di tecnici specializzati. A tal proposito, in occasione del centenario della fondazione, il mio amico, già professore Gigi Rivis, detto a quei tempi ‘il rosso’ ha curato un volumetto essenziale e preciso – come il suo carattere e le sue lezioni – cui si rimanda il lettore curioso per sapere tutto e nel dettaglio della storia dell’Istituto.

L’entrata, nel ‘59, quando ci arrivai, era dal giardinetto di Via Psaro, dove tra i sempreverdi troneggiavano i busti, anch’essi sempreverdi (bronzo ossidato) di due tra i benemeriti fondatori[4]

Iti “Segato”, l’ingresso di via Psaro.

Scesi alcuni scalini si entrava nell’atrio dove, a destra c’era l’aula di Misure e, fatte le scale, proprio di sopra, c’era la segreteria che col tempo diventava per tutti il luogo più familiare perché là convergevano note, diari, pagelle ed ogni altro documento, croce e delizia della vita studentesca.

Le aule si raggiungevano tramite corridoi disposti sulle ali della struttura che, si vedeva, era nata per altro e da tempo, originalmente destinata a collegio col nome di ‘Convitto Tiziano’[5]. Lo spazio era limitato dentro e fuori; insomma si studiava strettamente affratellati (o affardellati?). Le cattedre erano anch’esse piccole e montate su bassa pedana. Michele Tormen, insegnate leader atipico, era talmente lungo di gambe che proprio non ci stava e spiegava e interrogava sacramentando in piedi.

Il professor Squarcina, anche con lo sguardo adeguato all’inglese, semplicemente le disdegnava col far lezione in posizione ‘eccentrica’ (questa gli piacerebbe). L’Alparone invece ci stava comodissima e per appoggiare i piedi a terra doveva sostenere appena il lato B sul bordo anteriore della sedia; anche allora la scuola imponeva sacrifici.

Le aule di pratica[6] stavano in gran parte sul lato nord che dava su via Caffi e finivano a semicerchio in fronte alla caserma Tasso con evidente intendimento, quando nate, di andare ad occupare ulteriore spazio verso meridione, non appena possibile.

La cartolina del Convitto Tiziano.

L’aspirazione è resa immagine dalla cartolina illustrata che col titolo di ‘Convitto Tiziano – Belluno’ già nel 1905-6 promuoveva le nuove iniziative scolastiche, esistenti però solo sulla carta, che si concretizzarono successivamente in modo leggermente diverso.

Iti “Segato”, la prima sede in via Psaro, ex viale delle Alpi.

La prima sede scolastica fu infatti il palazzo confinante che sulla stessa via, oggi intitolata a Rodolfo Psaro[7], stava a valle, a pochi metri dal Campedel. Ai miei tempi ci studiavano i ‘Congegnatori’ meccanici, che in tre anni di ‘superiori’ diventavano abili per un lavoro più ‘pratico del nostro’.

Iti “Segato”, inaugurazione ed evoluzione.

Il trasferimento al ‘Tiziano’[8] avvenne solo alla fine del primo conflitto mondiale e nei primi anni Trenta si realizzò una prima evoluzione dedicata all’espansione dei laboratori e delle ‘officine’, in ragione delle nuove esigenze tecniche e tecnologiche emergenti.

In queste nuove aule ho passato molte ore della gioventù scolastica, forse le più divertenti perché occorreva mettere in gioco manualità e cervello assieme, ossia coniugare la teoria con la pratica: principio basilare per imparare bene e che mai dovrebbe essere dimenticato, neppure quando si impara la filosofia (che all’ITI non si studiava), ma l’Alparone sosteneva che molti dei miei ragionamenti li avevo sicuramente tratti da Platone, Seneca, Aristotele – fino ad allora mai letti – il che mi inorgogliva e me li metteva in buona luce avendo essi condiviso il mio modo di pensare.

Iti “Segato”, 1907: l’ala nord su via Caffi.

Ciò nonostante, per non perdere il vizio di assumermi le responsabilità ho continuato ad evitare le citazioni colte rivolgendomi a quelle popolari, come proverbi, indovinelli e modi di dire, preferendo a tutti, come insegnante di riferimento, mio nonno Giovanni, primo e inarrivabile.

Iti “Segato”, 1970: la nuova ala nord su via Caffi.

Occorre dire che un ulteriore significativo ampliamento delle strutture dell’ITI avvenne a metà circa degli anni Cinquanta quando fu realizzato l’altro casermone di testa sul lato est con nuove aule affacciate tra la Toigo e Piazza Piloni. Durante gli anni della mia frequentazione fu dato corso ad un ulteriore significativo ampliamento con la revisione sul lato delle officine fino ad arrivare alla situazione attuale (ora già e non più!, ndr). Da parte mia, ho sempre preferito entrare dalla parte vecchia rifiutando la nuova architettura del portone di via Giordano Bruno, reputato ‘schifoso’ come tutta la facciata prosecutiva del centro ‘Nani schedina’ (altrove spiegato per mitigare la sfacciataggine).


[1] La carne era fatta allo spiedo e parte al forno come ad esempio la testa col lungo collo, ovviamente ben aromatizzata all’aglio, salvia, rosmarino e lardellata e bagnata col vin bianco ben s’intende. La quantità è nota e precisa perché il professore giunse con molto ritardo all’appuntamento e le parti menzionate erano state appositamente messe a parte.

[2] I ciccioli di lardo.

[3] Dal libro di Luigi Rivis, ‘Belluno 1905-2005: un secolo dell’Istituto Tecnico Industriale ‘Girolamo Segato’, ho recuperato il nome di Rosa Maria Gentile (cfr. ITI, pag. 80).

[4] Domenico Antonio Fabris e Antonio Marco Federici, inaugurati nel ’22; saranno spostati nel ‘69 per sistemare altri due busti (di Anselmo ed Emilio, figli del Fabris già onorato nel medesimo giardino)

[5] Il fabbricato era nato come ‘Convitto Tiziano’ nel 1902 su una barchessa preesistente della Famiglia Crotta e sempre su spinta del Fabris con l’intento di «ospitare un numero non ristretto di giovani che si dedicano allo studio».

[6] Le ‘Officine’ furono disponibili dal 1908.

[7] Allora Via Delle Alpi. Il primo corpo scolastico fu a disposizione dal 1906

[8] Acquistato nel 1915, subì diverse traversie nel periodo della guerra; fu adattato e divenne operativo con l’anno scolastico 19-20. Nella foto, probabilmente del 17, si vede chiaramente l’edificio con la scritta ‘Convitto Tiziano’. Quella che si vede in primo piano altro non è che piazza Piloni occupata da mezzi militari (austriaci). L’edificio sulla destra è la Caserma Tòigo, già convento dei Gesuiti. In alto a sinistra si vede un orto a frutteto (dove oggi sorge il Centro diocesano) e non risulta ancora realizzato (o espanso) il complesso del primo orfanatrofio Sperti affidato poi ai Salesiani. Esso sembra ancora una pertinenza del convento dei cappuccini (di San Rocco). Inoltre, appena sopra il tetto del Convitto, sul suo lato destro si intravedono le due cupole di Palazzo Coletti e, ancora più a destra, il tetto della prima stazione ferroviaria che sarà poco dopo dismessa.


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