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sabato 14 Febbraio 2026,

Due emuli di Pindaro a Cortina 1956

L’inno ufficiale dei Giochi fu firmato da Michal Spisak, la marcia olimpica da Giuseppe Blanc. Nella foto la sfilata degli atleti italiani nella cerimonia di inaugurazione dei giochi.

Non si può cercare un astro più ardente del sole o un agone più celebre di quello d’Olimpia. Questo in sostanza era l’incipit del famoso epinicio di Pindaro, celebre poeta lirico greco, che celebrò la vittoria di Ierone, tiranno di Siracusa, nella corsa dei cavalli ai giochi panellenici del 476 a.C. Quest’ode, definita da molti la più bella fra tutte, fu la prima di 14 poesie che glorificavano l’eccellenza e il prestigio dei vincitori e fanno di lui il più autorevole cantore degli ideali olimpici di ieri e di oggi. Sulla sua scia, 2300 anni dopo, si misero Spiro Samara e Kostis Salamas, scelti da Demetrio Vikelas, primo presidente del Comitato Olimpico Internazionale, per comporre rispettivamente musica e testo dell’inno per la cerimonia di apertura delle prime olimpiadi moderne, svoltasi il 6 aprile 1896 davanti a 80.000 persone nello stadio Panathinaiko di Atene, con la partecipazione di nove orchestre filarmoniche e 250 cantanti.

Negli anni successivi ogni nazione organizzatrice dei giochi preferì commissionare a uno o più musicisti la composizione di un inno specifico e questo durò fino al 1958, allorché l’inno di Samara e Palamas, su proposta del principe Axel di Danimarca, venne finalmente dichiarato inno olimpico del C.I.O. e quindi reintrodotto a partire dall’edizione di Roma 1960.

Cortina dovette quindi provvedersi di un proprio inno ispirato ai testi di Pindaro e per ciò fu indetto un concorso mondiale bandito dallo stesso C.I.O., il cui premio consisteva in una medaglia commemorativa e mille dollari, offerti da Pierre de Polignac principe di Monaco. Vinse Michal Spisak, nato nel 1914 a Dábrowa Górnicza, in Polonia, musicista dal talento eccezionale, che ebbe un’infanzia difficile, segnata dalla poliomelite e dall’alcolismo del padre.

Nel 1937 aveva vinto una borsa di studio per un corso di composizione a Parigi e nel 1939, dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, si trasferì in Francia, dove conobbe il periodo più creativo della sua vita di compositore e violinista. La sua popolarità aumentò soprattutto nel 1954 con la vittoria del Gran Premio al Concorso Internazionale di Composizione Regina Elisabetta con Serenata per orchestra. Tre anni dopo, allo stesso concorso, vinse un altro primo premio con Concerto giocoso per orchestra da camera e infine, nel 1955, trionfò nella competizione per l’inno olimpico, cui parteciparono ben 387 compositori di 40 paesi diversi. Subentrarono presto però problemi finanziari e di salute, che lo portarono prima al ritiro e poi alla morte, intervenuta il 28 gennaio 1965.

L’inno di Spisak, basato su parole tratte proprio dalle odi di Pindaro e approvato al congresso del CIO del 13 giugno 1955, venne dunque eseguito ufficialmente per la prima volta dal corpo musicale della Guardia di Finanza di Roma (diretto dal maestro Antonio D’Elia) alla cerimonia d’apertura dei Giochi cortinesi, giovedì 26 gennaio 1956, alla presenza del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, e poi di nuovo ripetuto in quella di chiusura il 5 febbraio.

Questo inno, chiamato a rappresentare i paesi di tutto il mondo, non venne però poi accettato nelle edizioni olimpiche successive, sia perché non divenne mai veramente popolare, sia perché lo stesso Spisak avrebbe chiesto una cifra esorbitante per l’uso dei suoi diritti di proprietà artistica.

A Cortina 1956 si volle comunque introdurre un’ulteriore nota originale con la decisione di far sfilare gli atleti sul ritmo di una marcia espressamente composta per questo evento. Della composizione venne incaricato il maestro Giuseppe Blanc (1886-1969) di Bardonecchia, noto soprattutto per il suo celebre valzer Malombra, fra i più noti del repertorio internazionale, e per il canto goliardico Il commiato (1909), su testo di Nino Oxilia, che in seguito fu adattato nella canzone Giovinezza, destinata a diventare inno degli arditi e del fascismo.

Il risultato fu la Parata olimpica, marcia di grande effetto e di gusto moderno, che seppe assecondare e scandire il passo delle 32 squadre partecipanti, divenendo ben presto familiare anche al di fuori del grande evento sportivo. E non era finita, perché il maestro Blanc scrisse pure la partitura per trombe dello Squillo olimpico, che otto araldi trombettieri dovevano eseguire durante le cerimonie di premiazione indossando costumi confezionati dalla sartoria del teatro “La Scala” di Milano con stoffe e colori ricavati da autentici modelli rinascimentali.

«Il caro maestro Blanc – recitava il rapporto ufficiale dei Giochi – merita un pubblico ringraziamento perché egli dette agli organizzatori la sua preziosa e valida collaborazione artistica con un spirito altamente sportivo, squisitamente generoso e disinteressato».

In verità quella cortinese si può considerare una sorta di rivincita per Blanc, che nel dopoguerra era scomparso dalla ribalta musicale italiana, malvisto per la sua adesione nel 1924 al Direttorio del PNF e per aver musicato canti e inni adottati dal regime fascista, come Balilla, Fischia il sasso, Siamo fiaccole di vita, Fuoco di Vesta, Marcia delle legioni, Etiopia e soprattutto la nuova versione dell’inno ufficiale del partito su testo di Salvator Gotta.

Sempre in tempo di Olimpiadi, ovvero quelle di Roma, arrivò la sua ultima soddisfazione, allorché la Somalia, divenuta indipendente il 1° luglio 1960, con l’aggregazione delle due ex colonie dell’Italia e dell’Inghilterra, chiese a lui, che già nel 1930 aveva composto l’inno della Somalia italiana, di fare quello nuovo della neonata repubblica: ne sortì un pezzo strumentale solenne e cerimonioso che resistette fino al 2000.

Walter Musizza

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