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martedì 10 Febbraio 2026,

Fiabane, la materia inquieta: quattro sculture per entrare nel cuore della sua ricerca

Di Giorgio Reolon - A Palazzo Fulcis fino al 15 marzo 2026, un percorso tra bronzi e legni racconta l’energia espressiva di Franco Fiabane: dalla tensione dantesca alla memoria di Chernobyl, fino a un Cristo sospeso tra dolore e ascesa.

La mostra dedicata allo scultore Franco Fiabane al Museo civico di Palazzo Fulcis resterà aperta al pubblico fino al 15 marzo 2026. In questo articolo proponiamo una lettura di quattro opere significative, scelte per la loro particolare componente espressiva e compositiva nonché per l’eclettismo dell’autore, tutte esposte nella sezione dedicata alle prime esposizioni, ai bronzetti e ai legni.

Il bronzo Dante incontra Forese (foto sotto), di ispirazione letteraria, rilegge la Commedia in chiave simbolica. Premiata alla Biennale internazionale dantesca di Ravenna del 1985, l’opera è dominata da una composizione circolare: un moto avvolgente che richiama la dinamica del Purgatorio e l’ascesa morale del cammino attraverso le sue cornici. All’interno di questo vortice emergono le figure essenziali di Dante e Forese, fuse in un dialogo silenzioso che allude al loro profondo legame umano e poetico.

In Chernobyl (1986, foto sotto) emerge una diversa e più aspra tensione materica, affidata al legno bruciato e scavato, che assume caratteri marcatamente espressionisti. La deformazione del corpo e la superficie segnata dal fuoco restituiscono la drammaticità del disastro nucleare, trasformando la materia in veicolo di dolore e memoria collettiva. In quest’opera si riconosce l’influenza della ricerca paterna di Berto Fiabane – si pensi al volto del Drogato in pietra di selce – legata a sua volta alla tradizione di Adolfo Wildt (1868-1931), in particolare alla sua Maschera del dolore, autore che Franco Fiabane studiò approfonditamente.

L’originale composizione in legno di cirmolo intitolata La fontana (foto sopra) trae origine dai versi di Gianni Secco: Ho fat l’amor co ti / sora ’l specio de ‘na fontana. L’opera rappresenta due corpi che si protendono l’uno verso l’altro, sospesi nello spazio come in un’eterna attesa o in un tuffo amoroso oltre il tempo. Fiabane riesce a rendere con efficacia visiva l’idea di leggerezza e levità dei corpi, in un impianto formale che sembra guardare al gruppo Fugit Amor di Auguste Rodin, dove le figure si tendono in una fuga dinamica che annulla la gravità. Al contempo, la scultura mostra affinità con la plastica di Anton Hanak (1875-1934), esponente della Secessione viennese di cui Fiabane conservava un volume monografico nella propria biblioteca; il riferimento appare evidente nel confronto con una figura femminile distesa dell’artista austriaco visibile in Radetzkystraße a Vienna.

Questo ideale percorso si conclude con il drammatico Cristo appeso (foto sotto) della collezione Vio (1980), in legno di noce. Fiabane rielabora il tema del Crocifisso rappresentando il solo corpo senza la croce, proiettato verso l’alto in una forte tensione verticale delle braccia che accentua il senso di sospensione, dando l’impressione di un atto sospeso tra il dolore e l’ascesa. La soluzione iconografica richiama l’opera di Hanak del 1922, Der brennende Mensch (L’uomo che brucia), in cui l’esasperazione della linea modella la figura umana. Un dolore profondo sembra spingere il corpo verso il basso, mentre forze improvvise lo tirano di nuovo verso l’alto: tensioni contrastanti a cui sembra ispirarsi lo stesso Fiabane per il suo Cristo.

In una intervista Fiabane affermava che «il senso della ricerca mi porta non di rado a tentare nuove vie. Non nego che vi è in me un’inquietudine che credo si identifichi con quella necessaria dialettica che caratterizza la vita dell’uomo e che è la chiave di ogni rinnovamento».

Giorgio Reolon

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