Questo è un post che può forse risvegliare qualche ricordo scolastico tra i letterati con reminiscenze di epica umanistica e gli storici dell’arte medievale. Insomma, non proprio folle oceaniche. Eppure… Il più noto dei due protagonisti di questa puntata della nostra rubrica storica, famoso si fa per dire, è sicuramente Astolfo. Lo sparuto drappello dei lettori dell’Orlando Furioso ricorda forse di aver incontrato, tra il canto 33 e il 35, la figura di un cavaliere del seguito di Carlo Magno, che come un novello Dante si trova a ripercorrere il tragitto di una Commedia trasformata in farsa, in cui si attraversano inferno e purgatorio per raggiungere non il paradiso cristiano ma la luna, dove finiscono tutte le cose (come il senno di Orlando) e soprattutto il tempo che gli umani perdono durante la loro vita. L’Ariosto, che era sempre a caccia di nomi suggestivi per i protagonisti del suo poema, che pescava dalle storie antiche, gli diede il nome di Astolfo, uno degli ultimi re d’Italia longobardi dell’VIII secolo.
Chi è stato invece a Cividale del Friuli ricorderà, forse, il grande altare in pietra grigia d’Istria oggi al Museo Cristiano del Duomo, un grosso parallelepipedo sommariamente scolpito, noto come l’altare di Ratchis, con le figure di Gesù Cristo, della Madonna col Bambino e contorno di immancabili angeli, più la Visitazione e i Re Magi, tutti resi con fattezze e panneggi barbaricamente elementari e volti semplificati che non hanno più nulla della grande tradizione scultorea greco-romana o di quella coeva bizantina, senza arrivare ancora al risveglio estetico del rinascimento ottoniano o romanico, ma che dimostrano invece l’esistenza di un “eterno primitivo” esemplificato al meglio nelle maschere africane dei Fang del Gabon, con il loro volto a lampadina e la linea della bocca con le estremità inclinate verso il basso, proprio come a Cividale.
Ebbene, riallacciando storie che, come si vede, hanno ormai vite parallele e lontanissime, Ratchis e Astolfo erano invece due fratelli, con una vicenda familiare strettamente legata a Belluno. Due personaggi di primo piano nella storia dell’ultimo secolo di dominio longobardo in Italia, caratterizzato dalle continue tensioni tra i ducati longobardi dopo la conversione al cattolicesimo di Agilulfo grazie alla moglie bavara Teodolinda, un’epoca in cui non c’era ancora un’attenzione anagrafica tale da averci trasmesso date e luoghi di nascita precisi, neppure per i re.

Era nato a Belluno il loro padre, Pemmo, il cui nome è inciso nella pietra dell’altare di Ratchis. Come racconta Paolo Diacono nella sua monumentale “Historia Langobardorum” (nell’unica citazione che riserva a Belluno, al cap. VI, 26), quando racconta che Billo di Belluno era il padre di Pemmo, duca del Friuli in una data intorno al 710, a sua volta padre di Ratchis, Ratchait e Astolfo. Visto che Paolo Diacono non ci racconta altro, per fortuna il sistema onomastico longobardo può essere di aiuto per conoscere qualche ulteriore particolare. Intanto il bellunese Billo, documentato alla fine del VII secolo, porta un nome che, seguendo le successive evoluzioni fonetiche delle lingue germaniche, avrebbe dato origine al casato dei Piloni, che è una delle molte famiglie (assieme a Nossadani, Tassinoni, Pasa, Mussoi, Cesa, Spiciaroni etc.) la cui tradizione onomastica attesta l’origine longobarda.
Ma anche Pemmo racconta molto. Un nome raro tra i Longobardi, che deriva da “beran”, che vuol dire orso. E allora è difficile non accostare il bellunese Pemmo a Orso duca di Ceneda (fratello di Pietro duca del Friuli), o al Diacono Orso del grande calice oggi al Museo diocesano di Feltre, così come è documentata fino al Trecento la persistenza, tra Belluno e Agordo, di nomi caratterizzati dal primo radicale “Ber”, come il suddiacono Peredone (853), il presbiter Peredeo (1139) o “Peredeo da Taybono” ancora nel 1333.
Secondo il sistema onomastico longobardo i figli incrociavano i radicali dei genitori, quindi Pemmo che ha per moglie Ratperga ha 3 figli, due dei quali assumono il radicale materno, Ratchait e Ratchis, il quale avrà una figlia che chiamerà Ratruda. Ancora nel 923 il diploma di Berengario cita a Belluno un presbitero Rathpodo. Analogamente Astolfo ha per secondo radicale “ulf”, cioè lupo, uguale a Ferdulfo, duca del Friuli a inizio VIII sec., che combatte gli Slavi. Come dire che è vistoso ed evidente il legame di parentela tra i vertici longobardi di Belluno, Ceneda e Cividale.
L’elite longobarda bellunese, a capo di un centro strategico qual era la città più settentrionale lungo l’asta del Piave che portava verso i valichi alpini del Cadore, era cioè strettamente imparentata con l’aristocrazia che governava Cividale del Friuli e gli altri ducati triveneti. Il bellunese Billo aveva dovuto lasciare la città a causa delle tensioni tra i Latini e i nuovi arrivati, passando a vivere a Cividale assieme al figlio Pemmo che nel 710 divenne duca del Friuli, come due dei suoi figli. Il primo, Ratchis, gli succedette nel 737 come duca del Friuli per essere nominato re d’Italia nel 744, passando il ruolo di duca del Friuli al fratello Astolfo, che nel 749 gli succedette anche sul trono di Pavia come re d’Italia. Fu proprio Astolfo a portare alla sua massima estensione il dominio longobardo, sconfiggendo i Bizantini e conquistando l’Istria, Ferrara e soprattutto Ravenna, nel 751, che divenne la nuova “sedes imperii” equiparata alla vecchia capitale di Ticinum/Pavia.
Fu proprio questa nuova potenza che spaventò il Papa e il re dei Franchi Pipino che si allearono attaccando i Longobardi. Alla morte di Astolfo, nel 756, Ratchis torno brevemente sul trono d’Italia, ma nel 757 lo spodestò il duca di Toscana Desiderio, che assieme al figlio Adelchi sarebbe stato l’ultimo re d’Italia longobardo prima della calata di Carlo Magno. E con Adelchi si chiude il cerchio storico letterario che dal “Furioso” dell’Ariosto arriva fino alla tragedia romantica dedicata da Manzoni all’ultimo sfortunato principe longobardo d’Italia.
Sgominata nel 774 l’ultima resistenza tra Pavia, Brescia e Verona, re Carlo si proclamò “Rex Francorum et Langobardorum”, mentre si farà incoronare imperatore solo nell’800. I ritratti di Ratchis e Astolfo spiccano ancora oggi nella sala consiliare del Municipio di Belluno, affrescati negli anni ’40 dell’Ottocento da Giovanni De Min dopo la demolizione dell’antica Caminada sostituita dal nuovo Palazzo Rosso disegnato da Giuseppe Segusini
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1 commento
EDMONDO
Perale grande studioso che ci aiuta ad approfondire,apprezzare e capire la storia. Mi sto chiedendo se ciò sia frutto di ricerche recenti perchè Astolfo,che riguarda anche la nostra storia bellunese,ai tempi in cui ho frequentato il liceo classico (sono trascorsi appena 50 anni)è stato appena nominato attraverso l’Ariosto.