Alessio Issupoff, viaggio di sola andata per l’Italia

La strana e poco nota avventura di un grande pittore russo che un secolo fa si trasferì con la moglie nel nostro Paese divenendo grande amico di Pio Solero
14 Marzo 2026
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Mi sono imbattuto in Aleksej Vladimirovič Isupov (italianizzato in Alessio Issupoff) studiando la vita di Pio Solero e le sue dolorose vicende familiari a Sappada e dintorni nei drammatici mesi dell’occupazione nazista e della lotta partigiana. Era un valente pittore russo, nato il 10 marzo 1889 a Viatka, nella Russia settentrionale. Figlio di un falegname, aveva frequentato dal 1908 i corsi della Scuola di pittura, scultura e architettura di Mosca avendo tra i suoi maestri il famoso Valentin Serov. Terminati gli studi nel 1912, dopo un viaggio negli Urali, nell’autunno del 1915 ricevette la chiamata alle armi ed entrò in un reggimento siberiano destinato al Turkestan, dove i costumi orientali lo affascinarono moltissimo. Una volta congedato si stabilì con la moglie Tamara Nikolaevna a Samarcanda, dove svolse le funzioni di direttore del locale Comitato di Restauro e Conservazione delle opere d’arte e dei monumenti cittadini, avendo modo nel tempo libero di fissare sulla tela le bellissime moschee e la pittoresca popolazione.

Rientrato a Mosca nel 1921, si ritrovò in ristrettezze economiche, ridotto a fare l’artista “di regime”, costretto a dipingere ritratti di alti dirigenti sovietici e scene ispirate alla Rivoluzione Russa. Afflitto da problemi di salute (tubercolosi ossea), giunse in Italia giusto 100 anni fa, nella primavera 1926, per curarsi e qui ebbe la sua rinascita personale e artistica, trovando ottima accoglienza. La sua prima personale fu a Roma nello stesso anno, seguita poi da tante altre, tra cui quella alla XVII Biennale di Venezia nel 1930, che sancì la sua consacrazione e che lo indusse a non rimpatriare. Fu comunque una decisione sofferta, come dimostra la sua stessa produzione, in cui ricreava spesso la Russia pre-rivoluzionaria che aveva conosciuto nell’infanzia e nella giovinezza, in quadri che puntualmente riproponevano nostalgicamente campagne bianche di neve, fiumi gelidi, cavalli e troike. Negli anni si tennero sue mostre personali in diverse gallerie italiane, a Napoli, a Genova, a Trieste e a Bergamo.

Negli ultimi anni entrò in depressione, dipingendo pochissimo e disertando tutte le inaugurazioni delle sue mostre. Morì a Roma il 17 luglio 1957 e fu sepolto al cimitero del Testaccio. La moglie Tamara alcuni anni dopo ritornò in Russia portando con sé molti dipinti del marito, in gran parte poi donati al museo d’arte di Vjatka e comparsi in grandi mostre tenutesi a Mosca e a Pietroburgo.

Come osservava acutamente Giorgio Nicodemi, “la pennellata larga e la supremazia data al colore invece che al disegno esprimono la sua volontà di mettere in risalto lo spirito piuttosto che la forma delle cose, per cui egli da collocarsi tra i maestri che trassero dall’impressionismo la norma d’un dipingere aperto e respirante di luce”.

Le sterminate lande siberiane non sono certo paragonabili ai nostri angoli dolomitici, eppure vien da pensare che sia stata proprio una consonanza sentimentale e artistica la base dell’amicizia tra Pio e Alessio, ovvero una costante nostalgia della propria patria e dei suoi valori primordiali, andati perduti per le violenze subite nel secondo conflitto mondiale nel caso del primo, per l’allontanamento fisico e fors’anche spirituale per il secondo. Certamente i due furono grandi amici, ebbero occasione di incontrarsi a Roma (a Bracciano il pittore russo dedicò a Pio, definito “carissimo” una sua foto) e probabilmente a Trieste, ma non solo: Issupoff fu anche ospite di Solero a Sappada e gli fece un bel ritratto che il sappadino conservò sempre gelosamente e che usava per introdurre le prorie esposizioni. Raccontava nel 2021 Pier Arrigo Carnier che Pio passava sovente a casa sua a Comeglians, in quanto amico di suo padre e che talvolta assieme a lui venne anche il pittore Issupoff, segno di una sua presenza in Carnia e in Cadore non momentanea.

In Italia il russo non prese parte alla vita politica, ma negli anni della seconda guerra mondiale aiutò in ogni modo i connazionali finiti prigionieri, fu vicino alla resistenza italiana e nascose perfino nel suo studio dei partigiani. Ciò dovrebbe porci un interrogativo: come Pio e Alessio potevano essere grandi amici se il primo era uomo vicino al fascismo (non solo per le violenze subite dalla moglie a opera dei partigiani carnici) e il secondo invece solidale col movimento resistenziale? Per la moglie di Alessio non sarebbe stato nemmeno possibile tornare in Russia e i suoi quadri oggi non comparirebbero nei musei russi se il KGB avesse avuto solo sentore di un suo “tradimento” alla causa bolscevica. Nel 2009, tra maggio e agosto, gli è stata dedicata una grande mostra a Mosca e varie riviste russe hanno reso un sentito omaggio alla sua figura e alla sua produzione.

Eppure, nonostante tutto, questa amicizia fu reale e sincera, senza ombra di dubbio e al di sopra dei tremendi eventi che incombevano su di essa e sul mondo intero. E mi piace credere che i due artisti si siano reciprocamente aiutati e influenzati nella vita e nell’arte, coinvolgendo in qualche modo anche Sappada e la sua storia. Non sono poche infatti le analogie che si possono cogliere tra i paesaggi innevati e nostalgici del russo e quelli invernali e altrettanto struggenti colti da Pio in Cadore.

Ma c’è di più. Questo bel rapporto personale e artistico può essere considerato oggi un bell’esempio di tolleranza e amicizia al di là di ogni barriera storica, geografica e politica, specie in contingenze come le attuali in corso, con una guerra russo-ucraina che torna a erigere quella cortina di ferro che speravamo dismessa.

Walter Musizza

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