La premonizione di Giorgio: «Dai, che presto tornón a cantar»

«Il futuro è già passato ovvero mi, Belun, i Belumat e le bele compagnie». 43a puntata
5 Marzo 2026
326

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Qualcosa bolle in pentola 

Per il resto, suonavo ancora in qualche occasione, ero tornato in coro e, quando le coincidenze lo consentivano, facevo coppia con Giorgio dove cercavamo di utilizzare al meglio tutte le nostre esperienze, dai canti popolari a quelli scritti singolarmente da noi, cui applicavamo la doppia voce.

Giorgio

Nel medesimo periodo anche Giorgio era alla sua prima esperienza lavorativa come tecnologo e responsabile di produzione del nuovo Pastificio di Bribano, appena costruito in località Gresal di Sedico. Successivamente fu trasferito[1] alla sede della Pavan Spa a Galliera Veneta (PD) perché, data la sua buona conoscenza della lingua inglese, potesse prepararsi a diventare responsabile specializzato per montaggi dei macchinari lavorazione pasta negli stabilimenti all’estero.

Lo attendeva però un avvenimento drammatico: a metà ottobre, un incidente sul lavoro[2] gli causò la perdita, fino alla terza falange, di quattro dita della mano destra, tranciate da una impastatrice ‘impazzita’. Con la madre e con la morosa Maurizia[3], fui tra i primi a raggiungerlo all’ospedale di Cittadella, per rincuorarlo, avendo presente ciò che poteva significare, per un amante della musica, l’idea di non poter più esercitare questa passione[4]. Tra le prime considerazioni consolatorie ci fu anche quella che l’uso della chitarra non era del tutto compromesso: «Dai, che presto tornón a cantar». Fu quasi una premonizione[5].

Gianni

Il mio nome è stato trascritto come Giovanni Luigi in chiesa e Gianluigi in Comune per cui, a seconda delle persone conosciute e del loro alone, c’è chi mi chiama indifferentemente Gianni, Gianluigi, Giovanni, Luigi, Gigi, Gigio e, raro, Giangi[6]. Quando scrivo, mi firmo Gianluigi. Sotto la spinta di Tolo avevo cominciato a sistemare un po’ le idee su quanto andavo facendo, confrontandomi anzitutto con la poesia bellunese del passato, ma consultando poi anche i recenti, Alessandro De Luca, Olivotto, fino ai vivi per l’appunto. Se da una parte mi divertiva la poesia satirica e di costume di Chiarelli – ed ero da tempo un fan di Ugo Neri[7] e dei suoi perfetti sonetti – d’altra parte mi stordiva la poesia dialettale di Pasolini, conosciuta per caso, e mi sollecitavano Noventa e Pascutto. Il ritmo mi è da sempre congeniale e che canti, suoni o scriva è dentro nel sangue tanto che sceglie da solo le sue frequenze migliori, per cui non mi era difficile né comprendere né cambiare registro.

Conoscevo anche Thomas Pellegrini e Marino Perera. Ci trovavamo a recitare poesie dialettali, in qualche occasione, anche con Chechi Prest e Guido Crema[8]. Non ricordo a chi sia venuta per primo l’idea di poterci riunire in gruppo e neppure è importante, ma eravamo nel 1970.

L’anno dopo fu fondato ufficialmente il Circolo dialettale Al Zempedon[9], e il libraio Tarantola pubblicò, nell’occasione, una prima raccolta di poesie dei suoi iscritti, intitolata Al cor de Belun[2] [10].

La raccolta di poesie «Al cor de Belun».

Marino, la Mirca e Boscochiesanuova (8 agosto 1971)

Fu proprio Marino Perera[3]  a insistere perché partecipassi con lui ad un concorso di poesia dialettale indetto dal Comune di Boscochiesanuova. Così, su due piedi imbastii qualcosa di bucolico e inviammo. Con somma sorpresa elargirono anche a me un premio[11] oltre che a Marino che l’aveva vinto. Partimmo per ritirarli una bella domenica, motivati soprattutto dal fatto che suo cognato, detentore di una tenuta in cui produceva Valpolicella e Recioto, era proprio sulla strada, a pochi chilometri dalla destinazione. A Bosco, il pranzo con le Autorità era previsto alle 13 e la premiazione alle 15; perciò partimmo da Belluno alle 7, insomma per tempo. A mezza mattina arrivammo alle Ragose, così si chiamava il podere sul colmo della cui collinetta tutta coperta da fitto vigneto, dove era la casa del Galli. Terminati i convenevoli finimmo in cantina per i dovuti assaggi. Non si trattava di un sotterraneo artificiale ma di una bellissima grotta le cui pareti erano in parte ingemmate di minuti cristalli di un colore azzurro che verso l’ingresso viravano al bianco. Mi ricordavano l’omino della casina di mia nonna Maria, il cui ombrellino cambiava di colore quando stava per arrivare la pioggia[12]. Glielo aveva regalato la sorella di Torino e funzionava benissimo. Un giorno, salendo su una sedia riuscii a staccarlo dal chiodo e a prenderlo in mano per vedere da vicino la polvere magica di cui era coperto: in conclusione presi solo sgridate e lo spostarono dal piano della credenza sopra la nappa della stufa perché non ci arrivassi; comunque l’hanno pagata cara perché da quel giorno non ha più cambiato colore (così credevo io che non conoscevo ancora le virtù dei sali idrati!)

In piedi Gianni e Marino.

Tornando a noi, vuoi per l’entusiasmo dell’ambiente, vuoi per la squisitezza degli assaggi, vuoi per un poco di pane e salame che sembravano uscire da un cestino senza fine (il pane e salame, non il cestino), ci ritrovammo a guardare gli orologi quando erano già le due passate. Per fortuna verso Bosco c’erano molte curve, pertanto congeniali. Alla premiazione c’eravamo, anche se belli rossi e scarmigliati. Finito tutto, ci contenemmo col rinfresco prendendo a discutere con piglio – causa residuo alcolico – con gli altri concorrenti tra cui una donna simpatica e longilinea, di carattere battagliero, che complimentai per il suo bel brano nonostante «non credessi molto alle donne poetesse». Salvati cielo e benedetto il piacere, che fu Chechi Zorzi, l’anziano e straordinario fondatore del Burchiello[13] che girava sempre in coppia con Arturo Bogo. Conoscere quei tre, me ne resi poi conto, quello fu il vero premio[14]!

In quel periodo i gruppi dei poeti dialettali e i premi di poesia loro dedicati salirono in auge in tutto il Veneto. A Treviso, sotto la stirpe degli Albanese, con Marcello Cochetto e Andrea Cason, si formò il Cenacolo Amissi de la Poesia (1971), che stampava anche un proprio mensile intitolato El Sil al quale collaboravano molte figure tra cui, nel tempo, Adriano Gionco, Giustina Menegazzi Barcati, Simon Benetton, l’inesauribile Bruna Brazzalotto, Daniela Chinaglia, Bruno De Donà e altri[15]. Poeta di eccellenza nella Marca era poi Enzo Demattè. A Padova pure nacque un Circolo e si editò il periodico Quatro ciacoe.

Dei Perera, la gentilezza

Marino aveva il pizzetto nero, l’animo chiaro e scriveva bellissime poesie[16]. Quando le recitava riusciva solo a rovinarle perché si mangiava le parole. Io, che presumevo di saperlo fare, mi divertivo a declamare quella che mi piaceva di più, cercando di imitarlo al meglio: «Quando in campagna se mor, al piànder l é fat de camiʃe bianche e cravate negre …».

Sempre così mi sento da quando se ne è andato per colpa di una maledetta malattia che gli ha fatto scoppiare troppo presto il cuore.

Di Serapia, sua sorella, mi ricordo il sorriso schietto e le partite a tennis in cui regolarmente mi batteva perché a giocare era un vero maschiaccio.

Con Mario invece ci troviamo ancora per cibo e per vino, una vita dedicata, di sicuro vocata alle cose belle e buone. La gentilezza d’altra parte è sempre stata dote di famiglia, di sentore immediato, avendone, pur se poco, frequentato la casa anche da piccolino.

Serata di poesia al Palasport.

In occasione del settembre [4] bellunese, i poeti dialettali del Circolo Zempedon aderirono in massa alla rappresentazione organizzata al Palasport, che riprendeva una tradizione interrotta.

Settembre 1971, poeti al Palasport.

Fu una cosa molto bella e soprattutto sinceramente condivisa.

Strinsi una vera amicizia anche con Sandro Tarantola già patrocinatore del Cor de Belun, anch’egli pronto a dare una mano[17].

Continuavo soprattutto a scrivere liriche in quel nuovo modo di sentire che diventava sempre più personale e, vista la strada aperta, le inviavo ai vari concorsi regionali assieme a Perera.

In settembre, entrambi fummo inseriti nella antologia nazionale del premio Valente Faustini 179 poeti dialettali italiani e in novembre fummo invitati, ancora in coppia, all’Antoniano di Bologna per un concerto di poesia e canti alpini a cura della locale sezione dell’ANA[18].

In novembre vinsi il Premio Giulio Alessi, nel Padovano[19] e in dicembre giunsi secondo al premio Zoghi e poesia di Treviso[20].

Verso fine anno fui poi a Roma col Coro Agordo per un concerto in onore della Famiglia Piave della Associazione Emigranti Bellunesi capitolina[21]. Alternare i canti alla dizione di qualche verso risultava una accoppiata vincente.

L’imprevedibile scorpacciata (1972)

In aprile giunsi terzo al premio nazionale di poesia in dialetto Gattamelata di Terni; in giugno vinsi il premio Olivo Bianchin a Casale sul Sile[22]; in agosto tornai a Boscochiesanuova ottenendo il premio speciale per la poesia di montagna[23]; a settembre fui premiato al ‘Gigi Lise’ che si svolse a Falcade nello studio di Augusto Murer[24], e nello stesso mese sia io che Marino entrammo tra i finalisti del Premio Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, con sei composizioni pubblicate nella Antologia dei Poeti Veneti Contemporanei[25]; in ottobre fui giudicato primo assoluto in entrambe le categorie previste dal Premio città di Conegliano Il tralcio e l’alambicco d’oro[26];  soprattutto, in dicembre, ottenni il primo premio assoluto al Premio Abano Terme[5] , il più importante riconoscimento poetico del triveneto[27]. Come ‘tombolino’ sempre in dicembre arrivò un riconoscimento anche dal concorso dei Veterani Sportivi di Verona GSVV[28]

Recito una poesia al premio Abano 1972 mentre Ugo Fasolo, a sinistra e Biagio Marin osservano.

La cosa che mi aveva fatto più piacere, comunque, era aver conosciuto meglio Diego Valeri, Bino Rebellato, Biagio Marin[29] e Ugo Fasolo, specie quest’ultimo, che mi aveva riservato particolari feste perché bellunese come me. Così ci eravamo fermati a parlare a lungo davanti a una bottiglia in Hostaria da Toni, mi aveva detto di lui giovane attore nella Compagnia Filodrammatica Bellunese di Ruggero Giacomini e della sua vita di dirigente d’industria[30] e poeta (ci consolammo – io metalmeccanico in fabbrica) e di critico d’Arte. Poi mi regalò un suo vecchio libretto di poesie in lingua (non scriveva in dialetto) e mi disse che veniva spesso dalle nostre parti perché aveva una casa in Cadore e vi si recava in ferie, talvolta in compagnia di amici. Lo invitai a fermarsi alla prossima occasione dato che mi ero trasferito vicino alla fabbrica, vicino al bivio per Villa di Villa.

Anche Biagio Marin si soffermò a chiedermi molte cose e disse che se avessi voluto andare a trovarlo, fermandomi qualche giorno da lui, ne sarebbe stato felice. Aveva luce negli occhi mentre mi parlava e forse oggi so perché.

La lettera del Bepi (13 dicembre 1972)

La lettera di Bepi De Marzi.

Bepi de Marzi è oggi un vecchio timoniere che conosce le rotte ma che non teme tempesta ché la bonaccia è peggio. Lo conosco da non so quanti anni ma sono sicuramente più di quaranta[31].

Tra noi c’è stata subito sintonia; di quella che non ha bisogno di parole ma vibra nell’aria. Anche se ci vediamo raramente, quando ci troviamo facciamo feste ed è come ci fossimo lasciati la sera prima (magari sono passati degli anni)[32]. Ha la sensibilità di un vero poeta e le sue molte, note composizioni musicali per coro ‘popolare’ sono di fatto un unico racconto di condivisione umana, di voglia di partecipare; per questo lo sento molto vicino e simile e sappiamo ridere e piangere assieme e anche scherzare, come quando una volta gli ho fatto il verso trasformando il suo ecologico scampa oʃeleto in un gastronomico oʃeleto scampà. È uno dei pochi che ha lasciato un segno nel nostro tempo, e non solo perché ha scritto Signore delle cime.

Biaséto

Nel maggio del ’72 fui ospite, per qualche giorno, di Biagio Marin [7] nella sua solare abitazione gradese affacciata al mare[33]. Mi ci ero recato perché Biaʃeto aveva accettato con entusiasmo di fare una introduzione al mio primo libro di poesie ‘vere’ intitolato La mare tera. Non mi rendevo assolutamente conto, allora, dell’occasione che mi era capitata né del peso dello straordinario interlocutore[34]. Fu emozionante ascoltare del suo rapporto difficile con Ungaretti e Montale, con cui aveva partecipato a La voce, della sua vocazione mitteleuropea in bilico tra Firenze e Vienna (dove aveva insegnato filosofia per molti anni); dei suoi amici Saba, Slàtaper, Zanini, del suo amore per l’Istria (in cui aveva studiato e passato gli anni giovanili a Pisino): del suo mare e della sua gente; della ferita dolentissima rimasta aperta dal giorno della morte del figlio Falco caduto in Slovenia durante il secondo conflitto mondiale (e già raffinato scrittore); del rispetto per le sue donne; dello sdegno verso una intellighentia accademica che egli valutava grezza e incapace di valutare la vera poesia…

Soprattutto mi parlava della sua passione per le conchiglie: le teneva ben esposte in pulitissime bacheche di vetro; ognuna nella sua infinita bellezza gli rappresentava Dio, lo stesso che metteva in ogni sua poesia, ora fatto uomo ora natura. Mi leggeva versi vecchi e novità chiedendomi un parere; ed io gli rispondevo ciò che pensavo come fosse un altro me e non me ne importava nulla della sua vecchiezza perché lo sentivo contemporaneo nei miei pensieri ed avevamo lo stesso futuro davanti. A pensarlo ora, anche nelle sue vanità e debolezze – gli piacevano le donne intelligenti e amava troppo il vestito dei suoi versi – lo vedo ancora più grande e mi viene in mente quello sguardo e gli occhi azzurri e fondi velati di un grigio inquieto, come i cieli istriani quando arriva il caligo, e il suo parlare sottile e incisivo.

Il rapporto proseguì anche nei successivi anni e perse d’intensità solo per il grande peso dell’incedere del tempo che, assieme alla cecità, assorbì Biaʃéto fino alla morte. Conservo comunque di lui, oltre la presenza in spirito, un bel epistolario[8] .


[1] Non fu estranea alla cosa una frizione coi colleghi più anziani. (? ndr)

[2] Accadde il 14 ottobre del 1969, alle 6.30 del mattino, mentre lavorava sulla linea di produzione di spaghetti: una pressa che gli amputò le prime due falangi di 4 dita della mano destra, lasciando incolume il pollice.

[3] Quando più tardi, nel 1972, Giorgio sposerà Maurizia, Gianni gli farà da compare.

[4] Giorgio era pianista e secondo organista nella Parrocchia di S. Stefano a Belluno, per cui questa disgrazia creò forte emozione in tutta la città.

[5] Questo tragico episodio ispirò una canzone di Giorgio ‘Al destin’, che poi io adattai leggermente nel testo in dialetto ed entrò successivamente a far parte del vasto repertorio del duo Belumat. Tornare a dirigere il Coro Parrocchiale a Belluno e soprattutto cantare, fu forse il miglior antidoto per superare lo shock causato dall’incidente sul lavoro (che alla distanza dimostrò essere perfettamente superato, visto che per la maggior parte delle musiche composte o trascritte ha continuato a servirsi anche del pianoforte). Inoltre tornò ad affrontare i medesimi macchinari che lo avevano tradito e cominciò a girare il mondo contribuendo alla realizzazione di importanti insediamenti produttivi della Pavan in Italia, Olanda, Bulgaria e Taiwan. Rientrato nel ’71, si licenziò avendo trovato posto come insegnante di lingua inglese presso le Scuole Professionali E.N.A.I.P. della Provincia. Successivamente entrerà a far parte della Ceramica Dolomite di Trichiana come export manager.

[6] Solo Bepi De Marzi riesce a chiamarmi anche con altri nomi composti che fa terminare comunque con… luigi.

[7] Il suo libretto di poesie Vutu far che (68 pp. 12×17 cm), fu stampato dalla Tipografia Benetta di Belluno nel dicembre del 1958 e ampliato in Poesie vecchie e nuove (112 pp., stesso formato) per l’Editore Tarantola nel 1970.

[8] Il mondo è davvero piccolo: Francesco Chechi Prest era il mio vicino nella casa natia e Guido Crema un caro amico di mio padre nella Compagnia d’Arte Varia Bellunese, e quindi conoscente fin dall’infanzia.

[9] Il Circolo ebbe come primo presidente il notaio Adolfo Soccal che trascrisse l’atto di fondazione; dopo qualche anno di frequenza, specialmente dopo l’edizione della Antologia dialettale della provincia di Belluno dalle origini ai giorni nostri (344pp, 17×24 cm), Belluno, 1975, mi disimpegnai dal sodalizio per divergenze d’opinione sul modo di trattare la grafia – voluta da Don Sergio Sacco e adottata da Circolo [avendola comunque malvolentieri usata nella pubblicazione Storia Beloria (’74) e ritenendola, dopo questa esperienza, di scarso servizio ossia una complicazione inutile]. Ho partecipato comunque ad altri momenti salienti del circolo, in occasione della pubblicazione dell’altra antologia A filò ko l zempedón (144 pp., 17×24 cm), Belluno, 1985, e nel 1997 allorché fu festeggiato – in realtà un anno dopo (così mi consta) – il venticinquesimo del sodalizio (26 settembre 97, in Sala De Luca).

[10] AAVV, Al cor de Belun, poesie in dialetto bellunese (100 pp., 12×17 cm), Tarantola Editore, Belluno, luglio 1971.

[11] Il primo riconoscimento fu il Premio Boscochiesanuova (VR) dove arrivai terzo nella sezione obbligata (su Bosco, ecco perché bucolico). Marino Perera vinse il tema libero con la mia preferita Quando in campagna [8 agosto ‘71].

[12] Fungeva da barometro anche se misurava il grado di umidità dell’aria.

[13] El Burchiello, fu per anni il periodico ‘dei poeti dialettali veneti’ essendo stato fondato nel ‘59 per l’appunto da Diego Valeri assieme a Zorzi e Bogo.

[14] Chechi e Arturo, furono protagonisti straordinari dell’‘addio al matrimonio’ che tenni presso il ristorante Al Borgo, da poco inaugurato nella nuova sede di Villa Doglioni all’Anconetta. Loro che erano già ottantenni, arrivarono dalla laguna nel pomeriggio e fecero tranquillamente festa fino al mattino successivo quando li accompagnai in stazione a prendere il primo treno per Venezia per il ritorno. Sposai Antonietta Damerini il 4 settembre 1971.

[15] Tra i circoli di poesia dialettale sempre di area trevigiana ‘Ghe jera queo de Luciano Cecchinel, Diego Stefani, Tiziano Spigariol, Fabio Franzin e Eusebio Vivian’, quest’ultimo fu fondatore e l’anima del gruppo di poeti dialettali “Aque slosse” di Bassano [nota liberamente interpretata ed integralmente editata dal redattore].

[16] Marino Perera era nato a Belluno, città in cui visse e morì nel 2004 dopo aver a lungo lavorato come impiegato della Provincia. Si distinse anche come amante e critico d’Arte e sue introduzioni sono in molte monografie di artisti locali. Nel ’77, per l’Editore Tarantola, pubblicò il volume Poesie che resta la sua opera più significativa.

[17] Fu, fra l’altro, il sàntolo della mia prima figlia Laura.

[18] Era l’otto di novembre e intervennero anche i ‘Crodaioli’ di De Marzi.

[19] Primo al tema fisso con la composizione ‘Ai coi Euganei’. Il premio era inserito come sezione speciale del IV Premio Abano. Era il 21 novembre 1971.

[20] Era il 5 dicembre e fu premiata col 2° posto la composizione intitolata ‘Autuno’,

[21] La serata si tenne il 27 di Novembre presso l’Auditorium Due pini di Villa Clara alla presenza di una schiera notevolissima di Autorità. In prima fila accanto a me, che dovevo salire e scendere dal palco, c’era la vedova di De Gasperi, semplice ed affabile donna. Fummo anche all’Aracoeli per una messa cantata e in visita al Campidoglio.

[22] Era il 4 giugno del 1972 e fu premiata la composizione ‘La mare tera’.

[23] Era il 6 agosto e anche Perera figurava tra i finalisti; però alle Ragose ci fermammo, per prudenza, solo al ritorno.

[24] Era il 10 settembre del 1972. Fu premiato anche Marino Perera e segnalato Dino Bridda.

[25]  La premiazione avvenne il 17 settembre 1972 a Badia Polesine e ci eravamo entrambi.

[26] Era il primo ottobre 1972; le poesie premiate furono ‘Cuchet de ʃgnapa’, ‘Strada del vin bianco’, ‘La mora’. Nell’occasione fu edito anche un libretto con le composizioni vincenti…

[27] Era il primo novembre, per la V° edizione del premio nato nel ’68, organizzato da Toni Babetto, ideatore dell’Hostaria dell’Amicissia e patrocinato da Diego Valeri (1887-1976), già poeta di chiara fama nazionale.

[28] Era il 3 dicembre. Il concorso era aperto al triveneto. La poesia ‘Vele’ ottenne il 3° premio.

[29] Nel mese di maggio del 72 (11) si era tenuto un convegno sulla poesia dialettale a Grado e avevo rivisto Marin dopo aver fatto la sua conoscenza pochi mesi prima al Premio Abano, come già annotato. In quella occasione, oltre alle mie, lessi anche poesie di Giano Perale e Gigi Lise a ricordo.

[30] Lavorava per la Galileo. Per Fasolo attore, si veda nella parte riguardante la Compagnia Filodrammatica Bellunese.

[31] In relazione alla data di scrittura di questo memoriale (2009-10), ovviamente.

[32] La lettera mi è arrivata inaspettata; probabilmente il Bepi ha letto la nuova del Premio e si è ricordata la poesia recitata, credo, a Bologna, circa un mese prima, quando eravamo assieme.

[33] Mi regalò, nell’occasione, un suo librino prezioso intitolato ‘Le litanie de la Madona’, copia 828/1000 debitamente autografata, datata e col motivo della visita.

[34] Non a caso candidato al Premio Nobel per la letteratura.


Autore

  • Gianluigi Secco (Belluno, 1946-2020), si è dedicato per gran parte della vita al settore della cultura popolare e ai temi dell’identità e delle relazioni. •••
    Dalla fine degli anni Settanta è stato ideatore, produttore, conduttore e regista di rubriche radio e televisive di intrattenimento culturale (oltre 1000 ore di talk-show in diretta) sulle più importanti Emittenti trivenete. •••
    È stato autore di una trentina di volumi tra saggistica e poesia e di molti documentari in DVD video e CD audio, su temi sociali, sulla storia dell’emigrazione e sui riti della tradizione popolare. ••• È stato cantautore e anima del Gruppo Culturale Belumat (prima col duo ‘storico’, assieme a Giorgio Fornasier, I Belumat e poi con Belumat Formazione Aperta) che aveva all’attivo più di 3000 concerti in Italia e all’estero in quattro decenni di felice carriera. ••• È stato autore insieme a Giorgio Fornasier delle colonne sonore di due rappresentazioni teatrali brasiliane (16 canzoni d’Autore) scritte in collaborazione con lo scrittore e regista Josè Itaqui per la Compagnia Teatrale Miseri Coloni di Caxias do Sul (testi ‘par talian’ e in lingua brasiliana): De là de l mar e La vita zé na vaca. ••• Ha ideato e sostenuto per anni la mostra-museo errante ‘MEM’ intitolata maschere e riti dei carnevali arcaici del veneto & dolomiti, che ha proposto dal 1988 in Italia e all’Estero e che risulta essere tra le più significative del suo genere. ••• È stato il realizzatore, assieme all’amico Tito De Luca, della mostra Arca, Ararat e Armeni, allestita presso il Convento Mechitarista dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni, a Venezia (2002). ••• È stato il realizzatore della mostra POCO, NiENTE E FANTASIA, dedicata ai vecchi modi infantili di giocare, allestita presso il Museo Etnografico di Treviso (2014). •••
    È stato fondatore e presidente dal 1998 al 2018 della Associazione Internazionale Soraimar che aveva lo scopo di mettere in relazione autori e cultori delle tradizioni popolari venete di tutto il mondo e di stimolare la salvaguardia di ogni identità culturale considerata bene fondamentale del singolo e di tutte le collettività. ••• Aveva progettato e curato dal 2002 un sistema in rete internet di Archivi multimediali della Tradizione Popolare, aperti al pubblico, gestiti per conto dell’Associazione (soraimarc) oltre che per la Regione Veneto con oltre 5.000 clip audiovisive e 15.000 schede illustrative disponibili alla consultazione del pubblico (attualmente il sito è in restyling, in attesa di nuove risorse). ••• Aveva curato direttamente alcune collane multimediali sulla cultura veneta regionale ed extra regionale tra cui quelle americane di Brasile e Messico, e quelle di cultura istro-veneta con l’edizione di un centinaio di titoli in CD audio e DVD, editi per il tramite dell’Associazione. ••• Già tecnico d’industria, è stato formatore nei Sistemi di Qualità (Total Quality) con riferimento ai settori Turistico-alberghiero ed Enogastronomico (Prodotti Tipici, Turismo cultural-gastronomico). ••• È stato noto eno-gastronomo, già consultore membro della Accademia Italiana della Cucina ed autore di alcuni volumi e di una enciclopedia multimediale sulla cucina tradizionale veneta, vincitrice, nel 1997, del premio nazionale ‘Orio Vergani dell’AIC. ••• Aveva realizzato nel 2013 il progetto ‘Mitincanto’ con l’edizione di un volume ad illustrare i maggiori Miti della tradizione popolare veneta messi in relazione con altri similari d’Italia (ad es. della Sardegna) e del resto d’Europa e con la produzione affiancata di oltre una sessantina di nuove canzoni di cui ha già scritto i testi e, di parte, anche la musica, affidando poi altri brani ai colleghi cantautori del Veneto. Da questo lavoro era stato tratto un nuovo spettacolo teatral-musicale presentato in teatri, biblioteche e sale civiche e corredato da straordinari ausiliari audiovisivi. Tra queste canzoni, quella intitolata FADA, interpretata dalla cantautrice trevigiana Erica Boschiero, ha vinto come miglior testo il Premio Parodi 2012 a Cagliari. ••• Tra l’estate 2015 e il 2018 aveva combattuto un’aspra battaglia contro un linfoma di tipo ‘Non Hodgkin B’, diffuso a grandi cellule e era stato considerato rimesso dal male dopo un complesso trattamento pregevolmente praticato con successo dall’equipe medica del reparto di Ematologia del Ca’ Foncello di Treviso.
    Aveva potuto festeggiare il suo 74°compleanno in compagnia della gran parte degli amici musicisti (7/02/2020) per poi spegnersi, amorevolmente accompagnato dai suoi familiari, a causa di un subdolo infarto intempestivamente diagnosticato durante l’inizio del primo lockdown da Covid-19.

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