La vuoi la verità? Sei proprio meschino, perché hai sentimenti gretti, una mente stretta, che ti rende perfino brutto e ridicolo, per me sei solo uno sventurato, un misero.
Pesante, eh? L’aggettivo italiano «meschino» ha proprio questa somma di significati, non ce n’è un altro che definisca con altrettanta precisione una fattispecie umana ben riconoscibile.
Anche questa parola, «meschino», non l’abbiamo ereditata dai nostri padri che parlavano latino ma ci è giunta attraversando il mediterraneo e l’abbiamo fatta nostra. Per essere più precisi, non è da escludere che la parola sia passata dall’Africa alla penisola iberica e poi transitata in Provenza, da dove forse ha raggiunto il territorio italiano. Evidentemente mostrava un’efficacia insostituibile, una forza di rappresentazione potente, era apparsa perfettamente capace di delineare il “tipo” del povero estremo. È entrata nell’italiano e poi ha arricchito il proprio significato, fino a come lo conosciamo oggi.
«Meschino» viene dall’arabo miskin, che significa proprio «povero», in senso materiale. L’aggettivo è passato poi a connotare anche la povertà morale ed etica che qui abbiamo rappresentato nelle prime righe, ma in italiano possiamo trovare ancora «meschino» nel senso originario di «povero», «sventurato», «infelice» quando tali caratteristiche raggiungono evidenza palese.
Già Jacopone e Dante conoscevano e usarono «meschino» nei loro scritti, dunque saltiamo all’indietro di ottocento anni rispetto a oggi. La parola manca nei nostri dialetti bellunesi ma è nota al veneziano: Boerio nel 1856 attesta «meschìn», tradotto con «meschino», «tapino».
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Molti studi sono stati pubblicati sulle parole che vengono dall’arabo e che compaiono nell’italiano e nei nostri dialetti. Ma il riferimento più importante (sul quale si basa anche questa nostra rubrica «Ma parlo arabo?») è costituito dai due volumi «Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia», opera che porta la firma del glottologo agordino Giovan Battista Pellegrini. La pubblicò nel 1972 per Paideia Editrice Brescia, con una dedica: Alla memoria di mio padre dr. Valerio Pellegrini, nato a Lozzo di Cadore nel 1879 e morto a Cencenighe Agordino nel 1958. I Pellegrini erano una famiglia di farmacisti, originaria di Rocca Pietore, che per lavoro si spostò in Cadore per poi tornare in riva al Cordevole.












