Kol kul o col cul?

«Il futuro è già passato ovvero mi, Belun, i Belumat e le bele compagnie». 47ª puntata
2 Aprile 2026
377

Tutte le puntate

Storia beloria (dicembre 1974)

“Storia beloria…”, la copertina.

Nel corso del ’74 riuscii a mettere insieme in modo abbastanza organico buona parte dei materiali sulla tradizione popolare, raccolti negli anni precedenti. Un libro del genere era mancante nel repertorio locale e l’unico anteriore, parzialmente assimilabile, era quello ottocentesco della Nardo Cibele[1]. Il volume[2] uscì nel dicembre del ’74, adottando la nuova grafia proposta dal Zempedon, caratterizzata da una serie di segni fonetici inconsueti.

Kol kul o col cul?

Toleto [Bartolomeo Zanenga, ndr] se la prese moltissimo quando vide il nuovo volume e l’unico a plaudire al sistema fu l’articolista dell’Amico del Popolo, evidentemente di parte dato che la scelta era stata sollecitata da Don Sergio Sacco che, come associato del circolo Al Zempedon, era diventato per molti suoi membri un punto di riferimento tecnico e critico [di fatto tutte le pubblicazioni del gruppo, fino a quelle odierne, continueranno su questa scia].

Devo dire che non c’è stata imposizione nell’uso di questa grafia[3] e che, come ho scelto inizialmente di utilizzarla per la fondatezza dei motivi base che la sostenevano, ho deciso tosto di smetterla verificando che non dava i risultati previsti. Il problema è vivo e vale per tutte le lingue, compresi i dialetti, dove a suoni similari non corrispondono, attualmente, segni convenzionali concordi nelle scritture dei vari gruppi parlanti. Sembra ridicolo ma le ‘culture dominanti’ danno grande importanza alla propria grafia storica, che assume tale valenza ‘politica’ da rendere inimmaginabile l’auspicata operazione di semplificazione se non di unificazione degli alfabeti. Per contro, ogni zona che brama un riconoscimento di specificità culturale, tende a inventare una propria grafia con l’intento di affermare una diversa identità ‘politica’. Nell’ovvia confusione di tutte queste logiche, la mia posizione è stata quella di rendere la comunicazione scritta nel modo più semplice e uniformato possibile, adeguandola secondo l’esperienza personale e abbinandola, ove possibile, a registrazioni in audio e video, per una migliore messa a fuoco del messaggio finale, affinché non sia pèdo l tacón del bus[4]. Tutto e sempre si può migliorare.

A conforto di questa scelta morbida, è arrivato — per la stessa logica — anche il parere di Giovambattista Pellegrini, il più grande dei nostri glottologi, che mi ha messo il cuore in pace. La discussione sul tema resta sempre attuale e credo sarà dibattuta in eterno ben rappresentando il mito di Babele contro cui sembra avere successo solo la costrizione tecnologica dettata da internet[5].

Don Giulio Perotto

Don Giulio Perotto.

Giulio Perotto (Don) mi è stato congeniale fin dal primo momento — non mi ricordo in quale occasione ci siamo conosciuti — perché il suo modo di parlare e di formulare percorsi nel discorso contingente era assai stimolante: uomo concreto, curioso, irrequieto, un intellettuale in abito talare che non trovava neppure il tempo di sistemarsi il colletto rigido, né i mezzi per farsi una tonaca nuova (le sue erano sempre molto ‘vissute’ per non dire usate o sfinite, sempre con qualche asola vedova di bottone). Aveva inoltre una particolare voce bassa, quasi roca, intonata, per gli amici, in dialetto feltrino, sempre pronta all’ironia e alla battuta sottile. Fossi stato un buon caricaturista lo avrei rappresentato come due occhi mobilissimi sopra una tozza tonaca nera. Anticonformista generoso e sempre pronto, scoprii che era un grande predicatore perché non aveva paura di dire ciò che pensava e aveva la capacità di indignarsi rispondendo con l’impegno personale alle richieste di solidarietà e, con parole ferme, alle molte silenziose provocazioni del consumismo incalzante. Da questo si difendeva con la passione per le opere d’arte e per gli artisti ed una pari devozione verso i contenuti della ‘tradizione’. Ho davvero gradito la sua idea di fare una pagina introduttiva a Storia Beloria[6].

Nell’occasione Claudio Nevyjel ha realizzato una serie di xilografie relative ai giochi e alle leggende descritte nel volume e di esse è stata fatta una tiratura limitata in bianco e nero e in bicromia[7] oltre all’ovvia riproduzione nel libro.

Xilografie

A incidere il legno ci vuole una pazienza viva e il coraggio della forza sul ferro per arrivare al passo successivo. Non la fai una xilo, se non l’hai già finita dentro e non la conosci meglio delle fibre del legno che hai a disposizione. Per questo il bosso è speciale perché ti rende più libero e responsabile.

Una volta ho visto sradicare una vecchia siepe di bosso destinata alla discarica. Ho chiesto se me la potevo prendere; l’ò deramada del fino e ho messo in tabià i rami più belli, tanti, persino alcuni lunghi e diritti.

Ora abbiamo il gioco in mano.

Gli artisti

Questa idea di mettere insieme le ‘arti’ mi ha sempre appassionato: il termine passione mi sembra calzante e primario poiché gli ‘artisti’ hanno un qualcosa di sé che vuole uscire dal corpo per giocare più in alto, per poter condividere, per abbracciarsi e fondersi, con la voglia di attingersi senza scomporsi. Queste emozioni di incontro non hanno colore e nascono dalle combinazioni più impensate, sono occasioni andate a buon fine, che possono rimbalzare quando ritornano in carne e a volte persino ribollono, scoppiettano, deflagrano attraverso le predisposizioni dei singoli: c’è chi canta, chi recita, chi dipinge, scolpisce o suona e riporta il vento amoroso alla gente che ti ascolta o ti guarda e persino, a volte, percepisce e gode. In questo senso ‘artisti’ sono tutti quelli che riescono a ‘volare’, a prescindere dalla visibilità e tipologia di ciò che ritornano agli altri. Così ho imparato che una qualifica da ‘Maestro’ vale assai più di una da Professore o Dottore, senza dover scomodare perciò le sacre scritture; solo che un pezzo di carta[8], non copre l’ambito emozionale, né ti concede merito di appropriazione sensazionale che ti offre l’Artista quando lascia diventare tuo il suo spunto.

Il mio pubblico ride e piange non per quanto gli dico di me ma per quanto pensa di sé. Questo mi sembra di aver capito, hai capito?

«Puglia», di Bruno Milano.

Nel ’74 ho prodotto una cartella con cinque poesie interpretate ad acqueforte da Vico Calabrò (Gigolai), Giuliano De Rocco (Pescadori), Bruno Milano (Puglia), Augusto Murer (Auswiz) e Claudio Nevyjel (Par la mort de n bocia).

«Gigolai», di Vico Calabrò.

Nel ’75 ho trascritto quattro racconti popolari per le incisioni di Vico (su San Vetor) e nel ’76, altrettanti per Claudio (su S. Martino). Poi mi è sbocciata la passione per la scultura.

Augusto

«Auschwitz», di Augusto Murer.

Augusto era già famoso, quando lo ho conosciuto. Me lo aveva fatto incontrare Ugo Fasolo, in una occasione fortuita, fuori provincia, ad una commemorazione di Arturo Martini con cui aveva collaborato — mi ricordo di aver pensato come mai non lo avessi incontrato prima io, residente in provincia —. Una sera, nel ’76, capitai a Falcade per caso e lo trovai in studio che chiacchierava con un signore abbastanza attempato ma giovanile, ben curato, coi capelli bianchi che viravano all’oro, in forma un po’ strana — artista di sicuro ho pensato — «vien qua vien qua, che sto qua l è n poeta come ti — mi disse armeggiando in una cassettiera che conteneva un sacco di disegni — al me à fat na poesia anca lu»; poi trasse un foglio da un vano e lo diede all’amico; richiuse, poi ci ripensò, riaprì e tirò fuori presto un foglio più piccolo con lo schizzo di un toro: «tò, un anca a ti … sto qua l è spagnol e ghe piàse i tori». Rimasi una decina di minuti; giusto il tempo per scambiare quattro impressioni e sentirmi chiedere perché scrivo. «Perché respiro», mi venne e fu «claro e bastante». Poi li lasciai perché erano piuttosto indaffarati nelle loro cose. Non sapevo ancora chi fosse Rafael Alberti. Qualche tempo dopo Augusto, avendomi preso a cuore, mi presentò in qualità di ‘vecchio amico’ anche ad Andrea Zanzotto col quale aveva mestieri in corso.

I Belumat a Falcade.

Qualche anno dopo tornai nel suo ‘mausoleo’ — così chiamavo, ridendo, il suo modernissimo studio nato nel ’72 e sempre in via di completamento (e Augusto era d’accordo sul nome) — per una rappresentazione dei Belumat[9].

Il luogo era ormai diventato un centro di cultura aperto e vi capitavano scrittori, attori e poeti (mi ricordo una sera con Ignazio Butitta, col cappellino calcato in testa più del suo dialetto siciliano — e che fibra e che forza: gli anziani in buona salute danno una idea di potenza maggiore che non i giovani, un altro Chechi Zorzi).

Quella sera il tema era l’emigrazione e l’ambiente sembrava magico. Augusto se ne stava defilato, guardando lo spettacolo di sghimbescio, rannicchiato dietro un bronzo, in controluce, con l’immancabile maglione nero a coste col girocollo alto, statua nella statua. Ad un certo punto un temporale estivo ci assalì (era tutto il pomeriggio che girava). Qualcuno ci coprì con due ombrelloni da spiaggia[10] e spuntarono presto parapioggia qua e là fino a coprire il tratto del prato fino ai pini con un inverosimile mosaico di colori. Lo spettacolo continuò sotto l’acqua per almeno una decina di minuti, con il pubblico intento, senza un segno d’impazienza, come incantato. Alla fine Augusto mi disse di non aver mai visto una cosa del genere.

Dalla stalla al carro bestiame

Cantare da un carro bestiame non è offensivo per l’artista, almeno per noi: il filò non si faceva forse in stalla?

«Pescadori», di Giuliano De Rocco.

In quel periodo le richieste piovevano a ‘ʃdrài’[11]; molte da contrade o paesi piccini, spesso persi ancora in mezzo alla natura, in luoghi in cui il teatro più capiente era la piazza o il campetto da calcio. Nulla di più frequente, per sistemarci in vista, che l’uso di un carro da fieno o del cassone di un camion bestiame. L’odore era lo stesso della stalla anche se molto diluito. La parlata si conformava all’ambiente e le storie raccontate scorrevano dolci, quasi come un canto, antico quanto basta per tener alti i sogni e le speranze accumulati all’entrata, senza pagare biglietto.

«Par la mort de n bocia» di Claudio Nevyjel.

[1] Angela Cibele Nardo, Zoologia popolare veneta, Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1966 (ed. or. Palermo, Tip. del giornale di Sicilia, 1887).

[2] Gianluigi Secco, STORIA BELORIA — raccolta di filastrocche, cante, giochi della tradizione bellunese con introduzione di Giulio Perotto e xilografie originali di Claudio Nevyjel; 140 pp.; 17×24 cm; Tarantola Editrice, Belluno, 1974.

[3] Il sistema, teoricamente logico e che potrebbe andar bene se fosse adottato su larga scala, magari a livello internazionale, rende nella pratica la lettura più ostica a coloro che vi si avvicinano saltuariamente e più complessa per l’aumentato numero dei fonemi da interpretare; inoltre occorre considerare che, per acquisire capacità di pronunce corrette non basta certo comprendere l’andamento delle rispettive grafie. Ogni fonema ‘tipico’ perciò, può essere spiegato nel dettaglio, in nota, continuando a usare, nella pratica, il codice più semplice che gli si avvicina, nella trascrizione corrente del luogo.

[4] ‘Peggio il rattoppo del buco’.

[5] Il limitato numero di segni disponibili obbliga a riduzioni grafiche che col tempo potrebbero diventare stabili.

[6] ‘Monsignor’ Perotto, cui rimasi sempre fraternamente legato, morirà nel 2008 (era nato a Pedavena il 10 agosto 1920). Ordinato sacerdote nel ’44, fu nominato parroco di Santa Maria degli Angeli nel 1951 e là visse il resto del suo impegno pastorale, diventando presto un punto di riferimento e di supporto spirituale e culturale per persone e gruppi. Fu insegnante di lettere, religione e filosofia, ma soprattutto scrittore e valorizzatore di talenti.

[7] Edite in una cartella a parte [nell’ideale progetto editoriale di Gianni, ndr].

[8] Popolarmente si intende un diploma, la laurea, che sono riconoscimenti convenzionali di maturità.

[9] Era il 7 agosto 1986.

[10] Il detto dice: quel che para da l sol, para anca da la piova.

[11] Sono, in dialetto, gli scrosci improvvisi durante un temporale.

Autore

  • Gianluigi Secco (Belluno, 1946-2020), si è dedicato per gran parte della vita al settore della cultura popolare e ai temi dell’identità e delle relazioni. •••
    Dalla fine degli anni Settanta è stato ideatore, produttore, conduttore e regista di rubriche radio e televisive di intrattenimento culturale (oltre 1000 ore di talk-show in diretta) sulle più importanti Emittenti trivenete. •••
    È stato autore di una trentina di volumi tra saggistica e poesia e di molti documentari in DVD video e CD audio, su temi sociali, sulla storia dell’emigrazione e sui riti della tradizione popolare. ••• È stato cantautore e anima del Gruppo Culturale Belumat (prima col duo ‘storico’, assieme a Giorgio Fornasier, I Belumat e poi con Belumat Formazione Aperta) che aveva all’attivo più di 3000 concerti in Italia e all’estero in quattro decenni di felice carriera. ••• È stato autore insieme a Giorgio Fornasier delle colonne sonore di due rappresentazioni teatrali brasiliane (16 canzoni d’Autore) scritte in collaborazione con lo scrittore e regista Josè Itaqui per la Compagnia Teatrale Miseri Coloni di Caxias do Sul (testi ‘par talian’ e in lingua brasiliana): De là de l mar e La vita zé na vaca. ••• Ha ideato e sostenuto per anni la mostra-museo errante ‘MEM’ intitolata maschere e riti dei carnevali arcaici del veneto & dolomiti, che ha proposto dal 1988 in Italia e all’Estero e che risulta essere tra le più significative del suo genere. ••• È stato il realizzatore, assieme all’amico Tito De Luca, della mostra Arca, Ararat e Armeni, allestita presso il Convento Mechitarista dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni, a Venezia (2002). ••• È stato il realizzatore della mostra POCO, NiENTE E FANTASIA, dedicata ai vecchi modi infantili di giocare, allestita presso il Museo Etnografico di Treviso (2014). •••
    È stato fondatore e presidente dal 1998 al 2018 della Associazione Internazionale Soraimar che aveva lo scopo di mettere in relazione autori e cultori delle tradizioni popolari venete di tutto il mondo e di stimolare la salvaguardia di ogni identità culturale considerata bene fondamentale del singolo e di tutte le collettività. ••• Aveva progettato e curato dal 2002 un sistema in rete internet di Archivi multimediali della Tradizione Popolare, aperti al pubblico, gestiti per conto dell’Associazione (soraimarc) oltre che per la Regione Veneto con oltre 5.000 clip audiovisive e 15.000 schede illustrative disponibili alla consultazione del pubblico (attualmente il sito è in restyling, in attesa di nuove risorse). ••• Aveva curato direttamente alcune collane multimediali sulla cultura veneta regionale ed extra regionale tra cui quelle americane di Brasile e Messico, e quelle di cultura istro-veneta con l’edizione di un centinaio di titoli in CD audio e DVD, editi per il tramite dell’Associazione. ••• Già tecnico d’industria, è stato formatore nei Sistemi di Qualità (Total Quality) con riferimento ai settori Turistico-alberghiero ed Enogastronomico (Prodotti Tipici, Turismo cultural-gastronomico). ••• È stato noto eno-gastronomo, già consultore membro della Accademia Italiana della Cucina ed autore di alcuni volumi e di una enciclopedia multimediale sulla cucina tradizionale veneta, vincitrice, nel 1997, del premio nazionale ‘Orio Vergani dell’AIC. ••• Aveva realizzato nel 2013 il progetto ‘Mitincanto’ con l’edizione di un volume ad illustrare i maggiori Miti della tradizione popolare veneta messi in relazione con altri similari d’Italia (ad es. della Sardegna) e del resto d’Europa e con la produzione affiancata di oltre una sessantina di nuove canzoni di cui ha già scritto i testi e, di parte, anche la musica, affidando poi altri brani ai colleghi cantautori del Veneto. Da questo lavoro era stato tratto un nuovo spettacolo teatral-musicale presentato in teatri, biblioteche e sale civiche e corredato da straordinari ausiliari audiovisivi. Tra queste canzoni, quella intitolata FADA, interpretata dalla cantautrice trevigiana Erica Boschiero, ha vinto come miglior testo il Premio Parodi 2012 a Cagliari. ••• Tra l’estate 2015 e il 2018 aveva combattuto un’aspra battaglia contro un linfoma di tipo ‘Non Hodgkin B’, diffuso a grandi cellule e era stato considerato rimesso dal male dopo un complesso trattamento pregevolmente praticato con successo dall’equipe medica del reparto di Ematologia del Ca’ Foncello di Treviso.
    Aveva potuto festeggiare il suo 74°compleanno in compagnia della gran parte degli amici musicisti (7/02/2020) per poi spegnersi, amorevolmente accompagnato dai suoi familiari, a causa di un subdolo infarto intempestivamente diagnosticato durante l’inizio del primo lockdown da Covid-19.

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Correlati

il nuovo numero

Prima Pagina

Versione digitale

Iscriviti alla nostra newsletter

I video

Versione digitale

Iscriviti alla nostra newsletter