Storia beloria (dicembre 1974)

Nel corso del ’74 riuscii a mettere insieme in modo abbastanza organico buona parte dei materiali sulla tradizione popolare, raccolti negli anni precedenti. Un libro del genere era mancante nel repertorio locale e l’unico anteriore, parzialmente assimilabile, era quello ottocentesco della Nardo Cibele[1]. Il volume[2] uscì nel dicembre del ’74, adottando la nuova grafia proposta dal Zempedon, caratterizzata da una serie di segni fonetici inconsueti.
Kol kul o col cul?
Toleto [Bartolomeo Zanenga, ndr] se la prese moltissimo quando vide il nuovo volume e l’unico a plaudire al sistema fu l’articolista dell’Amico del Popolo, evidentemente di parte dato che la scelta era stata sollecitata da Don Sergio Sacco che, come associato del circolo Al Zempedon, era diventato per molti suoi membri un punto di riferimento tecnico e critico [di fatto tutte le pubblicazioni del gruppo, fino a quelle odierne, continueranno su questa scia].
Devo dire che non c’è stata imposizione nell’uso di questa grafia[3] e che, come ho scelto inizialmente di utilizzarla per la fondatezza dei motivi base che la sostenevano, ho deciso tosto di smetterla verificando che non dava i risultati previsti. Il problema è vivo e vale per tutte le lingue, compresi i dialetti, dove a suoni similari non corrispondono, attualmente, segni convenzionali concordi nelle scritture dei vari gruppi parlanti. Sembra ridicolo ma le ‘culture dominanti’ danno grande importanza alla propria grafia storica, che assume tale valenza ‘politica’ da rendere inimmaginabile l’auspicata operazione di semplificazione se non di unificazione degli alfabeti. Per contro, ogni zona che brama un riconoscimento di specificità culturale, tende a inventare una propria grafia con l’intento di affermare una diversa identità ‘politica’. Nell’ovvia confusione di tutte queste logiche, la mia posizione è stata quella di rendere la comunicazione scritta nel modo più semplice e uniformato possibile, adeguandola secondo l’esperienza personale e abbinandola, ove possibile, a registrazioni in audio e video, per una migliore messa a fuoco del messaggio finale, affinché non sia pèdo l tacón del bus[4]. Tutto e sempre si può migliorare.
A conforto di questa scelta morbida, è arrivato — per la stessa logica — anche il parere di Giovambattista Pellegrini, il più grande dei nostri glottologi, che mi ha messo il cuore in pace. La discussione sul tema resta sempre attuale e credo sarà dibattuta in eterno ben rappresentando il mito di Babele contro cui sembra avere successo solo la costrizione tecnologica dettata da internet[5].
Don Giulio Perotto

Giulio Perotto (Don) mi è stato congeniale fin dal primo momento — non mi ricordo in quale occasione ci siamo conosciuti — perché il suo modo di parlare e di formulare percorsi nel discorso contingente era assai stimolante: uomo concreto, curioso, irrequieto, un intellettuale in abito talare che non trovava neppure il tempo di sistemarsi il colletto rigido, né i mezzi per farsi una tonaca nuova (le sue erano sempre molto ‘vissute’ per non dire usate o sfinite, sempre con qualche asola vedova di bottone). Aveva inoltre una particolare voce bassa, quasi roca, intonata, per gli amici, in dialetto feltrino, sempre pronta all’ironia e alla battuta sottile. Fossi stato un buon caricaturista lo avrei rappresentato come due occhi mobilissimi sopra una tozza tonaca nera. Anticonformista generoso e sempre pronto, scoprii che era un grande predicatore perché non aveva paura di dire ciò che pensava e aveva la capacità di indignarsi rispondendo con l’impegno personale alle richieste di solidarietà e, con parole ferme, alle molte silenziose provocazioni del consumismo incalzante. Da questo si difendeva con la passione per le opere d’arte e per gli artisti ed una pari devozione verso i contenuti della ‘tradizione’. Ho davvero gradito la sua idea di fare una pagina introduttiva a Storia Beloria[6].

Nell’occasione Claudio Nevyjel ha realizzato una serie di xilografie relative ai giochi e alle leggende descritte nel volume e di esse è stata fatta una tiratura limitata in bianco e nero e in bicromia[7] oltre all’ovvia riproduzione nel libro.
Xilografie
A incidere il legno ci vuole una pazienza viva e il coraggio della forza sul ferro per arrivare al passo successivo. Non la fai una xilo, se non l’hai già finita dentro e non la conosci meglio delle fibre del legno che hai a disposizione. Per questo il bosso è speciale perché ti rende più libero e responsabile.
Una volta ho visto sradicare una vecchia siepe di bosso destinata alla discarica. Ho chiesto se me la potevo prendere; l’ò deramada del fino e ho messo in tabià i rami più belli, tanti, persino alcuni lunghi e diritti.
Ora abbiamo il gioco in mano.
Gli artisti
Questa idea di mettere insieme le ‘arti’ mi ha sempre appassionato: il termine passione mi sembra calzante e primario poiché gli ‘artisti’ hanno un qualcosa di sé che vuole uscire dal corpo per giocare più in alto, per poter condividere, per abbracciarsi e fondersi, con la voglia di attingersi senza scomporsi. Queste emozioni di incontro non hanno colore e nascono dalle combinazioni più impensate, sono occasioni andate a buon fine, che possono rimbalzare quando ritornano in carne e a volte persino ribollono, scoppiettano, deflagrano attraverso le predisposizioni dei singoli: c’è chi canta, chi recita, chi dipinge, scolpisce o suona e riporta il vento amoroso alla gente che ti ascolta o ti guarda e persino, a volte, percepisce e gode. In questo senso ‘artisti’ sono tutti quelli che riescono a ‘volare’, a prescindere dalla visibilità e tipologia di ciò che ritornano agli altri. Così ho imparato che una qualifica da ‘Maestro’ vale assai più di una da Professore o Dottore, senza dover scomodare perciò le sacre scritture; solo che un pezzo di carta[8], non copre l’ambito emozionale, né ti concede merito di appropriazione sensazionale che ti offre l’Artista quando lascia diventare tuo il suo spunto.
Il mio pubblico ride e piange non per quanto gli dico di me ma per quanto pensa di sé. Questo mi sembra di aver capito, hai capito?

Nel ’74 ho prodotto una cartella con cinque poesie interpretate ad acqueforte da Vico Calabrò (Gigolai), Giuliano De Rocco (Pescadori), Bruno Milano (Puglia), Augusto Murer (Auswiz) e Claudio Nevyjel (Par la mort de n bocia).

Nel ’75 ho trascritto quattro racconti popolari per le incisioni di Vico (su San Vetor) e nel ’76, altrettanti per Claudio (su S. Martino). Poi mi è sbocciata la passione per la scultura.
Augusto

Augusto era già famoso, quando lo ho conosciuto. Me lo aveva fatto incontrare Ugo Fasolo, in una occasione fortuita, fuori provincia, ad una commemorazione di Arturo Martini con cui aveva collaborato — mi ricordo di aver pensato come mai non lo avessi incontrato prima io, residente in provincia —. Una sera, nel ’76, capitai a Falcade per caso e lo trovai in studio che chiacchierava con un signore abbastanza attempato ma giovanile, ben curato, coi capelli bianchi che viravano all’oro, in forma un po’ strana — artista di sicuro ho pensato — «vien qua vien qua, che sto qua l è n poeta come ti — mi disse armeggiando in una cassettiera che conteneva un sacco di disegni — al me à fat na poesia anca lu»; poi trasse un foglio da un vano e lo diede all’amico; richiuse, poi ci ripensò, riaprì e tirò fuori presto un foglio più piccolo con lo schizzo di un toro: «tò, un anca a ti … sto qua l è spagnol e ghe piàse i tori». Rimasi una decina di minuti; giusto il tempo per scambiare quattro impressioni e sentirmi chiedere perché scrivo. «Perché respiro», mi venne e fu «claro e bastante». Poi li lasciai perché erano piuttosto indaffarati nelle loro cose. Non sapevo ancora chi fosse Rafael Alberti. Qualche tempo dopo Augusto, avendomi preso a cuore, mi presentò in qualità di ‘vecchio amico’ anche ad Andrea Zanzotto col quale aveva mestieri in corso.

Qualche anno dopo tornai nel suo ‘mausoleo’ — così chiamavo, ridendo, il suo modernissimo studio nato nel ’72 e sempre in via di completamento (e Augusto era d’accordo sul nome) — per una rappresentazione dei Belumat[9].
Il luogo era ormai diventato un centro di cultura aperto e vi capitavano scrittori, attori e poeti (mi ricordo una sera con Ignazio Butitta, col cappellino calcato in testa più del suo dialetto siciliano — e che fibra e che forza: gli anziani in buona salute danno una idea di potenza maggiore che non i giovani, un altro Chechi Zorzi).
Quella sera il tema era l’emigrazione e l’ambiente sembrava magico. Augusto se ne stava defilato, guardando lo spettacolo di sghimbescio, rannicchiato dietro un bronzo, in controluce, con l’immancabile maglione nero a coste col girocollo alto, statua nella statua. Ad un certo punto un temporale estivo ci assalì (era tutto il pomeriggio che girava). Qualcuno ci coprì con due ombrelloni da spiaggia[10] e spuntarono presto parapioggia qua e là fino a coprire il tratto del prato fino ai pini con un inverosimile mosaico di colori. Lo spettacolo continuò sotto l’acqua per almeno una decina di minuti, con il pubblico intento, senza un segno d’impazienza, come incantato. Alla fine Augusto mi disse di non aver mai visto una cosa del genere.
Dalla stalla al carro bestiame
Cantare da un carro bestiame non è offensivo per l’artista, almeno per noi: il filò non si faceva forse in stalla?

In quel periodo le richieste piovevano a ‘ʃdrài’[11]; molte da contrade o paesi piccini, spesso persi ancora in mezzo alla natura, in luoghi in cui il teatro più capiente era la piazza o il campetto da calcio. Nulla di più frequente, per sistemarci in vista, che l’uso di un carro da fieno o del cassone di un camion bestiame. L’odore era lo stesso della stalla anche se molto diluito. La parlata si conformava all’ambiente e le storie raccontate scorrevano dolci, quasi come un canto, antico quanto basta per tener alti i sogni e le speranze accumulati all’entrata, senza pagare biglietto.

[1] Angela Cibele Nardo, Zoologia popolare veneta, Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1966 (ed. or. Palermo, Tip. del giornale di Sicilia, 1887).
[2] Gianluigi Secco, STORIA BELORIA — raccolta di filastrocche, cante, giochi della tradizione bellunese con introduzione di Giulio Perotto e xilografie originali di Claudio Nevyjel; 140 pp.; 17×24 cm; Tarantola Editrice, Belluno, 1974.
[3] Il sistema, teoricamente logico e che potrebbe andar bene se fosse adottato su larga scala, magari a livello internazionale, rende nella pratica la lettura più ostica a coloro che vi si avvicinano saltuariamente e più complessa per l’aumentato numero dei fonemi da interpretare; inoltre occorre considerare che, per acquisire capacità di pronunce corrette non basta certo comprendere l’andamento delle rispettive grafie. Ogni fonema ‘tipico’ perciò, può essere spiegato nel dettaglio, in nota, continuando a usare, nella pratica, il codice più semplice che gli si avvicina, nella trascrizione corrente del luogo.
[4] ‘Peggio il rattoppo del buco’.
[5] Il limitato numero di segni disponibili obbliga a riduzioni grafiche che col tempo potrebbero diventare stabili.
[6] ‘Monsignor’ Perotto, cui rimasi sempre fraternamente legato, morirà nel 2008 (era nato a Pedavena il 10 agosto 1920). Ordinato sacerdote nel ’44, fu nominato parroco di Santa Maria degli Angeli nel 1951 e là visse il resto del suo impegno pastorale, diventando presto un punto di riferimento e di supporto spirituale e culturale per persone e gruppi. Fu insegnante di lettere, religione e filosofia, ma soprattutto scrittore e valorizzatore di talenti.
[7] Edite in una cartella a parte [nell’ideale progetto editoriale di Gianni, ndr].
[8] Popolarmente si intende un diploma, la laurea, che sono riconoscimenti convenzionali di maturità.
[9] Era il 7 agosto 1986.
[10] Il detto dice: quel che para da l sol, para anca da la piova.
[11] Sono, in dialetto, gli scrosci improvvisi durante un temporale.










