Sul numero 14 dell’Amico del Popolo cartaceo del 2 aprile 2026, in distribuzione questa settimana (su abbonamento, in edizione digitale e in edicola), puoi leggere per intero l’intervista di Silvano Cavallet a Vico Calabrò e la testimonianza di Aldo Bertelle.
«Confesso che ho realizzato i miei sogni». È sicuramente spiazzante la chiusura dell’incontro che Vico Calabrò, a Feltre per gli ultimi giorni della sua mostra dedicata ai Paesaggi feltrini reali e fantastici, propone al cronista. Nato nel 1938 ad Agordo – le cronache rimandano a un annoso dibattito tra Agordini e Cadorini circa la paternità dell’artista – risiede a Caldogno (VI). «Per la verità, per tutta una serie di motivi di cui magari poi parleremo, mi sento un ‘‘cittadino del mondo’’», dice. «Nel senso che in tanti, tantissimi posti posso contare su un letto e un pranzo o una cena». Va detto che questo è il frutto anche del suo girovagare per il mondo. Chiamato, invitato in Europa, in America, in Giappone a spiegare la magia – e le regole – dell’affresco.
Silvano Cavallet

L’arte che educa e trasfigura. È l’arte di Vico Calabrò. Ci sono uomini senza età, vecchi e saggi da bambini, giovani ed appassionati da adulti. Vico è uno di questi, un cireneo della vita, sempre pronto a narrare con l’impasto dei colori, sensazioni, profumi, ammonimenti, verità, memorie, sogni, speranze, abitate dagli inquilini del mondo. Pittore lucido e profondo, spesso sulla soglia del silenzio, fedele al bello, cavatore come pochi. Sì, Vico è poeta e teologo dell’arte.
Aldo Bertelle










