La giubba, veste maschile corta che i veneziani importarono dagli arabi

La parola si fece subito accompagnare dai vari suffissi che ancor oggi utilizziamo
12 Aprile 2026
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Anche i vestiti. Gli arabi ci hanno “prestato” perfino il nome di alcuni nostri abiti molto popolari. Come la giubba.

Affiora nei testi italiani già seicento anni fa. E non da sola: la giubba si fa subito accompagnare dai vari suffissi che ancor oggi determinano significati diversi, fogge differenti. E così incontriamo nel quattordicesimo e quindicesimo secolo giubbiello, giubberello, giubbetta, giubbetto, giubbonaio, giubbone, giubbotto.

Giubba viene dall’arabo ğubba, che suona in modo praticamente identico ma ha significato diverso, a indicare una sottoveste di cotone, una tunica.

Questo in origine. Poi «corpetto, veste maschile corta fino alla vita, il cui uso si diffuse in Italia da Venezia», commenta la voce il Dizionario Etimologico Italiano, «oggi, giacca». La parola araba sarebbe entrata nella nostra Penisola attraverso i contatti commerciali dei veneziani con l’Oriente, per arrivare nelle Marche e in Umbria (ce lo dicono le attestazioni antiche). Già la conoscevano, però, in Sicilia, perché sembra che dal siciliano sia passata presto al francese come jupe.

Al Sud, in effetti, è bene attestata. Veste lunga e imbottita, abito con falde, anche giacchetta delle contadine: in calabrese jippune, juppune, juppuna.

Già rimessi nell’armadio, i giubbotti, con questo primo caldo d’aprile?

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Molti studi sono stati pubblicati sulle parole che vengono dall’arabo e che compaiono nell’italiano e nei nostri dialetti. Ma il riferimento più importante (sul quale si basa anche questa nostra rubrica «Ma parlo arabo?») è costituito dai due volumi «Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia», opera che porta la firma del glottologo agordino Giovan Battista Pellegrini. La pubblicò nel 1972 per Paideia Editrice Brescia, con una dedica: Alla memoria di mio padre dr. Valerio Pellegrini, nato a Lozzo di Cadore nel 1879 e morto a Cencenighe Agordino nel 1958. I Pellegrini erano una famiglia di farmacisti, originaria di Rocca Pietore, che per lavoro si spostò in Cadore per poi tornare in riva al Cordevole.

Autore

  • Sono nato a Pieve di Cadore nel 1965. Mi sono diplomato al liceo classico "Tiziano" di Belluno e laureato all'Università di Padova in Lettere classiche (Glottologia). Sono sposato dal 1996 con Roberta, abbiamo tre figli. • Ho mosso i primi passi nel giornalismo televisivo a Teledolomiti, sono diventato giornalista professionista all'Amico del Popolo nel 1998. Ho scritto e scrivo di un po' di tutto: ladino e minoranze linguistiche, confini della Marmolada, autonomia e autonomie, acque ed energie, ambiente e territorio, sanità e salute, strade ferrovie e trasporti, Europa, Ucraina, ritratti, cultura e spettacoli. Nel 2000 ho realizzato in html il sito internet www.amicodelpopolo.it, occupandomi della sua struttura per un paio di decenni. Ho realizzato i modelli del layout del giornale cartaceo prima con Cci e poi con Indesign. • Al di là del lavoro, la mia passione di studio rimane la linguistica: ho pubblicato diverse cose soprattutto su questioni di ladino e dialetti della provincia di Belluno. Nel 2025 ho coordinato la realizzazione del manuale «Scrivere i dialetti bellunesi», primo tentativo di grafia unitaria per tutte le parlate della provincia di Belluno. • Mi sono ritrovato a ideare e organizzare iniziative di un certo rilievo, su tutte direi la mostra di Tiziano in San Rocco a Belluno nell'autunno 2005 e il Cammino delle Dolomiti. • Sono mappatore OSM.

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