A Costóia, dove vivere sfida le pendenze

Di Giorgio Fontanive. Costóia, la raccolta dei raf, antica pratica immortalata nel 1990.
18 Maggio 2026
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Costóia costruita a scalea sul ripido crinale tra il Rio delle Nòtole e quello di Pécol con grande sapienza urbanistica. Molti ricordano sulla piazzetta il bar-alimentari; ora il negozio più vicino è quello di Medaval.

In antico, nelle vallate dolomitiche più protette dalla morfologia accidentata la penetrazione era difficile se non impossibile, senza una conoscenza diretta. Fatto salvo un ristagno nella Conca Agordina già sede di una curtis romana, più a nord la colonizzazione si espanse per la volontà di genti desiderose di trovare aree nuove, dove sviluppare una vita non priva di difficoltà ambientali ma al riparo da ogni possibile aggressione da “chissachì”.

Contemporaneamente si diffuse anche la parola di Cristo tramite l’evangelizzazione operata da personaggi carismatici, da Lucano fino e quel Celentone che sembra si sia prodigato per l’erezione della prima cappella all’ingresso della Valle del Biois (forse addirittura nel ’700), poi assunta al titolo di San Simon al Celenton. La struttura divenne il fulcro della primissima comunità religiosa diventando per almeno 300 anni il solo luogo d’incontro dell’intero comprensorio fino alla remota Val Pettorina, donde vennero tracciati i primi sentieri per raggiungere quel centro di cristianità attraverso Forcella San Tomaso e Forcella Pianezze.

Tenace residente che abita la casa più bassa del paese, Flavio Colloi è nell’orto. Le linee danno misura della pendenza. Ricorda benissimo – per avervi partecipato – come i terreni sottostanti fossero alacremente lavorati: «Adesso è un altro mondo».

E San Tomaso? Devono essere state forti le ragioni di questo insediamento fatto risalire all’Alto Medio Evo, forse proprio perché zona protetta e abbastanza ampia da poter soddisfare i bisogni di una comunità stanziale composta da alcuni gruppi familiari impiegati nella pastorizia e nell’agricoltura, rubando il terreno alla foresta che era dovunque e con quei tronchi abbattuti costruire i propri casolari. Una vita con l’essenziale per poter sopravvivere ma anche con la speranza del nuovo credo i cui atti di fede erano recitati in quella cappella oltre la Forcella San Tomaso.

Senza i traumi delle conflittualità, la comunità comunque crebbe. Crebbe talmente che i discendenti dei primi colonizzatori dopo alcune generazioni si trovarono nella necessità di occupare altre plaghe dove la pendenza era (più o meno) favorevole allo stanziamento.

È così che sorsero vari gruppi di abitazioni all’intorno e sempre più in alto: Pécol, Piaia, Rónch, Costóia e finanche Canacéde dove non vi era quasi nessuna interruzione della pendenza topografica che potesse invitare all’insediamento stanziale. Davvero fortissime dovettero essere le motivazioni per trovare lassù il luogo in cui (…)
Giorgio Fontanive

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