Dimmi di che paese (1979)

Il 1979 fu un anno pieno di immagini. Uscì Dimmi di che paese…[1] un libro cui tenevo molto e che mi aveva impegnato e divertito in qualche anno di preparazione. Raccogliendo cose popolari mi ero infatti accorto che i soprannomi dei paesi o dei paesani erano frequentissimi, divertenti e mascherati. Di conseguenza mi convinsi che non esiste paese o località significativa che non abbia specifico motto e venni a concludere che ogni blasone sottintende una ‘verità’ ossia si rifà realmente ad aspetti del carattere delle persone o della storia locale.

Toleto Zanenga mi portò a Villa Campana[2], dove d’estate Giambattista Pellegrini, eminente glottologo, veniva a passare le vacanze. Erano molto amici e avevano collaborato assieme a molte cose tra le quali spiccava una ricerca sul poeta cinquecentesco Bellunese Bartolomeo Cavassico[3], tra i miei prediletti. Gli feci vedere una prima stesura di quanto volevo fare e gli chiesi se avesse voluto farmi una presentazione. Mi rispose che non ero sconosciuto e che aveva parte delle mie cose già fatte e cominciò a citarle (mi accorsi che le aveva davvero lette, tutte)! Decidemmo di fare anche[4] delle tavole di toponomastica per rendere esauriente l’argomento[5]. Il libro ebbe un seguito immediato ma, prima di ristamparlo, siccome la raccolta proseguiva estendendosi a tutto il Veneto centrale e orientale attesi per un’altra decina d’anni quando pubblicai, nella versione strenna suggeritami da Silvio Antiga …Di che paese 6[6] (sei), completando finalmente la frase della famosa canzoncina blasonare[7]. Per l’occasione, Vico Calabrò preparò una serie di acqueforti davvero straordinaria, cui mise a fianco dei disegni rapidi fatti a penna, di rara efficacia.

La cenere di Gianbattista (estate 1990, pensando al 1978)
Seduto sulla sedia di vimini, all’ombra del muro della villa – un tavolino tondo col piano di marmo carico di libri e fogli – mi sorride e mi dà la mano: è passato un altro anno e ormai è un rito che io e Toleto si vada a trovarlo per portargli le novità locali o per perfezionare qualche lavoro.

Mi ha preparato la nuova introduzione per il libro ampliato sui blasoni popolari; è molto contento della copiosità dei motti e della logica con cui li ho collegati: «io non ci avevo pensato». Fa un tiro sulla sigaretta che ha già un bel po’ di cenere sul mozzicone e continua, senza toglierla dal lato sinistro delle labbra e mi chiede se sono andato a guardarmi i libri che mi aveva consigliato in merito. Gli porgo l’elenco dei toponimi della provincia per nome, che ho ricavato da lavori suoi, dell’Olivieri e alcuni con ipotesi mie, fatte di conseguenza all’esperienza del lavoro stesso. Ho consultato un sacco di mappe per recuperare i nomi vecchi delle varie località e ripassata tutta la letteratura locale a caccia di inezie che possono a volte essere indicative: «Bene – dice – vediamo un po’», e comincia una disamina veloce dei fogli. Ormai la cenere sulla cicca è più lunga del mozzicone ma Giamba parla stretto e non si muove appoggiato com’è allo schienale. Ogni tanto corregge, ogni tanto commenta qualche caso dubbio. Dice che i dubbi sono la sua forza e che non bisogna aver paura di fare ipotesi se hanno sostanza, né di scriverle, e che rivederle e cambiarle quando si trovano nuovi elementi dimostra solo saggezza.
Intanto la cicca si è scrollata di dosso la cenere, che è finita tutta, regolarmente sopra la sua camicia. Solo allora, come fosse il segnale convenuto, se la toglie di bocca e la spegne nel portacenere. «Sono il solito distratto» dice, e la moglie che è arrivata a portarci un tè freddo sottolinea «è sempre così». Il fatto è che Giamba è perennemente assorto a raccontarsi dentro, ad indagare, a cercare conferme o a dialogare con l’altro suo io, con la sua coscienza-esperienza e chi è fuori è sempre terzo. «Così – continua – me ne succedono di tutti i colori – intanto la cenere sulla nuova cicca è arrivata circa a metà – come l’altro giorno, a Padova, quando sono rimasto incastrato per metà dalla porta del treno – sa quelle porte pneumatiche – e mi sono fatto il viaggio mezzo fuori fino alla stazione successiva: roba da cronaca sui giornali» (che difatti lo hanno riportato)[8].
Con Cin cin si va in tv (1978-79)
Dopo il rodaggio fatto coi telegiornali e qualche altra rubrica giornalistica, la struttura tecnica di Teledolomiti fu idonea a tentare nuovi orizzonti. Come già accennato, la diretta di fine ‘77 mi aveva stimolato a proporre di portare in TV l’esperienza fatta con le rubriche radiofoniche.
Proposi a Ivano [Pocchiesa, ndr] di realizzare una rubrica settimanale di arte e cultura varia intitolata Cin cin per via del brindisi di chiusura finale fatto assieme agli ospiti. Modulai la scaletta su quella delle puntate radiofoniche tenendo conto delle opportunità derivanti dal nuovo mezzo. Avevo acquistato da un paio d’anni la mia prima macchina amatoriale da ripresa video: registrava su nastro vhs con una qualità relativa ma era solo l’inizio. Anche Ivano si dava da fare e aveva una sua linea di raccolte. Cominciai così il mio archivio video i cui soggetti furono subito il cibo con le ricette nostrane, i mestieri della tradizione, i canti popolari e le interviste.
Cin Cin era un contenitore di eventi che durava circa un’ora alla puntata. La scaletta prevedeva degli Ospiti con cui e di cui parlavo alternando i discorsi con video attinenti o rubrichette di interesse generale. Franco Fiabane disegnò le tavole per illustrare le favole raccolte in una di queste: Storia beloria. La dissolvenza tra l’una e l’altra era fatta manualmente da Ivano che toglieva i fogli a mio cenno, sfilandoli da sopra il leggio dove venivano impilati essendo ripresi da una telecamerina fissa. La cosa era affatto semplice perché ogni pagina doveva essere presa senza provocare movimenti essendo in quel momento, inquadrata. C’era una rubrica fotografica curata da Renzo Bogo che mostrava l’evoluzione temporale di angoli della nostra città. Per quanto riguarda la musica, si utilizzavano riprese fatte coi cori locali (raramente dal vivo per il poco spazio dello studio) mentre c’era, in ogni puntata, un concertino finale di musica classica, un trio, quartetto, duo, un solista, combinato coi i giovani musicisti bellunesi della Scuola Miari. L’interfaccia base fu Ivano Battiston, allievo di fagotto con la passione primaria della fisarmonica (ancora non ammessa tra gli strumenti da conservatorio). Poi c’erano Delio Cassetta, la Mirta Tormen, Norma Sossai e ancora Florindo Baldissera: tutta gente che poi di strada ne ha fatta: avranno avuto, all’epoca, 16-17 anni! Come sigla iniziale e finali scelsi un pezzo di Rossini che mi sembrava pieno di verve.
Dopo una prima breve serie andata in onda nel ’78, CIN CIN raggiunse la maturità nel ‘79, essendo riusciti a predisporre una serie sufficiente di nuovi video ausiliari.
Nel maggio la nuova sequenza fu aperta da un incontro col Comitato dei Marangoni[9] la cui festa annuale sarebbe partita a giorni. L’occasione consentì a tutti di conoscere meglio Checco de Luca e il suo passato di tenore di cui vennero proposte, per la prima volta, alcune esibizioni audio, tratte da una vecchia registrazione su cera, fatte ascoltare mentre scorrevano immagini fotografiche della sua gioventù: una vera chicca! Nella stessa puntata, in diretta, veniva intervistato il seggiolaio Fiori Vedana e Franco Fiabane.
Di seguito ci furono due puntate davvero speciali, pensate da tempo, per cui fu necessario uno straordinario lavoro organizzativo. Volevo portare a CIN CIN la storia della Filodrammatica Bellunese e della Compagnia d’Arte Varia, rendendomi conto che i protagonisti (tra cui mio padre e molti suoi-miei amici) stavano uscendo di scena per il solito scherzo della vita.
Ne uscirono due puntate fantastiche[10], alla seconda delle quali partecipò anche Giorgio, mio compagno nei Belumat, che mi aiutò a preparare la base per rifare (alla memoria) un cavallo di battaglia di Guido Crema ossia i suoi Stornei da Rugo. Di tutte queste puntate menzionate esiste copia essenziale digitalizzata in parte visibile nei dvd allegati o in internet ai soliti Archivi Soraimar e ATOV[11].
Note
1. Gianluigi Secco, DIMMI DI CHE PAESE, blasoni popolari del Veneto del Nord-est, con introduzione di G.B. Pellegrini, copertina di Vico Calabrò e 7 tavole grafiche di Walter Bogo; 112 pp., 17×24 cm; Belumat Editrice, Belluno, 1979 (luglio).
2. Era l’estate del 1977.
3. G.B. Pellegrini e B. Zanenga, Poesie inedite in antico bellunese di B.Cavassico. (sec. XVI), ‘Atti Ist. Veneto’ T. CXXVIII (1969-70), 649-71.
4. Qualche anno dopo, nei periodi estivi dal 1993 al 1995, realizzai con lui una serie di puntate televisive sulla toponomastica locale da trasmettere nel corso della rubrica A marenda co i Belumat. Le stesse sono raccolte ora in un DVD intitolato Parole venete indagate da Giovan Battista Pellegrini trattando i seguenti temi: LENGUE VENETE: lingue o dialetti / parlate venete / città venete / ancora città / stagioni e mesi / TOPONIMI: idronimi / oronimi / fitonimi / nomi di animali / toponimi prediali / toponomastica stradale / DA LONTAN: arcaismi / francesismi / grecismi / slavismi / voci mediioevali / voci orientali / PAROLE IN TOLA: cortel / piron / sculier / sedon / PAROLE IN CUSINA: farsora / laviéz / menestro / pignata. Le clip video sono inserite anche nel sito internet di Soraimar e ATOV.
5. Sento il dovere di ringraziare ancora Walter Bogo per lo straordinario impegno profuso nel far questo.
6. Gianluigi Secco, DI CHE PAESE 6? (SEI) – blasoni popolari delle tre venezie, con introduzione di G.B. Pellegrini e tavole di Vico Calabrò; con schede e tavole di toponomastica; 162 pp., 32×32 cm; Belumat Editrice, Belluno, 1991. Anche questi blasoni sono finiti in internet negli Archivi ATOV e Soraimar.
7. Dimmi di che paese, di che paese sei, son [nome del paese] … per fare l amore con te!
8. Quest’ultimo però è un fatto degli ultimi anni, dopo il 2000.
9. La puntata è quella del 23 maggio 1979.
10. Le puntate sono quelle del 6 e 13 giugno 1979.
11. La ricerca fatta all’epoca, ci consente di inserire ora [prossima puntata 55 della Rubrica ‘Sior de parole’, ndr] alcune pagine riassuntive di memoria di quelle attività teatrali con relativi aneddoti. Cfr. Video in Archivio Soraimar. [Nell’ideale progetto editoriale di Gianni dovevano esserci allegate le registrazioni delle puntate di varie trasmissioni in formato digitale, ndr].










