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7 L’Amico del Popolo 25 dicembre 2025 - N. 51 Architettura gentile Nella storia dell’architettura religiosa rurale, il portico (o pronao), talvolta addossato alla facciata della chiesa, svolgeva una funzione cruciale come zona di transizione tra il mondo esterno e lo spazio sacro interno. La chiesa non era solo luogo di culto, ma vero fulcro della comunità e punto di riferimento nel paesaggio rurale: essa, infatti, scandiva i cicli stagionali del lavoro e accompagnava le tappe fondamentali dell’esistenza, dalla nascita alla morte, in una società profondamente radicata nella fede cristiana. Le chiese e le cappelle di piccole dimensioni, diffuse nelle campagne e nelle colonie agricole, assolvevano anche un ruolo pratico e sociale ben definito: oltre a fungere da oratori, offrivano un luogo di riparo e di sosta per contadini e pastori che operavano lontano dalle loro abitazioni, e consentivano pernottamenti provvisori a viandanti e pellegrini. Il pronao, in particolare – lo spazio coperto che precede l’ingresso principale della chiesa, sostenuto da colonne o pilastrini – era l’elemento architettonico deputato a questo uso. Più in generale, questi portici diventavano anche veri e propri spazi civici: qui si radunavano i capifamiglia dei villaggi per discutere questioni comuni, come attestato, ad esempio, presso la chiesa di Faverga di Castion. Diversi luoghi di culto della diocesi di Belluno-Feltre rientrano in questa tipologia che unisce sacro e protezione. Di seguito presentiamo alcuni esempi significativi del territorio bellunese. Il santuario di San Mamante nel Castionese, meta di intensi pellegrinaggi fin dal Medioevo, raccoglieva fedeli che invocavano il taumaturgo come protettore e guaritore. All’esterno, una tettoia addossata al lato destro dell’edificio era destinata a riparare i pellegrini dalle intemperie durante le lunghe soste e le celebrazioni del 17 agosto. Degno di nota è anche il caso della chiesa di Santa Maria Assunta di Antole, che si distingue per un ampio e profondo pronao su pilastrini che faceva da anticamera al sacro e da punto di sosta; le tombe ancora visibili nel pavimento testimoniano anche l’uso dell’area come spazio di sepoltura. La chiesetta della Beata Vergine della Neve a Orzes presenta un pronao neoclassico a dieci colonne che non nacque come semplice ornamento, ma assunse l’attuale fisionomia durante la pestilenza del 1836, come ricorda un’iscrizione. Il portico si caricò così del valore di ex voto collettivo e divenne baluardo di speranza, rifugio fisico e spirituale invocato dalla comunità contro il morbo. La chiesetta rurale di San Michele, situata su un pianoro a Col Fiorito, presenta un portico con orditura in legno, indispensabile come luogo di ricovero. Similmente, il sacello di San Gaetano da Thiene sulla Calmada fu eretto nel 1918 esplicitamente “a protezione e ricovero dei viandanti”, come riporta una lapide murata: il portico, in questo caso, rispondeva alla necessità primaria di fornire un riparo nel tragitto. Ancora, l’oratorio della Beata Vergine delle Grazie (San For), con il suo caratteristico portico che “cavalca” la stradina, è legato alla funzione di ultimo riparo per i condannati a morte, segnando una sosta materiale e spirituale in un momento decisivo. Anche la chiesa di Sagrogna (Santi Severo e Brigida) presenta un portico d’ingresso in travi lignee e pilastrini, più volte ricostruito (nel Seicento e all’inizio del Un caratteristico elemento architettonico I portici delle chiesette luogo di riparo tra sacro e profano Spazi che garantivano protezione e accoglienza NEPAL - Un’architettura nata dal basso La gentilezza in una panchina la qualità urbana coincide con la qualità delle relazioni I caratteristici ‘‘sata’’ sulle strade delle città nepalesi La città contemporanea sta attraversando un profondo cambio di paradigma: dal principio della crescita quantitativa a quello della valorizzazione qualitativa dell’esistente. In questo nuovo orientamento si afferma il concetto di architettura gentile, intesa come pratica spaziale capace di promuovere inclusione, relazione e cura. Come osserva Jan Gehl in Cities for People (2010), la città centrata sulla persona restituisce valore a spazi minimi ma socialmente generativi, in cui la bellezza non è data dalla forma, bensì dalla qualità dell’esperienza umana. L’architettura gentile non aggiunge, ma rigenera: ridisegna lo spazio esistente trasformandolo in un dispositivo di coesione sociale e di benessere diffuso. In questa prospettiva, può essere interpretata come un approccio progettuale che mette al centro la relazione tra persone e spazio, promuovendo forme di inclusione, partecipazione e cura condivisa dei luoghi. Si fonda sull’idea che lo spazio pubblico non sia soltanto un bene materiale, ma un bene relazionale, la cui qualità dipende dalle interazioni che riesce a generare e dal capitale sociale che contribuisce a costruire. All’estremo opposto si colloca l’architettura ostile – o defensive design – che concepisce la progettazione non come occasione di convivenza, ma come dispositivo di controllo ed esclusione. Emblematico è il caso della Camden Bench, introdotta nel 2012 a Londra dal London Borough of Camden e progettata da Factory Furniture. La seduta, dalle superfici inclinate e prive di spigoli, è concepita per impedire il riposo, l’utilizzo da parte degli skateboarder e la sosta prolungata. Come riportato da The Guardian (Bramley, 2014), è stata definita “the pinnacle of hostile architecture”, simbolo di una città che controlla invece di accogliere. In contrapposizione a questa prospettiva, il Nepal offre un modello spontaneo e opposto di architettura gentile. Lungo le strade e nei pressi dei templi si trovano le Sata, piccole strutture in pietra o legno, coperte e aperte sui lati, tipiche della cultura Newar della Valle di Kathmandu. Concepite per accogliere chi viaggia, riposa o desidera incontrarsi, queste “panchine coperte” rappresentano una forma di welfare comunitario che unisce funzionalità, spiritualità e coesione sociale, intrecciando architettura e religione buddhista o induista in una relazione di reciproco riconoscimento e accoglienza. Come emerge dall’intervista, realizzata in lingua italiana, a Lila Bahadur Shahi, nepalese, studioso delle tradizioni locali e cultore della lingua e della cultura italiana e residente a Kathmandu, i sata non sono solo elementi architettonici materiali, ma luoghi simbolici in cui si manifesta la gentilezza territoriale: una disposizione collettiva a condividere lo spazio e a riconoscere l’altro. Questa architettura nata dal basso testimonia come la qualità urbana possa coincidere con la qualità delle relazioni, e come la gentilezza – più che l’efficienza – rappresenti oggi una dimensione chiave dell’attrattività territoriale e della rigenerazione dei luoghi. Luciano Malfer La chiesa di san Francesco a Faverga e quella di san Mamante (Castion). (Foto Stefano Reolon) ANTOLE - La chiesa di santa Maria Assunta. Novecento), così come quelli delle chiese di San Pietro in Corona a Sedico e di Santa Giuliana a Regolanuova di Sospirolo. In sintesi, l’analisi di questi edifici sacri mostra come portici e vestiboli fossero ben più di semplici appendici architettoniche: erano spazi multifunzionali che garantivano protezione, accoglienza e possibilità di incontro, rafforzando il ruolo della chiesa come centro della vita spirituale e civile della comunità. Giorgio Reolon Chiesa di san Michele a Col Fiorito. KATHMANDU - Un esempio di ‘‘sata’’ nepalese. LONDRA - Un esempio di Camden Bench. (Immagine generata con il supporto di I.A.) NEPAL - Un altro esempio di ‘‘sata’’, per condividere lo spazio e accogliere l’altro. San Gaetano della Calmada.

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