5. Fener

«Il futuro è già passato ovvero mi, Belun, i Belumat e le bele compagnie». 5a puntata
24 Aprile 2025
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A Fener il nonno non solo aveva una casa in ghèto, ma anche un poderetto sulle grave della Piave e uno, magro, in costa, verso la Monfenera, appena oltre la statale, di fronte alla casa cantoniera. Il ghetto era un budello di strada che faceva da corte ad una serie di case tutte di pietra che vi si affacciavano, adibite ad abitazioni o càneve, con muri a secco e orti che ne limitavano lo spazio. In capo, sul confine con la strada principale, c’era la fontana cui tutti si rivolgevano. 

Fener, via alla chiesa.

L’acqua fu ‘tirata’ in casa a metà degli Anni ‘50 come pure, ma solo dai nuovi abbienti, furono realizzati i cessi. Il nostro fu costruito negli anni Sessanta, al primo piano dell’abitazione, quasi fosse un ‘optional’1 visto che quello nell’orto funzionava benissimo e consentiva la chiusura del ciclo biologico producendo anche fertilizzanti naturali. 

Di fatto col nome di ‘orto’ noi individuavamo una parte vitale dell’abitazione che comprendeva il pòrtego con pèrgola d’uva uliàdega2 affiancato alla càneva, il cesso (prima di canne, poi rifatto in muratura) con fossa e piccolo letamaio di pertinenza, un paio di vanéde, aiole per radicchio, insalata ed erbe profumate e qualche dalia, la porcilaia e poi uno spazio con la buca della calce, solitamente ben tamponata e un piccolo monte di sabbia con coppi e qualche mattone da ripristino; e ancora un salice e un melograno che servivano pure a tenere sospesa una seconda tettoia che proteggeva il pollaio e alcune gabbie per i conigli. In angolo, un blocco di pietre e mattoni con fornello alla base, adatto a sovrapporre la caldaia dell’acqua da scaldare per pelare il porco o lavare il vivo, per fare la lisia (lisciva) o il sapone o da tappare e svuotare per cuocervi un pane d’emergenza.

Il portico era la zona principale per i lavori di riassetto attrezzi e preparazione della legna. Sullo sfondo di tavole stavano fissati un numero infinito di oggetti: pialle, trivelle, sgorbie, tenaglie e martello con testa a V e scatoline con chiodi e ancora bullette d’ogni genere e clàmere; poi coltelli, roncole, coltellacci, accette, manère grandi e piccole, manerin; seghe a lama di più sorti e segon con a fianco la musa per caricare i tronchi da segare e a terra il ceppo sempre pronto con la marsangà piantata e pronta all’uso e un rotolo di fil di ferro dolce per rappezzare. Un banco da lavoro in legno con morsa e raspa, con la càora appesa ai travi del tetto per i bloccaggi complessi, una scatola con dentro il treppiede di ghisa e qualche forma di legno per scarpe, un martello a testa larga, subie, vasetto con grasso di porco, un blocco di cera vergine, anche un paio di pinze piccole, per tirare aghi e aghi grossi da spago e da corregge. La carriola, la pila delle legne seche e i tronchetti dell’anno a seccare; in fianco il castello di legno su cui era imperniata e immancabile la verde ruvida ruota di arenaria con propria manovella in fianco e un barattolo mezzo arrugginito sopra, per metterci l’acqua che fa cantare la mola mentre affila le lame.

La carriola.

Ancora due secchie larghe con fratón, frataz, cazzuola, piombo con filo, vecchi giornali multiuso (da cappello, da isolamento, da cesso, tutto tranne che da lettura). Inoltre un mastello di legno per il bucato, o da bagno parziale degli adulti o integrale per bambini (d’estate, riempito d’acqua al mattino e posto al sole anticipava i pannelli solari3). Due secchi di lamiera, la tola da lavar, una da reʃentar con impugnature da asporto, bruschini a mano, saponi con profumo di sapone. Scope di ramaglia, scope di saggina, scope e scopini di canna palustre; a sé stante: falce, falcini, falciona, pianta e coder con pria, pronta all’uso.

Tanto in disordine appariva il portico quanto in ordine la càneva a fianco, fatta severa da tre quattro scalini che scendevano fino alla fresca massicciata di sabbia e sassi. Di pietra, e spesse, anche le pareti; luce solo filtrante da un controsoffitto di assi che serviva anche come deposito di cianfrusaglie e attrezzi di raro uso, tra cui un paio di muse da fieno non utilizzate da chissà quanto.

Sospese su travature di castagno, a una quarantina di centimetri da terra, le botti di diversa grandezza, i caretei e poi la tina grande e i tinaz da travaʃo; impilate, in un angolo, damigiane di diversa dimensione e stato e una fila di bottiglioni col tappo ricavato da tutoli di pannocchia; idem per un paio di zucche vuote seccate adibite a contenitori da pinpinèla4, una imbragata e pronta; su per il muro le impirie, la lora, una serie de cànole e spinèi da botte. 

Appoggiate sui travi di fianco alle botti, alcune scodelle cerchiate di rosso sempre pronte per gli assaggi, ormai insensibili alla presenza dei moscerini. Nell’angolo anteriore scavato più in basso una specie di pozzo secco, come un gabbione foderato di rete fine – moscarola gigante e supplizio visivo dei topi – con sovrastante baldacchino di stanghe mobili sospese a fili di ferro a formare supporti incrociati dove appendere dall’alto in basso sopresse, pancette, socòi, lenguai, saladi, storte, muʃet e lugàneghe – più grande di idea che di contenuto – dato che la paura dei ladri veri, quelli umani, consigliava a mio nonno di tenere metà tesoro sempre in casa, anche se in luogo più sacrificato5.

Relegata nell’angolo, l’aʃeèra di ciliegio per evitare possibili contatti tra vino e aceto, attenzione inutile per clinto, bacò e mericana, che di per sé, col caldo della stagione nuova pensavano a virare verso un acidulo naturale (tanto per essere gentili). Poco male per valutatori assoluti di bianco o negro, di bon o trist, soddisfatti anche di acquatello e vin pìzol quando si beveva più per fame, per tristezza o compagnia che per delizia del palato.Ovunque, potevano essere ovunque, ma ben visibili, la pompa del verderame e il follo par solferar le viti, mentre non si dovevano vedere la caldaietta e le serpentine di rame che, messe al posto della caldaia da lisia, con l’ausilio di una botte d’acqua per il raffreddamento, servivano a fare grappa di contrabbando in giorni invernali a singhiozzo. Quelli non li ho mai visti in funzione, da piccolo, mentre l’uva nel tino l’ho pestata coi piedi e conosco benissimo la sensazione vellutata delle bucce che scivolano tra collo e pianta mentre il piede pigia. Conosco nell’intimo persino lo stridore del legno su legno delle spine che annunciano l’arrivo del getto ‘di-vino’ dalla botte.

  1. Di mettere una doccia, neanche parlarne, di una vasca da bagno, tantomeno: era già tanto aver messo un lavandino. ↩︎
  2. Uva che matura a luglio, da cui il nome. ↩︎
  3. Nel repertorio belumattiano diventerà il ‘mastello solare’ all’interno del monologo sulla ‘lavatrice del 2000’. ↩︎
  4. Vin piccolo, acquatello, vinello o vin falso fatto mettendo pura acqua sulle vinacce esauste per levar loro ogni residua sostanza. Ne derivava una bevanda acidula di colore tenue, buona comunque per levare la sete, anzi ideale per questo. ↩︎
  5. Appeso al castel, sotto il letto (forse per questo mi sembrava così alto!) ↩︎

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Autore

  • Gianluigi Secco (Belluno, 1946-2020), si è dedicato per gran parte della vita al settore della cultura popolare e ai temi dell’identità e delle relazioni. •••
    Dalla fine degli anni Settanta è stato ideatore, produttore, conduttore e regista di rubriche radio e televisive di intrattenimento culturale (oltre 1000 ore di talk-show in diretta) sulle più importanti Emittenti trivenete. •••
    È stato autore di una trentina di volumi tra saggistica e poesia e di molti documentari in DVD video e CD audio, su temi sociali, sulla storia dell’emigrazione e sui riti della tradizione popolare. ••• È stato cantautore e anima del Gruppo Culturale Belumat (prima col duo ‘storico’, assieme a Giorgio Fornasier, I Belumat e poi con Belumat Formazione Aperta) che aveva all’attivo più di 3000 concerti in Italia e all’estero in quattro decenni di felice carriera. ••• È stato autore insieme a Giorgio Fornasier delle colonne sonore di due rappresentazioni teatrali brasiliane (16 canzoni d’Autore) scritte in collaborazione con lo scrittore e regista Josè Itaqui per la Compagnia Teatrale Miseri Coloni di Caxias do Sul (testi ‘par talian’ e in lingua brasiliana): De là de l mar e La vita zé na vaca. ••• Ha ideato e sostenuto per anni la mostra-museo errante ‘MEM’ intitolata maschere e riti dei carnevali arcaici del veneto & dolomiti, che ha proposto dal 1988 in Italia e all’Estero e che risulta essere tra le più significative del suo genere. ••• È stato il realizzatore, assieme all’amico Tito De Luca, della mostra Arca, Ararat e Armeni, allestita presso il Convento Mechitarista dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni, a Venezia (2002). ••• È stato il realizzatore della mostra POCO, NiENTE E FANTASIA, dedicata ai vecchi modi infantili di giocare, allestita presso il Museo Etnografico di Treviso (2014). •••
    È stato fondatore e presidente dal 1998 al 2018 della Associazione Internazionale Soraimar che aveva lo scopo di mettere in relazione autori e cultori delle tradizioni popolari venete di tutto il mondo e di stimolare la salvaguardia di ogni identità culturale considerata bene fondamentale del singolo e di tutte le collettività. ••• Aveva progettato e curato dal 2002 un sistema in rete internet di Archivi multimediali della Tradizione Popolare, aperti al pubblico, gestiti per conto dell’Associazione (soraimarc) oltre che per la Regione Veneto con oltre 5.000 clip audiovisive e 15.000 schede illustrative disponibili alla consultazione del pubblico (attualmente il sito è in restyling, in attesa di nuove risorse). ••• Aveva curato direttamente alcune collane multimediali sulla cultura veneta regionale ed extra regionale tra cui quelle americane di Brasile e Messico, e quelle di cultura istro-veneta con l’edizione di un centinaio di titoli in CD audio e DVD, editi per il tramite dell’Associazione. ••• Già tecnico d’industria, è stato formatore nei Sistemi di Qualità (Total Quality) con riferimento ai settori Turistico-alberghiero ed Enogastronomico (Prodotti Tipici, Turismo cultural-gastronomico). ••• È stato noto eno-gastronomo, già consultore membro della Accademia Italiana della Cucina ed autore di alcuni volumi e di una enciclopedia multimediale sulla cucina tradizionale veneta, vincitrice, nel 1997, del premio nazionale ‘Orio Vergani dell’AIC. ••• Aveva realizzato nel 2013 il progetto ‘Mitincanto’ con l’edizione di un volume ad illustrare i maggiori Miti della tradizione popolare veneta messi in relazione con altri similari d’Italia (ad es. della Sardegna) e del resto d’Europa e con la produzione affiancata di oltre una sessantina di nuove canzoni di cui ha già scritto i testi e, di parte, anche la musica, affidando poi altri brani ai colleghi cantautori del Veneto. Da questo lavoro era stato tratto un nuovo spettacolo teatral-musicale presentato in teatri, biblioteche e sale civiche e corredato da straordinari ausiliari audiovisivi. Tra queste canzoni, quella intitolata FADA, interpretata dalla cantautrice trevigiana Erica Boschiero, ha vinto come miglior testo il Premio Parodi 2012 a Cagliari. ••• Tra l’estate 2015 e il 2018 aveva combattuto un’aspra battaglia contro un linfoma di tipo ‘Non Hodgkin B’, diffuso a grandi cellule e era stato considerato rimesso dal male dopo un complesso trattamento pregevolmente praticato con successo dall’equipe medica del reparto di Ematologia del Ca’ Foncello di Treviso.
    Aveva potuto festeggiare il suo 74°compleanno in compagnia della gran parte degli amici musicisti (7/02/2020) per poi spegnersi, amorevolmente accompagnato dai suoi familiari, a causa di un subdolo infarto intempestivamente diagnosticato durante l’inizio del primo lockdown da Covid-19.

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