15. Mussoi

«Il futuro è già passato ovvero mi, Belun, i Belumat e le bele compagnie». 15a puntata
3 Luglio 2025
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Nei primi anni Cinquanta, con la famiglia avevamo conquistato una casa più da siori, tutta nuova, col giardino, soffitta e cantina e persino un po’ di orto nonostante il piccolo appartamento fosse composto da tre minuscoli locali più servizio; ma il cesso, pur piccolo, aveva perfino la vasca da bagno e in cantina c’era la lavanderia. 

La prima pietra.

Io dormivo sul divano del salotto, adattato ogni sera a letto1 e la mia stanza era la più bella anche se poco privata, ma che importa! Il sacrificio all’inizio non esisteva e cominciò a presentarsi solo all’arrivo della prima TV in bianco e nero, la cui dislocazione non poteva essere che là, nell’angolo sud. Siccome però la regola intimava che ‘dopo Carosello: tutti a nanna’ non ho mai preteso d’andar oltre e neppure mi pesava molto iniziare il sonno sul letto dei miei genitori e di finirlo nel mio con un trasporto convenzionalmente chiamato ‘a sacco di patate’ che era diventato come un gioco bello.

Per quanto riguarda gli spettacoli pomeridiani, le trasmissioni iniziavano tardi e ci interessavano poco data l’abbondanza dell’offerta esterna, favorita da un punto di ritrovo fondamentale, ossia il nuovo oratorio con calcio-balilla interno e campetto vero esterno per i giovani, messo di recente a disposizione dai Frati Cappuccini oltre al mare di prati e boscaglie circostanti, inselvatichite lungo le vecchie mura della via dismessa.

La chiesa-ossario di Mussoi.

La casa era infatti a Mussoi, periferia nord di Belluno, oltre la ferrovia ‘nuova’, dopo la Cerva dove, dietro i possedimenti di Villa Morassutti, a ridosso della Vignetta, si estendeva l’area di insediamento di numerose recenti caserme, tutte affacciate su via Col di Lana, che portava pure alla ‘nuova’ area industriale dove era stata insediata la moderna fabbrica di strumenti di misura ‘Dino Chinaglia’. A suo fianco, era sorto il deposito di smistamento della storica azienda di pietre molari diretta da (Bepi) Fant, ivi trasferita dalle zone antistanti le cave di arenaria di Bolzano e Libano ormai considerate inadeguate. Alla fine di una breve salita, di fronte al complesso delle case del Papa2 era stato edificato il nuovo Tempio-Ossario annesso al convento dei Frati Cappuccini delegati alla sua custodia. Il limite della frazione arrivava al quadrivio successivo dove Osvaldo Monti, in un suo acquerello ottocentesco, sottolineava la presenza di un grande portale (forse arboreo), fulcro di probabili accessi sterrati provenienti da tutte le direzioni (Favola, Col di Piana, Tisoi-Bolzano). Oggi la porta non c’è più, ma il quadrivio rimane. Ad inizio del Novecento, svoltando verso monte, per Travazzoi, si incontrava poi la fabbrica di laterizi con fornace per tegole e mattoni la quale, tramite teleferica, era alimentata con la creta cavata più a monte, dietro il poligono militare di tiro, verso il ‘Bosco delle castagne’. Il frequente passaggio di animali da soma atti al trasporto dei materiali più disparati è forse all’origine del toponimo ‘Mussoi’, che praticamente andava ad indicare il territorio collinare pedemontano che dalla cosiddetta piana di Favola, ‘orto’ cittadino a nord della ‘villa’ principale,  sulla destra del torrente Ardo, si estendeva verso l’Agordino fino alla Chiesurazza ossia prima di raggiungere i campi di ʃmarna3, le prime le case di Sois e l’altro opificio, fonderia dei Bridda, già calchera4. L’anello si chiudeva con la viuzza della Carpenada che mirava direttamente a San Gervasio o col giro più largo teso a Salce via Bes, incrociando la Feltrina. Campagna sì, ma di gran pregio, che annoverava, assieme alle coloniche, anche le case signorili e Ville nobiliari padronali.

La nuova casa di periferia

Al bivio per Tisoi-Bolzano si era ormai al limite della campagna e il nostro condominio5, voluto dal Chinaglia come proposta padronale [con tanto di posa simbolica della prima pietra], era nato là, assieme a qualche altra sporadica casa, e a un casermone per il ‘ricovero dell’infanzia abbandonata’, sicuramente conforme, almeno nel titolo, alla più che discreta dislocazione6.  

Il brefotrofio.

Per alcuni anni vissi quel verde con somma gioia. Dietro casa infatti partiva una specie di sentiero a carpenada, limitato da vecchi muri a secco mezzi caduti, che serviva da confine col terreno del convento (oggi via dei Frati) e arrivava fin quasi alla ferrovia7, lasciando aperta una falla che conduceva al muro delle caserme, dalla parte delle stalle, dove vivevano i muli del Sesto Artiglieria da montagna. 

Questo viottolo fu per alcuni anni territorio franco per i giochi miei e dei miei nuovi coetanei, dove il rischio di prenderle era però quotidiano! Sul lato ovest infatti, per una fascia di qualche centinaio di metri, il terreno era soggetto alla colonìa dei Tonon, una ‘tribù di feroci contadini’ – pensavo io – che ti correvano dietro per un nonnulla, con la forca in mano. Chissà però perché, il pericolo attrae. Non ci vollero comunque molti anni per veder sparire i prati, le canne, le vacche e alla fine anche i contadini, l’ultima generazione dei quali ricordo appassionata di ciclismo, coi rulli in stalla accanto alla mangiatoia, per gli allenamenti invernali.

Mussoi: era ancora prato.

A segnare il confine con la parte ‘cittadina’, oltre la strada, sul crocevia ‘dei Frati’, c’era la casetta8 dei Paloppi (maestri lui e lei); poi, anche lì, campagna, attraversata dalla solitaria statale Agordina. 

Mucche a Mussoi.

Il limite massimo per le passeggiate era raggiungere l’Osteria de le Zìlighe9 a Chiesurazza, dove dicevano che si beveva bene e si poteva mangiare un bel panino con vero salame nostrano de vaca e porzèl; poi in un quinquennio il confine della ‘periferia’ si è alzato rapidamente essendo rappresentato dalle nuove case popolari INA10 e dal bar ‘polifunzionale’ Alla Baita11.

Mussoi, il nuovo Bar alla Baita.

I campi intermedi, diventati aree edificabili, furono tosto messi a coltura di villini che saturarono presto la zona. 

La popolazione di Mussoi ebbe dunque, tra gli anni Cinquanta e Sessanta (specie nei primi), un incremento notevolissimo ed io mi ritrovai con uno stuolo enorme di potenziali amici di gioco.

  1. I divani ‘uso letto’ a rete fissa o estraibile, diventarono di moda in quel periodo del dopoguerra garantendo una comodità più che accettabile per i criteri del tempo. ↩︎
  2. Il gruppetto di case comprendeva quella natale di Gregorio XVI, la chiesetta del Papa e Villa Clizia. ↩︎
  3. Una specie di lignite di torbiera, spesso usata come fertilizzante, citata anche dal Coraulo nel ‘Filò’. ↩︎
  4. Fornace da calce. ↩︎
  5. Quattro mini da 50 mq e un ‘attico’ da privilegiati da quasi 100. ↩︎
  6. L’edificio apparteneva al patrimonio provinciale dell’OMNI, Opera Nazionale Maternità Infanzia ed era dedicato “alla protezione morale e all’assistenza materiale delle madri e dei bambini, appartenenti a famiglie bisognose o prive di assistenza familiare, e a fanciulli handicappati o abbandonati. Fu inaugurato il 22 agosto 1957. Operava attraverso una sede centrale a Roma, la federazione provinciale e comitati comunali di patronato, che gestivano consultori ostetrici e pediatrici, asili nido, refettori materni per gestanti e per nutrici, e seguiva anche l’altro stabile cittadino a ciò dedicato, realizzato sul lato nord di piazzale Marconi, al limite della traversa che raggiunge la Stazione ferroviaria. Oggi è ancora adibito a servizi sociali. L’edificio principale, di Mussoi, debitamente ristrutturato fu adibito in seguito ed è attualmente la sede del liceo Scientifico Statale ‘Galileo Galilei’ dopo che l’idea di trasferire le scuole elementari del nuovo quartiere allargato, fu cassata stante la scelta di realizzare un nuovo complesso in località ‘Le Coste’. ↩︎
  7. Era uno scurton, una scorciatoia, forse un tempo strada principale, una direttissima per andare da Tisoi, Bolzano, Travazzoi fino a Favola e Campedel, congiungendosi oggi a via San Lorenzo che sfiora Villa Belvedere e scende poi verso villa Campana (Pellegrini). ↩︎
  8. La villetta con giardino stile Primo Novecento era di proprietà del Sig. Dalla Porta. ↩︎
  9. Osteria delle rondini. ↩︎
  10. Oggi attraversate da via Tofane. ↩︎
  11. La cartolina, tra le prime ad illustrare la nuova area, lo chiarisce immediatamente. ↩︎

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Autore

  • Gianluigi Secco (Belluno, 1946-2020), si è dedicato per gran parte della vita al settore della cultura popolare e ai temi dell’identità e delle relazioni. •••
    Dalla fine degli anni Settanta è stato ideatore, produttore, conduttore e regista di rubriche radio e televisive di intrattenimento culturale (oltre 1000 ore di talk-show in diretta) sulle più importanti Emittenti trivenete. •••
    È stato autore di una trentina di volumi tra saggistica e poesia e di molti documentari in DVD video e CD audio, su temi sociali, sulla storia dell’emigrazione e sui riti della tradizione popolare. ••• È stato cantautore e anima del Gruppo Culturale Belumat (prima col duo ‘storico’, assieme a Giorgio Fornasier, I Belumat e poi con Belumat Formazione Aperta) che aveva all’attivo più di 3000 concerti in Italia e all’estero in quattro decenni di felice carriera. ••• È stato autore insieme a Giorgio Fornasier delle colonne sonore di due rappresentazioni teatrali brasiliane (16 canzoni d’Autore) scritte in collaborazione con lo scrittore e regista Josè Itaqui per la Compagnia Teatrale Miseri Coloni di Caxias do Sul (testi ‘par talian’ e in lingua brasiliana): De là de l mar e La vita zé na vaca. ••• Ha ideato e sostenuto per anni la mostra-museo errante ‘MEM’ intitolata maschere e riti dei carnevali arcaici del veneto & dolomiti, che ha proposto dal 1988 in Italia e all’Estero e che risulta essere tra le più significative del suo genere. ••• È stato il realizzatore, assieme all’amico Tito De Luca, della mostra Arca, Ararat e Armeni, allestita presso il Convento Mechitarista dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni, a Venezia (2002). ••• È stato il realizzatore della mostra POCO, NiENTE E FANTASIA, dedicata ai vecchi modi infantili di giocare, allestita presso il Museo Etnografico di Treviso (2014). •••
    È stato fondatore e presidente dal 1998 al 2018 della Associazione Internazionale Soraimar che aveva lo scopo di mettere in relazione autori e cultori delle tradizioni popolari venete di tutto il mondo e di stimolare la salvaguardia di ogni identità culturale considerata bene fondamentale del singolo e di tutte le collettività. ••• Aveva progettato e curato dal 2002 un sistema in rete internet di Archivi multimediali della Tradizione Popolare, aperti al pubblico, gestiti per conto dell’Associazione (soraimarc) oltre che per la Regione Veneto con oltre 5.000 clip audiovisive e 15.000 schede illustrative disponibili alla consultazione del pubblico (attualmente il sito è in restyling, in attesa di nuove risorse). ••• Aveva curato direttamente alcune collane multimediali sulla cultura veneta regionale ed extra regionale tra cui quelle americane di Brasile e Messico, e quelle di cultura istro-veneta con l’edizione di un centinaio di titoli in CD audio e DVD, editi per il tramite dell’Associazione. ••• Già tecnico d’industria, è stato formatore nei Sistemi di Qualità (Total Quality) con riferimento ai settori Turistico-alberghiero ed Enogastronomico (Prodotti Tipici, Turismo cultural-gastronomico). ••• È stato noto eno-gastronomo, già consultore membro della Accademia Italiana della Cucina ed autore di alcuni volumi e di una enciclopedia multimediale sulla cucina tradizionale veneta, vincitrice, nel 1997, del premio nazionale ‘Orio Vergani dell’AIC. ••• Aveva realizzato nel 2013 il progetto ‘Mitincanto’ con l’edizione di un volume ad illustrare i maggiori Miti della tradizione popolare veneta messi in relazione con altri similari d’Italia (ad es. della Sardegna) e del resto d’Europa e con la produzione affiancata di oltre una sessantina di nuove canzoni di cui ha già scritto i testi e, di parte, anche la musica, affidando poi altri brani ai colleghi cantautori del Veneto. Da questo lavoro era stato tratto un nuovo spettacolo teatral-musicale presentato in teatri, biblioteche e sale civiche e corredato da straordinari ausiliari audiovisivi. Tra queste canzoni, quella intitolata FADA, interpretata dalla cantautrice trevigiana Erica Boschiero, ha vinto come miglior testo il Premio Parodi 2012 a Cagliari. ••• Tra l’estate 2015 e il 2018 aveva combattuto un’aspra battaglia contro un linfoma di tipo ‘Non Hodgkin B’, diffuso a grandi cellule e era stato considerato rimesso dal male dopo un complesso trattamento pregevolmente praticato con successo dall’equipe medica del reparto di Ematologia del Ca’ Foncello di Treviso.
    Aveva potuto festeggiare il suo 74°compleanno in compagnia della gran parte degli amici musicisti (7/02/2020) per poi spegnersi, amorevolmente accompagnato dai suoi familiari, a causa di un subdolo infarto intempestivamente diagnosticato durante l’inizio del primo lockdown da Covid-19.

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