Si rinnova anche quest’anno, domenica 13 luglio, l’appuntamento alla chiesetta di San Dionisio Areopagita Martire, sulla vetta della montagna che sovrasta Nebbiù, frazione di Pieve di Cadore, a quasi 2000 metri di quota. La celebrazione della santa Messa sarà presieduta a mezzogiorno da monsignor Diego Soravia, arcidiacono del Cadore. Come da tradizione, l’evento richiama devoti , escursionisti e appassionati di montagna da tutto il territorio cadorino.
Oltre al momento liturgico, prima e dopo la celebrazione verranno ricordati gli episodi storici legati alla presenza della chiesetta su questa cima, simbolo di devozione e memoria collettiva.
La prima costruzione risale al 1508, la chiesa fu edificata per ringraziare Dio della vittoria riportata dai cadorini e dai veneziani sull’esercito alemanno nella battaglia combattuta tra Tai, Nebbiù e Valle: la data fu confermata dal ritrovamento dell’incisione «MDVIII» su una trave del tetto al momento della demolizione dell’antica chiesa, ma numerose fonti negli archivi locali, a partire da quello della Magnifica Comunità, ne testimoniano ulteriormente l’esistenza.
Nel 1909, per le gravi condizioni dell’edificio, si decise la demolizione dell’antica chiesetta. Ne seguì un appello rivolto a tutti i Cadorini, affinché partecipassero alla raccolta fondi per la costruzione di un nuovo edificio sacro. L’invito, diffuso nei paesi del Cadore, parlava di «lodevole sentimento di devozione ed anche per tradizionale affezione alle antiche memorie».
La nuova chiesa fu costruita grazie al contributo economico e al lavoro volontario della comunità. Il costo dell’opera fu di 3.187 lire. La consacrazione e l’inaugurazione avvennero il 31 agosto 1910, a cura di monsignor Luigi Bernardi, pievano di Pieve e arcidiacono del Cadore, alla presenza di oltre duemila fedeli.
Nel corso degli anni, San Dionisio è divenuta meta di migliaia di escursionisti, tra cui anche personaggi illustri come la Regina Margherita di Savoia, che vi giunse nell’estate del 1882, e il Re Alberto del Belgio.
«La chiesetta attuale», ricorda Francesco Costella, che fin da giovane si è dedicato con passione alla cura del sacello e del luogo, «è frutto della devozione e della fedeltà alle tradizioni della gente di Nebbiù».










