«L’importante è partecipare», diceva De Coubertin e lui lo assecondò alla lettera. René Federico Farwig Guillén è uno sciatore boliviano, il primo e il solo del suo Paese a partecipare ai Giochi olimpici invernali del 1956 a Cortina. Di tutte le squadre presenti all’ombra del Pomagagnon, ben 32 per un totale di 924 concorrenti, la Bolivia fu infatti l’unica a competere con un solo rappresentante, precedendo (si fa per dire) Ungheria (2 atleti), Grecia e Libano (3 atleti ciascuno).
Nato in Spagna, a Valencia, il 30 settembre 1935, era figlio di un ingegnere tedesco e di una donna boliviana. Suo padre, ferito e decorato nella Grande Guerra, dalla Germania era emigrato in Bolivia per costruire delle dighe nella regione di Los Yungas, ma poi con la moglie era ritornato in Spagna, dove morì nel 1939. La madre, ritrovatasi sola con tre figli maschi, si trasferì in Germania, ad Halle, ma qui la famiglia per tre anni soffrì la fame e i bombardamenti del secondo conflitto mondiale. All’arrivo dei russi, i quattro, grazie ai passaporti boliviani, finirono in vari campi profughi, in Baviera, a Monaco e infine in Svizzera.
Poi si imbarcarono a Genova su una nave di emigranti diretti in Sudamerica e dopo un penoso viaggio di 30 giorni raggiunsero Buenos Aires e quindi La Paz, dove la madre trovò lavoro come cassiera di banca e René ottenne una borsa di studio per una scuola privata tedesca. Grazie all’attrezzatura da sci da questa fornitagli, nei fine settimana cominciò a sciare sul ghiacciaio del Chacaltaya (5.200 metri, a 30 km dalla capitale.
Una ricca famiglia di Buenos Aires, proprietaria della Austral Airlines, gli pagò un corso di sci in Argentina e a 16 anni il nostro divenne il miglior sciatore boliviano. Lo notò Emil Allais, campione francese, che gli mise accanto tecnici capaci di farlo diventare il miglior sciatore del Sudamerica, tanto da essere invitato a gareggiare negli Stati Uniti. Alto 1,70 per 63 kg di peso, poté recarsi anche a Chamonix ad allenarsi con la nazionale francese e nel 1955 partecipò al Festival della Gioventù e degli Studenti a Zakopane, in Polonia, dove strinse amicizia col cappellano della squadra polacca, Karol Wojtyla.
Nella sfilata inaugurale dei Giochi a Cortina, in cui la Bolivia veniva al quinto posto, dopo Grecia, Australia, Austria e Belgio, non poteva che essere lui il portabandiera. Partecipò a due gare: nello slalom gigante, il 29 gennaio, si classificò al 75° posto col tempo di 4.15.0, a pari merito coll’iraniano Reza Bagarzan, mentre nello slalom fu squalificato nella prima manche. A lui toccò una delle 2532 medaglie commemorative in rame color cuoio preparate per i partecipanti non saliti sul podio e per altre personalità. Assieme al capo missione Freddy Barbery alloggiava all’Hotel Aquila, dove soggiornavano anche i sette atleti della Bulgaria, e aveva come assistente italiano Carlo Gioda.
Dopo le Olimpiadi, Farwig si trasferì negli Stati Stati Uniti, arrivando a Denver con 200 dollari in tasca e facendo l’autostop fino ad Aspen, dove sciò per varie società sportive e dove incontrò quella che poi divenne la sua prima moglie, un’insegnante di economia domestica. Dopo il matrimonio i due andarono in Cile e in Argentina, dove René ebbe la soddisfazione di battere in una gara di slalom gigante Stein Eriksen, campione olimpico a Oslo nel 1952.
Egli poi si diede da fare, assieme a un suo fratello, per formare una piccola squadra boliviana per le Olimpiadi invernali di Lake Placid del 1980, della quale faceva parte pure un nipote di René, Billy Farwig, che poi fu l’unico dei boliviani a concludere una gara, quella di discesa libera, classificandosi 42° col tempo di 2.12.66.
Emigrato successivamente in Canada, divenne direttore di una stazione sciistica a Jasper, nella provincia di Alberta, e nel 1984, allorché Wojtyla, divenuto Papa 6 anni prima, fece una visita ufficiale in Canada, cenò insieme a lui a Edmonton ricordando i vecchi tempi.
Quattro anni dopo René sponsorizzò di nuovo una squadra boliviana per i XV Giochi olimpici invernali di Calgary in Canada e fu tra i responsabili dell’allestimento delle piste olimpiche da sci del Monte Allan a Nakiska, per le quali furono adottate tecnologie modernissime e innovative. Piste sulle quali il nostro Alberto Tomba conquistò due medaglie d’oro, nello slalom gigante e nello slalom speciale.
Negli Stati Uniti Farwig lavorò come maestro di sci ad Aspen in Colorado, ma anche a Boise, in Idaho, e a Mount Hood Meadows in Oregon, dove diresse una scuola di sci con nuovi sistemi di allenamento studiati soprattutto per ragazzi e ragazze. All’apice della sua carriera imprenditoriale René gestiva 100 istruttori e 80 atleti, spesso talenti internazionali, provenienti per lo più da Argentina, Francia e Cile: un indubbio successo professionale, rovinato peraltro dal dolore per la morte dell’amata figlia.
Il lavoro lo portò perfino in India, nel Kashmir, dove fu chiamato a progettare nuove linee di cabinovie, impianti di risalita e piste da sci, nonché a dirigere le stazioni sciistiche di Hemlock, Shames e Nitehawk.
Oggi egli vive con la terza moglie, Danella, a Cranbrook nella Columbia Britannica, la più occidentale delle province canadesi, dove si è fatto apprezzare anche per i suoi dipinti ispirati alla montagna, che hanno incontrato grande successo dopo la sua prima mostra personale a Banff nel 2013.
«Oggi non faccio più niente – ha detto René in una recente intervista – anche il mio cane capisce che sto rallentando. Le meravigliose montagne che ho conosciuto nella mia vita sono state per me oggetto di business per troppo tempo, ora voglio solo dipingerle e ricordare le fantastiche amicizie che esse mi hanno regalato».
Walter Musizza
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