«È questo il primo Natale di pace, non ancora festoso, perché non conosciamo ancora il nostro destino di nazione, perché siamo disarmati fra popoli armati fino ai denti, pacifici fra genti bellicose, poveri tra la gente più ricca del mondo, se non di oro di materie prime». Così La Stampa del 25 dicembre 1945, sulla prima delle due pagine che costituivano l’intero giornale, sintetizzava efficacemente tutte le difficoltà del momento.
I rifornimenti di grano latitavano, l’energia elettrica veniva sospesa per molte ore al giorno e alle privazioni materiali si aggiungeva per molte famiglie la preoccupazione per la sorte dei congiunti non ancora rimpatriati dai campi di prigionia, dei quali molto spesso non si sapeva nulla. Quand’anche se ne conoscesse la sorte, era arduo far pervenire loro tramite la Croce Rossa un pensiero in occasione delle festività.
E se questa era la situazione in tutte le grandi città del nord, certo non poteva andare meglio nel Bellunese, dove la popolazione, che non superava i 200mila abitanti, piangeva 86 impiccati, 227 fucilati, 7 arsi vivi, 11 morti a seguito di torture e sevizie, 564 caduti in combattimento, 301 feriti, 1667 deportati nei lager, oltre a 7000 militari che dopo l’8 settembre 1943 erano stati deportati nei lager in Germania.
In sostanza, quello del 1945, se fu un Natale di pace, non fu ancora un Natale di gioia. Ci si poneva la stessa domanda che tutti noi ci facciamo oggi davanti ai drammatici eventi di Gaza o del Donetsk: quando non si sparerà più e arriverà finalmente anche il cibo a sufficienza, uomini e donne, dell’una e dell’altra parte, saranno capaci di mettere da parte l’odio e il dolore per ricostruire un minimo di dialogo e di convivenza con l’ex nemico?
Questo stato d’animo, comune a tante famiglie, è stato magnificamente sublimato da Mario Rigoni Stern in un racconto breve intitolato appunto Un Natale del 1945 (in Aspettando l’alba, 2004), dal quale tre anni fa fu ricavato un film di successo diretto da Fabio Rosi.
Nato ad Asiago nel 1921, Mario era alpino della divisione Tridentina e si era fatto la campagna greco.albanese e quella russa. Fatto prigioniero dai tedeschi nel 1943, rifiutò di aderire alla R.S.I., fu deportato in un campo di concentramento nella Prussia orientale e, dopo l’arrivo dell’Armata Rossa, rientrò a casa a piedi nel maggio 1945 attraversando le Alpi.
Il suo racconto descrive la vita dura di un ex internato che per guadagnarsi il pane nell’immediato dopoguerra sale, con un’ora e mezza di cammino, in una zona coperta di neve, dove operai della Todt avevano atterrato un bosco. Qui, lavorando di pala e piccone estirpa i grandi ceppi rimasti per farne legna da ardere da vendere in pianura. Come base utilizza una vecchia osteria abbandonata, già ricovero di bracconieri e contrabbandieri, dove vive da solo, contando su un focolare e su una scorta di viveri, segnandosi i giorni che passano incidendo delle tacche su un ramo di abete. Un giorno sente un frusciare di sci e chiamare il suo nome. Riconosce subito la voce, ma non si scosta dal fuoco. Sente battere con forza sulla porta e ancora ripetere il suo nome. Allora si alza dalla panca, leva il paletto che teneva chiusa la porta e chiede: – Cosa vuoi? – Oggi è Natale – gli risponde l’uomo – ho saputo che sei qui, posso entrare? – Meglio di no. – Ascoltami, almeno.
Davanti all’insistenza il nuovo arrivato viene fatto entrare e, scrollatosi la neve di dosso e avvicinatosi al fuoco, dice: – Quando ti abbiamo preso e condannato non ho fatto che eseguire gli ordini. E poi era quello il mio dovere verso la patria. Non era colpa mia.
Il boscaiolo non risponde, non fa alcun gesto. Ha di fronte il suo maestro delle elementari, che poi da grande aveva ritrovato con indosso la divisa della Brigata nera. Guarda il fuoco e gli sembra di rivivere tutto: le donne e i ragazzi uccisi dai soldati tedeschi, i compagni lasciati morti nella neve, gli ebrei di Leopoli e il lager, dove era morto quel ragazzo di città che era stato preso e condannato assieme a lui. Poi lo avevano spogliato e buttato nella grande fossa oltre i reticolati, dove c’erano jugoslavi, greci, polacchi, russi, italiani. Era stato proprio l’anno prima, di questo tempo, perché assieme alla fame c’era anche tanto freddo.
Forse era proprio Natale quel giorno di dicembre quando morì il ragazzo. Non ascolta quello che gli dice il suo ex–maestro. Intanto l’acqua nel paiolo sta per bollire e allora va a prendere il sale e la farina. – Oggi è la Natività del Signore – riprende il maestro – ho saputo che eri qui e sono venuto a chiederti scusa per quello che ti ho fatto. Ho qui nello zaino un panettone e una bottiglia di spumante.
Ma il boscaiolo non può perdonarlo. – Va’ via – gli dice sottovoce. È una sentenza pesante come un macigno sulle coscienze di entrambi i personaggi e in quella battuta secca e tagliente con cui il racconto si chiude è implicito il senso del tempo che ancora non è. Il tono sommesso con cui le parole vengono pronunciate dal boscaiolo conferisce ad esse una sacralità impossibile da espugnare. È come se volessero farci capire che la riconciliazione non è esclusa, ma non hic et nunc, essa può contare solo sul futuro e non può comunque mai cancellare il passato.
Solo il tempo e la buona volontà potranno sanare la ferita, ma bisognerà attendere, avere tanta pazienza. Un perdono istantaneo suonerebbe fesso e prematuro, esso dovrà essere scontato a poco a poco, dall’una e dall’altra parte, meritato e dimostrato con i fatti.
Oggi a Gaza e in tante altre parti del mondo non arriverà subito la pacificazione, le coscienze soffriranno ancora a lungo, ma sarebbe già un barlume di speranza rifiutare la vendetta e dare tempo al tempo.
Walter Musizza
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1 commento
Rita S.
Nel 1987, ad un incontro organizzato da amici, ho ascoltato la testimonianza di un italo-argentino che, senza alcun capo d’accusa, era stato imprigionato e torturato. Dopo anni era riuscito a tornare in Italia con l’idea di realizzare un progetto di aiuto per i più poveri dei barrios della sua città. Ebbene, mentre cercava il nostro contributo solidale, esprimeva il suo desiderio di voler aiutare i suoi torturatori affinché ritrovassero la loro umanità. Questa testimonianza, così sincera, disarmante ed inconcepibile, è stata la scintilla che ha dato inizio al mio cammino di conversione.