Sul numero 1 dell’Amico del Popolo “di carta” dell’1 gennaio 2026, in distribuzione questa settimana (su abbonamento, in edizione digitale e in edicola), puoi leggere per intero lo studio di Francesco Laveder.
(…) Un’altra leggenda popolare racconta di prigionieri turchi che la Repubblica di Venezia, dopo la vittoriosa battaglia navale di Lepanto del 1571, avrebbe deportato nei pressi della montagna di Bramezza, territorio in destra Cordevole fra Alleghe e Caprile, per lavorare nei boschi e nelle miniere locali. Su questa base è nata la vicenda dei cosiddetti “villaggi turchi” di Caracói.
Ecco, invece, come andarono probabilmente le cose.

Agli inizi degli anni ‘70 era appena stata finita la strada asfaltata che sale ai due villaggi di Caracói Agoìn e Caracói Cimài. Il segretario comunale di Caprile, Giuseppe Sorge (1933 – 2024), durante i suoi viaggi, aveva notato che un quartiere di Istanbul, sulla sponda europea, era chiamato Kara Köy che significa «villaggio nero» e, incuriosito dalla coincidenza, salì ai due Caracói per una verifica. Quello che vide, nei tratti somatici degli abitanti del luogo, lo illuse di aver fatto una scoperta. Ecco le parole usate in un suo articolo pubblicato nell’Annuario 1972 – 1973 del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna: «I volti della gente, è proprio questa la sorpresa, sono decisamente ‘orientali’, sono le più valide ed inoppugnabili testimonianze di qualsiasi documento storico»; pochi paragrafi prima aveva scritto che «l’epoca di fondazione dei due villaggi potrebbe essere stata collocata tra il 1500 e il 1600» e che «manca ogni documentazione storica al proposito».
L’articolo suscitò l’interesse dell’Ambasciata turca in Italia e la notizia fu ripresa, sempre da Sorge, nel suo libro «Caprile», pubblicato nel 1976. La diceria iniziò quindi a circolare, prendendo via via sempre più forza e giungendo anche agli orecchi del glottologo Giovanni Battista Pellegrini (1921 – 2007) che, fin dal 1948, nel suo testo «I nomi locali del medio Cordevole” aveva esaurientemente documentato che l’origine del nome di questi due villaggi risaliva almeno al XIV secolo, mentre il monte Bramezza veniva citato fin dal XI secolo.
La sezione agordina del Cai, nel 1987, organizzò la sua adunanza annuale proprio a Bramezza, dove Sorge e Pellegrini ebbero modo di incontrarsi; un libretto edito per l’occasione riporta i loro discorsi. Sorge riconobbe che la tesi di Pellegrini «nella sua ormai introvabile pubblicazione sui nomi locali del Medio e Alto Cordevole, sembrava del tutto escludere che, etimologicamente, il termine ‘Caracoi’ potesse avere attinenza alcuna con la medesima parola di origine turca che significa villaggio nero». (…)
Il fatto di non aver chiarito fino in fondo la questione, fece sì, non so bene come, che la “questione turca” si spostasse sui due camini cilindrici di un maso di Bramezza. L’aspetto paradossale è che Sorge, nel suo articolo sull’Annuario Gism, aveva descritto a Caracói Agoin «un originale comignolo alla veneziana» che non esiste più, ma era analogo a quelli di Bramezza che per l’architetto Marino Baldin «sono veri e propri ‘monumenti’ della cultura materiale veneta agordina».

Sono salito di recente a Bramezza per parlare con Costante Rossi, uno dei tre attuali proprietari del maso, che mi ha riferito che l’edificio ha una parte più antica, segnalata da una porta con volta ad arco, mentre il corpo centrale venne aggiunto in seguito e terminato nell’anno 1703, come testimoniava un’incisione sull’architrave del tetto; i due camini, appoggiati al lato esterno del corpo centrale, per ridurre il rischio di incendi, furono quindi sicuramente costruiti dopo il 1703, quando il maso era di proprietà della famiglia Bramezza, i cui antenati risiedevano nel villaggio almeno dal XIV secolo. (…)
L’origine dei due villaggi di Caracói, come ha dimostrato il glottologo Giovan Battista Pellegrini, è ugualmente collegata all’insediamento di coloni soggetti al Capitolo dei Canonici di Belluno.
Agoìn deriva dal nome di un certo «Aguino quondam Biancheti de Corachono de Brameza» che nel 1356 e 1360 ottenne dal Capitolo dei Canonici di Belluno 4 masi in affitto, situati «in monte de Brameza»; uno di questi masi si chiamava «Corachon»; lo stesso Aguino è attestato nel 1364 come «Aguynus quondam Blancheti de Colronchono de la Colonega» e nel 1392 come «magistri Aguyni de Coroncon Castaldionis dicti capituli in monte Premeze»; la località era attestata nel 1629 come «Caracói dell’Agoin».
Cimai sembra invece avere un’origine più recente, derivato da «cima» con suffisso -alis, quindi cimalis con il significato di «situato in posizione alta», mentre in precedenza si chiamava «Caracoi Mattapan»; Mattapan è un altro nome di persona, attestato nel 1356 come «Mataplanus de Corachono»; la località che divenne Caracoi Cimai nel 1448 si chiamava «Charachoii de Mattapan della Canonica» e nel 1601 «Caracogni Mattapan».
Resta da aggiungere che le attestazioni antiche spiegano che Caracói deriva dai termini latini collis e runcum con suffisso -one o plurale -oni, quindi due ampi colli vicini, disboscati per essere resi coltivabili; il verbo latino runcare, da cui derivano i toponimi Ronch e cognomi Da Ronch, indica infatti l’azione di ripulire o preparare un terreno per la coltivazione. (…)
Francesco Laveder
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2 commenti
Andrea ZARA
Buongiorno,
La storia dell’origine turca dei paesi mi è stata raccontata da un’amica di mia madre che proveniva da lì. La signora, se fosse ancora viva, avrebbe 95-100 anni. La carnagione della signora era scura (scura come potrebbe essere una persona proveniente dall’Europa mediterranea) e da piccola era additata come appartenente al gruppo dei “mori”, bambini e persone che si distiguevano per carnagione, tratti e colore dei capelli dagli altri abitanti. Quindi, l’idea che ci fosse un’enclave non propriamente autoctona era già presente negli anni 30 e precedenti.
luigi
E’ vero. Mi par di ricordare che a fine anni 80 – anni 90 una nota rivista italiana, forse il Touring Club, fece un interessante articolo a riguardo.