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giovedì 29 Gennaio 2026,

Dio pianta la sua tenda

«Il creatore dell’universo mi diede un ordine, il mio creatore mi fece piantare la tenda e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe e prendi in eredità Israele. Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi creò; per tutta l’eternità non verrò meno» (Sir 24) - (immagine generata con Gemini)

Ascoltando il Prologo del Vangelo di Giovanni da pensare a quell’espressione che dice “Il buongiorno si vede dal mattino”! È noto, infatti, come il quarto Vangelo sia il più profondo e insieme il più complesso dei quattro, e lo si nota bene sin dai primi versetti del suo primo capitolo, con quest’aura di mistero che lo avvolge. La sapienza di cui il Prologo e tutto il Vangelo di Giovanni sono pervasi può essere letta, e magari anche meglio compresa, alla luce di quanto sia ascolta nella prima lettura, tratta dal libro del Siracide, nella quale la Sapienza stessa, impersonificata, fa la propria autoesaltazione.

Circa a metà del brano, il Creatore dice alla Sapienza: «Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti». Il richiamo al Prologo di Giovanni è evidente: perché la traduzione esatta della frase: «E venne ad abitare in mezzo a noi» sarebbe questa: «E piantò la sua tenda in mezzo a noi». Usare il termine “tenda” nella cultura ebraica è un particolare non indifferente. La tenda è, infatti, nella tradizione dell’Esodo, il luogo in cui Dio incontra il suo popolo, il luogo in cui la comunità s’incontra intorno all’Arca dell’Alleanza, il luogo in cui, nel deserto, il popolo sperimenta la presenza di Dio. La tenda, quindi, è il segno che il Dio della promessa sta con il suo popolo; e se la Sapienza ha ricevuto da Dio l’ordine di fissare la propria tenda in Giacobbe (cioè, in Israele), vuol dire che Dio stesso si identifica con la Sapienza. Il Dio Sapiente, il Dio che è Sapienza, «esercita il suo potere su Gerusalemme» e lo fa attraverso una tenda.

E qui il discorso inizia a farsi interessante. La Sapienza che è Dio decide di esercitare il proprio potere sul mondo abitando in una tenda posta in mezzo agli uomini; e con quella stessa logica di precarietà e di debolezza, decide di farsi carne, di farsi uomo. Il Verbo-Sapienza di Dio si fa carne, e come se ciò non bastasse per rimarcare la propria debolezza e la propria precarietà, decide di manifestare il potere della sua gloria e della sua signoria sul mondo dall’interno di una tenda, segno di precarietà non solo per la sua instabilità, ma anche per la sua mobilità, per il fatto, cioè, che è nata per essere levata e ripiantata ogni volta in un luogo diverso, senza fissarsi e stabilirsi definitivamente in un luogo specifico, come si fa con le case e con i palazzi, che invece già di per sé esprimono solidità, stabilità, sicurezza e potere.

Il Verbo di Dio ha preso dimora in una tenda non perché non aveva altra possibilità, ma perché così ha voluto, e allo stesso tempo ha voluto che così vivessimo noi suoi discepoli, noi che siamo la sua Chiesa, ossia di tenda in tenda, di accampamento in accampamento, di lotta in lotta, di precarietà in precarietà, di deserto in deserto, di periferia in periferia. La vera Sapienza non ha paura di confrontarsi con altre culture e di dialogare con altri modi di pensare, di fare e di vivere. La Sapienza di Dio si è fatta carne, si è fatta umanità: per questo esercita il proprio potere da una tenda, nella precarietà e nell’instabilità delle situazioni umane più disagiate e più emarginate.

Una Chiesa “ospedale da campo” – come la definì papa Francesco – è una Chiesa che, vivendo nella precarietà di una tenda, cura le ferite dell’umanità nella sua quotidiana battaglia per la sopravvivenza; è una Chiesa che ha scelto di rimanere fedele alla logica del servizio imparata dal Maestro. Oggi l’insegnamento sul “levare le tende” e seguire il Maestro ce lo dà la Sapienza rivelataci dal Dio dei nostri padri: nella Liturgia dell’Epifania questo insegnamento ci verrà addirittura da atri mondi e altre culture. Perché la vera Sapienza, quella che vive in una tenda, non conosce limiti né confini.

Giulio Antoniol

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