Il 4 gennaio 1926 moriva a Bordighera Margherita di Savoia, colei che fu la prima regina d’Italia: un primato dovuto al fatto che Maria Adelaide d’Austria, moglie del primo re d’Italia Vittorio Emanuele II, era scomparsa prima della proclamazione del regno avvenuta nel 1861.
Non bellissima ma piacente, risoluta e volitiva, Margherita incarnava per gli italiani quella forza e quel fascino che mancavano al marito Umberto, divenendo il personaggio di maggior spicco in un paese che voleva contare di più nel contesto delle potenze europee. Sebbene lo Statuto Albertino non prevedesse per lei alcun ruolo di apprezzabile valenza e nonostante la latitanza coniugale di Umberto, perennemente attratto dalla sua amante donna Litta, Margherita seppe sempre imporsi in tante iniziative, si trattasse di intraprendere avventure in Africa o di reprimere in patria movimenti popolari. E questo lo seppe fare senza rinunciare al ruolo filantropo di madre di tutti, dispensando da nord a sud il suo taumaturgico viatico a diseredati, orfani e mutilati, vittime di volta in volta della miseria, del terremoto, della guerra o dello stesso governo patrio.
Perfino la Romagna repubblicana e il vate girondino Carducci subirono il suo fascino, cosicché lei poté, sull’onda di una retorica nazionalistica e quasi mistica, assumersi il compito di indicare alla Patria un avvenire prestigioso, ispirando prima Crispi e le sue mire espansionistiche e sostenendo poi ideologia e prassi dell’incipiente fascismo. Del resto le regine giovani hanno avuto quasi sempre e dovunque il potere di assicurare nuovi slanci a monarchie già stanche, di proiettare verso il futuro sogni e sforzi di un intero popolo. E per il Bellunese ciò era ancora più vero in ragione dell’anelito patrio che i moti del 1848, del 1864 e infine del 1866 avevano saputo infondere, cosicché Margherita si presentava nel 1881 investita di aspirazioni popolari non inficiate ancora dalla stanchezza e dalla disillusione di chi poi non ottenne dalla Patria quanto sperato.
Il suo rapporto con la provincia bellunese è legato anzitutto a tre lunghi soggiorni estivi cadorini, a Perarolo nel 1881 e 1882 e a Misurina nel 1900, ma anche ai periodici contatti con lo scultore zoldano Valentino Panciera Besarel, al quale commissionò molti lavori per il palazzo del Quirinale, visitando più volte il suo atelier sul Canal Grande a Venezia. Un’ammirazione innescata nel 1880, allorché il Besarel fece per lei la decorazione del felze (cabina) per la gondola reale, e che culminò col sontuoso tavolo portagioie in legno di noce intagliato realizzato per la sua stanza da letto nel 1884.
Margherita morì per trombosi cerebrale il 4 gennaio 1926, a 74 anni, a Bordighera, dove aveva prima acquistato la villa Etelinda e poi, nel 1914, aveva costruito una nuova e più grande dimora che portava il suo nome.
Delle entusiastiche accoglienze tributatele a ogni sua venuta in Cadore e dei ricordi rimasti nella sua memoria di luoghi e persone molto è stato scritto e talvolta con fin troppa enfasi. Si racconta per esempio che al culmine di un grande spettacolo pirotecnico offertole a Venezia nel settembre 1881, rivolgendosi alla contessa Sormani Moretti, avrebbe esclamato: “Oh! Come vorrei essere nel vostro Perarolo!”.
La stampa diede ampio risalto soprattutto alle sue vacanze trascorse nel 1900, subito dopo il regicidio di Umberto, al Grand Hotel Misurina, dove Margherita giunse in carrozza da Dobbiaco dopo aver utilizzato il treno da Venezia via Udine-Pontebba-Villaco.
A cent’anni dalla sua scomparsa rimangono comunque da acclarare alcuni momenti di queste sue vacanze cadorine, come ad esempio le visite e le lettere del suo maestro (di latino e di storia dell’arte) Marco Minghetti, con il quale intrattenne un fitto e confidenziale carteggio, rivelatore di una vera infatuazione nei suoi confronti. E così pure il ruolo avuto dal colonnello Egidio Osio, che, in qualità di istitutore, fece da padre, invero severissimo, al principino Vittorio.
Ma qui vorrei ricordare il frettoloso e incognito passaggio di Margherita lungo le valli del Piave e del Boite nel 1905, quando le capitò di rivedere contrade che nella gioia e nel dolore avevano segnato la sua vita.
Grande appassionata di automobili, il 7 maggio 1905 partì da Roma su una Fiat 24 HP (detta “Sparviero”) con meta nientemeno che Wiesbaden in Germania. Attraversato il Po in spaventosa piena a Pontelagoscuro su un ponte di chiatte l’11 maggio, per Treviso, Conegliano, Ponte nelle Alpi, Perarolo e San Vito, raggiungeva Cortina e l’Austria. Sulla splendida vettura aveva tutto l’occorrente per quel “raid” ambizioso: tutti gli itinerari del Touring, uno scrigno con vari medicinali e perfino una carabina a ripetizione contro ogni evenienza!
Per ripararsi dal freddo portava sul capo una “toque di pelo” senza velo, indossava una pelliccia foderata di “petit gris” e ne aveva pronta un’altra per distendersela sulle gambe. L’accompagnava come sempre la marchesa Maria Cristina Pes e alla guida c’era il fedele cav. Gerolamo Cariolato, che aveva accanto un fido meccanico.
L’auto passò velocemente su per la “Cavallera” che l’aveva vita salire lentamente in carrozza 25 anni prima, rasentando quella Villa Lazzaris-Costantini che apparteneva ormai a un passato troppo lontano, a una giovinezza che sembrava promettere altro al suo destino di sposa.
Forse scostò per un attimo la tendina per un fugace sguardo a quella casa di due vacanze felici, o forse neppure volle guardare, chiudendo gli occhi e rifiutando ogni memoria. Meglio tirare diritto – avrà pensato – perché la regina sorridente e amatissima, la signora più festeggiata del Cadore, non esisteva più.
Walter Musizza
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