Entra in scena presentato da Dio stesso. Non ha un nome, né una genealogia, ma soltanto un titolo, “Servo”, che non è indizio di inferiorità, ma espressione di una dignità, diremmo noi, quasi di ministro. Costui era vissuto nel momento arduo ed esaltante del VI secolo a.C., quando il re di Persia, Ciro, spazzato via l’impero babilonese, aveva concesso a Israele di ritornare dall’esilio alla terra dei padri.
La domanda è ora spontanea: chi è questo personaggio che sale alla ribalta in quattro canti incastonati nei capitoli 42; 49; 50 e 53 del rotolo profetico di Isaia? Tante sono le identificazioni tentate, sia individuali (un profeta? Geremia? Mosè? Un maestro di sapienza?), sia collettive (Israele stesso, oppure gli Ebrei fedeli che ora stanno per rimpatriare?). Proprio perché soprattutto nell’ultimo dei quattro canti il volto del Servo è segnato dai tratti della sofferenza e la sua è una missione sacrificale, la tradizione cristiana non ha avuto esitazione nell’intravedere in quella figura i tratti del Messia, naturalmente applicati al Cristo della passione, morte e risurrezione.
Noi ora fissiamo lo sguardo su uno dei primi lineamenti di quel Servo che potremmo riassumere in una parola: la mitezza. Sembra, infatti, di sentire già echeggiare l’appello di Gesù: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore. Il mio giogo è, infatti, dolce e il mio carico leggero».
Tre sono le immagini che descrivono la mitezza del Servo. Innanzitutto la sua non è la voce potente e inquietante degli antichi profeti: il suo è, in verità, un annunzio di liberazione e di salvezza, non di giudizio e di condanna. Egli non punta l’indice nella piazza contro le ingiustizie, ma con pazienza passa quasi di casa in casa per convincere e convertire.
Ecco, allora, gli altri due simboli suggestivi e trasparenti: la canna incrinata non è da lui gettata via, ma riaggiustata e riutilizzata; lo stoppino che sta sfrigolando e crepitando perché senza olio non viene brutalmente spento, ma di nuovo alimentato perché ritorni a sfavillare. È un atto d’amore nei confronti di ciò che sembra destinato alla rovina.
È quell’andare in cerca della pecora perduta, è quell’abbracciare il figlio smarrito e ritornato a casa, è quell’atteggiamento che Gesù costantemente testimonierà con le sue parole e le sue azioni. È probabile che, proprio nel momento del battesimo, Gesù abbia preso coscienza piena della sua vocazione, e forse anche che su questo si sia confidato con i discepoli. Comunque è chiaro che la fede dei discepoli, manifestatasi dapprima nella predicazione e fissata poi nella forma nei vangeli scritti, ha deciso che questo evento, così come quello delle tentazioni che lo segue, andava collocato al “principio” del racconto, perché da qui sarebbero partite le due traiettorie sui cui binari si sarebbe svolta tutta la vita di Gesù: la vocazione a vivere da “servo” e la tentazione di trasformarsi in “padrone”.
Tutto comincia da lì, per Gesù e per noi. Circa l’elenco di qualità che caratterizzano il servo, possono essere concentrate in due atteggiamenti fondamentali indicate nel testo di Isaia: la mitezza e la fermezza. A prima vista pare si tratti di una contrapposizione inconciliabile, in realtà sono due virtù che stanno, e devono stare benissimo assieme. Mitezza e determinazione si conciliarono nella vita di Gesù… battezzati in Lui collaboriamo a costruire questo stile di Regno e di giustizia.
Giulio Antoniol
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