Le mete del Fatebene

Spettacolini in veste di cantore di coro, imitatore e ‘poeta’ dialettale ne facevo abbastanza, quasi sempre in compagnia di altri amici. Mete rituali continuarono ad essere in quegli anni il ‘Sanatorio’, la Casa di Riposo Maria Gaggia Lante e raramente le Carceri, luoghi, salvo quest’ultimo, che ricordavo benissimo essendoci andato da bambino al seguito della compagnia di Arte varia cui apparteneva mio padre (negli anni ‘50).

Allora mia madre nicchiava per l’assurdo timore che prendessi la TBC; io invece ci tenevo doppiamente, dopo la prima esperienza, ricordando le bevute di aranciata e chinotto senza limiti alla fine del trattenimento, i panini col salame, enormi, e perfino i ‘tost’. Tornare al sanatorio mi suonava un po’ come tornare a casa o come accettare l’eredità di mio padre, cosa che mi faceva sentire orgoglioso anche se Nino era vivo e vegeto.
Il Sanatorio sembrava allora fuori mano eppure era solo a San Gervasio. Ho trovato tra foto e cartoline di famiglia alcune immagini dei primi del Novecento e avrei faticato a ritrovarmi se non ci fosse stata la chiesa[1] dei Santi Gervasio e Protasio ad indicare la lunga storia del convento delle Monache cistercensi insediatesi nella località nel lontano 1212 e delle molte loro vicissitudini[2]

Nel 1909 il convento venne definitivamente chiuso e il complesso edilizio, prima formato da due chiostri, celle, cortili e orti, fu destinato a manicomio[3].
Successivamente arrivarono i padiglioni per la cura della TBC.
La più recente struttura a nord rappresenta invece il reparto maternità dell’ultimo attuale Ospedale Civile.
Nella foto si nota in zona la presenza della Fonderia. Le Officine meccaniche Conz[4] in primo piano sparirono infatti per lasciar posare i binari della linea Padova Calalzo sulla Nuova stazione di Belluno che verrà realizzata un poco più a monte della precedente.
Maria Gaggia Lante: primo incontro

Anche la Casa di Riposo intitolata a ‘Maria Gaggia Lante’ era quasi in periferia e per arrivarci da Baldenich, negli anni Cinquanta, era stata dignitosamente alberata la lunga via detta ‘dei villini’ che la raggiungeva, perfettamente diritta, poco dopo l’uscita dal passaggio pedonale del ponte della ferrovia.

Io conoscevo meglio l’altro accesso che dalla zona Caserme, poco oltre alla Cerva, portava al ponte di Fisterre e poi, in due ripide rampe arrivava sulla piana di Cavarzano, proprio in fianco alla tenuta della villa addossata alle pendici del Col di Roanza, sotto la frazione di Soracroda.
Di là era passata per qualche tempo la via principale verso l’Oltrardo ‘Nord’ che proseguiva verso Cusighe, Fiammoi, Pedeserva, Safforze e arrivava a Polpet, almeno ciò si deduce leggendo il testo ottocentesco del Bazolle[5]: «La prima strada stata ridotta carreggiabilmente adoperabile fu quella da qui a Capodiponte trapassando per le ville di Cusighe, Sargnano, Fiamoi e Safforze, strada che circa al 1770 fu sostituita all’anteriore che dal Borgo del Prà saliva come anche ora su diritta verso Nogarè....» Non si capisce bene se provenisse da Borgo Prà tramite la derivazione verso monte al bivio della chiesina di S. Giuseppe o se dal ponte di Fisterre. Probabilmente esistevano entrambe le vie anche se la principale arrivava dalla città.
L’edificio della Casa di Riposo consisteva nell’adattamento della grande settecentesca Villa Pagani Cesa, dotata di grandi spazi annessi con davanti il giardino e dietro l’orto coltivati, per passione più che per terapia, anche dai ‘ricoverati’ in grado di farlo.

Fu proprio il verde del vialone a darmi lo spunto per il testo della canzone ‘Casa Maria’, (Maria Gaggia Lante) che, come Belumat, incideremo molti anni dopo in occasione del primo long play in vinile e che fu la preferita del maestro Bussoli, direttore artistico della manifestazione ‘Lo zecchino d’oro’, presso l’Antoniano di Bologna, nelle cui sale d’incisione realizzammo l’opera. Impiegammo in tutto un paio di giorni e fummo ospitati, io, Giorgio e Ivano Pocchiesa nella veste di Editore per RadioTeledolomiti, presso il locale convento dei frati. Conoscemmo così buona parte del gruppo organizzativo dello ‘Zecchino’ e la maestra del coro stesso, Mariele Ventre. Il maestro Bussoli le chiese di poter realizzare un finale per Casa Maria col coretto dell’Antoniano; per varie circostanze poi non se ne fece più nulla. Nonostante questo rammarico, il pezzo ebbe e continua ad avere molto successo.
[1] La chiesa nella forma attuale è sostanzialmente settecentesca, ma rivela interventi precedenti e successivi, richiesti da varie vicissitudini. Dal 1967 è usata come chiesa parrocchiale.
[2] Vedi BSAA
[3] Le monache si trasferirono a S. Giacomo di Veglia, dove sono tuttora.
[4] Cfr. Stefano De Vecchi, Le fonderie officine meccaniche bellunesi, in Opere nel tempo, pp. 184 -185.
[5] Cfr. Antonio Maresio Bazolle, Il Possidente, già in questo libro.
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