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giovedì 29 Gennaio 2026,

La luce che viene dal popolo di Israele

Matteo rilegge Isaia e colloca la luce nella Galilea pagana: il Vangelo nasce dal popolo di Israele e ne compie le promesse. Gesù proclama il Regno già presente e chiama ciascuno per nome, alla libertà del sì.

Gesù si ritirò nella Galilea e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia […] Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono (Mt 4,12).

Matteo utilizza questa profezia di Isaia, che era a breve termine (parlava appunto della liberazione dall’imperatore assiro), per applicarla a Gesù e per applicarla con un nuovo senso. Dice: Queste tribù che stavano nelle tenebre, sono nella Galilea delle genti, cioè nella Galilea dei pagani. E la luce sorge proprio nella Galilea dei pagani. Questo è un tema molto importante per tutto il vangelo e per tutto il cristianesimo: il Messia viene da Israele, viene da Giuda. Se ci tagliamo le radici d’Israele non siamo cristiani: togliamo la promessa di Dio, togliamo le nostre radici. Noi siamo inseriti in Israele.

L’antisemitismo che purtroppo c’è è un contro senso. La salvezza viene da Israele. Leggiamo il Salmo 87 dove tutti i popoli dicono: “Anche io sono nato lì”. L’origine nostra, di tutti i popoli, è in Gerusalemme, perché è da lì che viene la salvezza, è lì che siamo generati. Nella fede noi diventiamo tutti figli di Abramo. E siamo inseriti nella sua paternità, nella sua promessa. Se al vangelo tolgo l’antico testamento, ne faccio un libretto da favole, gli faccio dire quel che voglio, è qualcosa di gnostico, dei racconti edificanti! Invece no! È il compimento di una promessa di Dio. Dietro ogni brano di vangelo c’è un racconto dell’antico testamento. E compie quello!

Inizia così l’attività di Gesù, che non comincia a predicare ma “proclamava”. La differenza tra predicare e proclamare è grossa. “Predicare” è quella cosa noiosa (per chi l’ascolta). “Proclamare”, invece, è dire un fatto (che è ben diverso), dire pubblicamente un fatto: il Regno dei cieli Dio è “vicino”… La parola “vicino” si può anche tradurre “è arrivato”. È arrivato quindi è vicino. Il regno dei cieli vuol dire il regno di Dio. E la parola regno di Dio vuol dire tutto: tutto ciò che desideri, tutto ciò che Dio ha promesso. Cioè tutto il regno di luce, di libertà, di giustizia, di fraternità non sta in un futuro, non sta in un passato. È arrivato, è qui. Basta che tu ti giri e lo viva. E ti è donato. Però è lasciato alla tua libertà: tu puoi non girarti. Il vangelo rimette in gioco la nostra libertà. Il dono è fatto. Puoi dire sì o no. La conversione è dire sì a questo dono. Il regno dei cieli – che sembra un’espressione così vaga – in realtà è il luogo dove si condensa tutto il desiderio d’Israele. E nel vangelo esprime poi tutta la vita di Gesù, che è il regno realizzato. Il regno dei cieli è esattamente la storia di Gesù, che realizza il regno sulla croce, dove sarà re.

Seguono due scene di vocazione. La vocazione è essere chiamati, chiamati per nome. Questi primi apostoli (saranno poi apostoli, ora sono discepoli) scoprono la loro vocazione, cioè il loro nome, la loro identità. Ed è il problema fondamentale di ogni uomo: scoprire la vocazione, cioè come sono chiamato, chi sono io in realtà. Non per gli altri, ma per Dio: il mio essere è come mi chiama Dio. È quello il mio nome vero, la mia realtà. E Gesù dice il nome, la realtà. Ed è quel nome, quella realtà che libera la potenzialità nostra e di tutti i discepoli, di vivere come lui, in relazione con lui, seguendolo. Il centro del brano è la vocazione, la chiamata, e la nostra risposta è seguirlo.

Giulio Antoniol

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1 commento

  • Rispetto all’immagine dell’Agnello di Dio, che la liturgia proponeva domenica scorsa, quella della Luce è molto più comprensibile alla stragrande maggioranza delle persone, perché, a differenza della prima non occorre avere nemmeno qualche rudimento di cultura cristiana, tanto l’esperienza della luce è oggi diffusa.

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